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Perché le diete non funzionano? L’effetto iatrogeno della restrizione cognitiva


PesoLe Scienze di questo mese pubblica un articolo dal titolo significativo: “Le verità confuse sulla perdita di peso”. Ne sono autrici Susan B. Roberts e Sai Krupa Das entrambe del Jean Mayer USDA Human Nutrition Research Center on Aging alla Tufts University (Medford/Somerville, Usa). Il fatto che sovrappeso e obesità siano così, e sempre più, diffusi nel mondo, tanto da parlarsi di “globesità”, la dice lunga sul fatto che nessuno sia ancora stato in grado di attuare metodiche in grado di contenere, se non di ridurre, il fenomeno in modo significativo. Annotando quanto le diete alla moda, reality televisivi e forza di volontà alla fine non abbiano lasciato il segno, le due ricercatrici statunitensi spiegano che il loro ventennale lavoro è per la maggior parte consistito nello sfidare “dogmi comuni” aprendo “porte per nuovi approcci”.  In questa ottica, aperta a nuove proposte e nuovi approcci, ospitiamo questo contributo della psicologa Anne Galles  della Open School Studi Cognitivi di Milano. 

Un individuo segue una dieta dimagrante non appena esercita un controllo di ordine cognitivo sul proprio comportamento alimentare con l’obiettivo di dimagrire o di non ingrassare. L’individuo si nutre quindi con una modalità riflessiva. Si fida di credenze che definiscono le condotte alimentari maggiormente adatte al suo progetto di dimagrimento. Tali credenze riguardano le quantità di alimenti da consumare, la loro composizione, gli abbinamenti autorizzati, i metodi di cottura e di condimento, gli orari e le modalità di consumo.

 

Alcuni dati a supporto della condanna categorica delle diete dimagranti

L’inefficacia e la iatrogenicità delle diete dimagranti dovrebbero portare a una tutela della popolazione, all’abbandono definitivo di tali pratiche da parte dei medici – o per lo meno alla loro sospensione – nell’attesa di avere dati integrativi. Converrebbe quindi orientarsi verso altri metodi per trattare i problemi ponderali (Apfeldorfer & Zermati, 2007). Per illustrare questa sentenza perentoria, gli autori citano lo studio di Stunkard e McLaren-Hume, già nel lontano 1959, che dimostra che soltanto il 5% delle persone che seguono una dieta dimagrante riesce a perdere peso senza poi riprenderlo (Apfeldorfer & Zermati, 2001). I dati più recenti non sono maggiormente incoraggianti (Zermati & Apfeldorfer, 2010): la metanalisi di Anderson (2001) relativa a ventinove trattamenti dimagranti dimostra che la perdita di peso di soggetti il cui peso medio è di cento chili, non supera i tre chili a cinque anni dall’inizio della dieta; lo studio di Phelan (2003) coinvolge 2400 soggetti e conclude che il 94% delle persone che hanno perso peso l’hanno riacquistato interamente dopo due anni.

Come spiegare quindi il paradossale e sfrenato entusiasmo per i trattamenti dimagranti? Le diete sono inefficaci nella gestione dei problemi ponderali eppure non sono mai state così popolari: lo spostamento dei canoni sociali verso un fisico snello ha generato un aumento della prevalenza delle diete e questo ha fatto sì che il pattern alimentare “normale” per la donna nord-americana sia proprio essere a dieta (Polivy & Herman, 1987)

 

Cos’è una dieta dimagrante?

Per capire cosa intendiamo con il termine dieta dobbiamo prima definire cos’è un comportamento alimentare normale o fisiologico. Esso è caratterizzato da tre criteri (Apfeldorfer & Zermati, 2007):

– Il comportamento alimentare è un comportamento controllato: le teorie della regolazione fisiologica fanno dipendere il comportamento alimentare da circuiti omeostatici la cui funzione è assicurare la stabilità di alcuni valori biologici (massa grassa, nutrimenti e micronutrienti). Nel caso della massa grassa, l’omeostasi si traduce concretamente in un peso stabile o set point. Ogni scarto rispetto al set point si esprime in un fabbisogno che provocherà la ricerca e l’assimilazione degli alimenti che porteranno l’energia o dei nutrimenti che colmeranno il fabbisogno.

– Il comportamento alimentare è un comportamento motivato: le informazioni sulla variazione delle riserve energetiche raggiungono il cervello tramite la variazione delle concentrazioni di leptina e di glucosio nel sangue. Tali informazioni giungono alla coscienza sotto forma di sensazioni alimentari: la comparsa, la diminuzione e la scomparsa del fabbisogno energetico prenderanno successivamente la forma di sensazioni di fame, di appagamento e di sazietà. Le informazioni relative ai fabbisogni di micronutrienti si traducono in appetiti specifici: la loro comparsa e la loro scomparsa attivano aree emotive del cervello e l’atto di colmare il fabbisogno si esprime attraverso la soddisfazione.

– Il comportamento alimentare è un comportamento sensato ovvero gli alimenti e le modalità per consumarli sono supportati da rappresentazioni mentali legate alla cultura o alla storia di vita che contribuiscono al sentimento di sicurezza nel quale si dovrebbe collocare l’atto alimentare.

Come possiamo quindi definire una dieta? Dal suo carattere ipocalorico? Dal fatto che precluda alcuni alimenti vietati? Dalla frustrazione generata? Queste caratteristiche appaiono parziali e non esaustive. Secondo gli autori, un individuo segue una dieta dimagrante non appena esercita un controllo di ordine cognitivo sul proprio comportamento alimentare con l’obiettivo di dimagrire o di non ingrassare. L’individuo si nutre quindi con una modalità riflessiva. Si fida di credenze che definiscono le condotte alimentari maggiormente adatte al suo progetto di dimagrimento. Tali credenze riguardano le quantità di alimenti da consumare, la loro composizione, gli abbinamenti autorizzati, i metodi di cottura e di condimento, gli orari e le modalità di consumo.

Assistiamo quindi a uno spostamento da una teoria psicogena del sovrappeso, ormai superata, verso un ruolo preponderante delle conseguenze degli sforzi per dimagrire: le caratteristiche psicologiche delle persone in sovrappeso non sarebbero dei tratti personologici ma sarebbero dovute al fatto che questi individui tentano di rimanere al di sotto al proprio peso forma o set point lottando costantemente contro i meccanismi di regolazione biologica. Questo fenomeno farebbe nascere negli individui stati mentali paragonabili a quelli delle persone in stato di deprivazione alimentare come l’iperfocalizzazione sul cibo, la difficoltà di concentrazione, l’irritabilità e l’iperemotività.

 

La teoria della restrizione cognitiva per spiegare l’inefficacia delle diete

I dati sull’inefficacia delle diete si spiegano quindi come la sconfitta ineluttabile di un controllo cognitivo del comportamento alimentare nel medio e lungo termine. Si parla di restrizione cognitiva per indicare non uno bensì due stati che si alternano a un ritmo variabile:

uno stato di ipercontrollo durante il quale l’individuo inibisce le proprie sensazioni alimentari e padroneggia il proprio comportamento alimentare;

uno stato di disinibizione e perdita di controllo sotto forma di compulsioni e abbuffate.

La sperimentazione storica di Herman e Mack (1975) illustra questo fenomeno: viene offerto ai soggetti dell’esperimento un pasto a base di gelato, senza nessuna limitazione quantitativa; in base ai gruppi sperimentali, questo pasto è preceduto da nessuno, uno oppure due milk-shake (è il cosiddetto preload). I risultati mostrano che, dopo aver assimilato due milk-shake, le persone avendo una regolazione alimentare soddisfacente (unrestrained eaters) mangiano meno gelato durante il pasto successivo; al contrario, e con un preload equivalente (ovvero due milk-shake), le persone in stato di restrizione cognitiva (restrained eaters) mangiano successivamente una maggiore quantità di gelato: questo fenomeno di contro regolazione alimentare si spiegherebbe grazie all’effetto di trasgressione del divieto (abstinence violation effect) che si traduce nel seguente pensiero: “ho già sgarrato quindi non serve più a nulla controllarmi”.

Gli stessi risultati emergono quando si manipola la variabile di percezione dell’abbondanza delle porzioni di cibo (Polivy, Herman, & Deo, 2010): quando la fetta di pizza mangiata in fase di preload appare più grande, i restrained eaters tendono a mangiare, in una seconda fase dell’esperimento, una maggiore quantità di biscotti rispetto agli unrestrained eaters.

Anche la deprivazione pregressa di cioccolato per una settimana induce i restrained eaters a mangiare una maggiore quantità di cioccolato, rispetto agli altri gruppi di controllo, una volta che l’alimento è di nuovo disponibile (Polivy, Coleman, & Herman, 2005).

La restrizione cognitiva appare quindi come un meccanismo che modifica l’espressione di una fame fisiologica. L’individuo in stato di restrizione cognitiva non prova sensazioni nitide di fame o di sazietà e si colloca in una zona di indifferenza biologica (Herman, Polivy, Lank, & Heatherton, 1987). Diventa quindi ipersensibile ai fattori esterni, emotivi e sociali e mangia in base all’ambiente o alle sue credenze.

A livello clinico, la restrizione cognitiva è descritta come un passaggio da un tentativo di controllo mentale verso un controllo sempre più emotivo del comportamento alimentare. Secondo Apfeldorfer e Zermati (2007) questo passaggio avviene in quattro fasi:

fase 1: le sensazioni alimentari sono percepite ma deliberatamente ignorate. Vengono adottate alcune regole dietetiche (non mangiare tra i pasti, fare tre pasti al giorno, evitare alcuni alimenti, ecc.). Per seguire queste regole l’individuo deve ignorare le proprie sensazioni alimentari ed elaborare alcune strategie (ad esempio, non trovarsi in presenza di alimenti non autorizzati);

fase 2: le sensazioni alimentari sono percepite ma non possono più essere rispettate. Il comportamento dell’individuo è progressivamente dominato da schemi di pensiero dicotomici del tipo “se mangio un alimento vietato, devo mangiarne tanto perché non potrò più mangiarlo in futuro” oppure “se mangio tanti alimenti autorizzati mi passerà la voglia di mangiare quelli vietati”. Questi schemi inducono emozioni centrate sulla paura di aver fame, sulla paura che manchi il cibo, sulla colpa e sulla frustrazione. Sono quindi le credenze e le emozioni che controllano il comportamento alimentare a discapito delle sensazioni fisiologiche;

fase 3: le sensazioni alimentari non sono più percepite. L’individuo non prova né fame, né sazietà né appetiti specifici. A questo punto il controllo cognitivo diventa l’unico controllo possibile del comportamento alimentare;

fase 4: il comportamento alimentare è in balia delle emozioni. L’individuo non riesce più a controllare volontariamente il suo comportamento alimentare sul lungo termine. Alterna periodi di controllo mentale a periodi di controllo emotivo che possono tradursi in pasti esageratamente abbondanti, compulsioni a mangiare o vere e proprie abbuffate. Una minore resistenza fisica e mentale, degli eventi di vita oppure la semplice trasgressione di un divieto alimentare può scatenare una perdita di controllo.

La restrizione cognitiva si può inoltre manifestare con quattro gradi di gravità: leggera (so di aver fame ma non devo mangiare), moderata (so di non aver più fame ma non riesco a fermarmi), severa (non so più se ho ancora fame oppure se ho mangiato abbastanza), terminale (mangio senza aver fame e non riesco più a controllare nulla).

 

Quali implicazioni terapeutiche? 

Il semplice fatto di seguire una dieta dimagrante oppure un programma di alimentazione “equilibrata” sia su richiesta medica sia in modo spontaneo induce l’individuo ad abbandonare un’alimentazione intuitiva a favore di un’alimentazione riflessiva, fondata su delle credenze. Questo tipo di comportamento alimentare corrisponde a una restrizione cognitiva o “controllo mentale dell’alimentazione”. Il livello di restrizione cognitiva può variare da una semplice sconnessione dalle proprie sensazioni alimentari a veri e propri disturbi del comportamento alimentare. La restrizione cognitiva deve quindi essere considerata alla meglio come un fattore di rischio per i disturbi del comportamento alimentare e alla peggio come un disturbo del comportamento alimentare in sé. Di fronte a un paziente in stato di restrizione cognitiva, il primo obiettivo sarà di aiutarlo a ritrovare un comportamento alimentare guidato dai suoi sistemi di regolazione fisiologica e dalle sue preferenze alimentari. Una psicoterapia a orientamento cognitivo consentirà di lavorare sui processi di pensiero disfunzionali che portano a ignorare le proprie sensazioni di fame e sazietà e a mangiare in base a dei criteri esterni. Il fatto di mangiare seguendo invece i propri criteri interni dovrebbe consentire alle persone di recuperare un peso forma che dipende a sua volta dalla propria eredità genetica, dal proprio stile di vita e dalla propria storia alimentare e ponderale. Questo set point è, oggettivamente, il peso auspicato, anche se non corrisponde alle tabelle del peso ideale o ai criteri di moda. Il lavoro sul comportamento alimentare per abbandonare lo stato di restrizione cognitiva deve spesso essere accompagnato da un lavoro psicoterapeutico per identificare risposte non alimentari a problemi di natura non alimentare (emotivi, relazionali) e per accettare e convivere con il proprio set point (Apfeldorfer & Zermati, 2001).

 

(Ripreso con autorizzazione dell’autrice da State of Mind )

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Fare attività fisica ed allontanarsi dagli zuccheri: sembra incredibile


Gli effetti dell’attività fisica aiutano a prevenire i tumori anche in età avanzata. Lo conferma uno studio della Vermont University su oltre 17 mila uomini in un arco di più di 20 anni. Le conclusioni che verranno presentate al congresso annuale di oncologia  americana (ASCO) sono tutte a favore di un effetto “scudo” prolungato nel tempo: in particolare fra gli uomini che, arrivati a 50 anni in buona forma fisica, hanno mantenuto una  attività sportiva, le probabilità di sviluppare il cancro erano più basse del 68 % in generale e del 38 % specificatamente per i tumori del colon retto.

Anche il rischio cardiovascolare parallelamente diminuiva del 23 %. Per quanto riguarda invece una alimentazione priva di  zuccheri e carboidrati raffinati lo studio EPICOR su 44.000 soggetti in 22 centri di rilevamento ha dimostrato una ridotta incidenza di danni cardiovascolari con riduzione fino all’87 % di ictus!

Personalmente essendo ormai un giocatore di golf ormai master (sopra i 70 anni) guardo con attenzione nel mio circolo deliziosi vecchietti (old old) che si sparano 18 buche a piedi su campi intrisi di pioggia senza alcuna fatica. Per quanto riguarda l’alimentazione, se consideriamo che l’esame PET per diagnosticare un  tumore  si esegue con glucosio radio marcato l’idea di stare lontani dagli zuccheri non è poi così peregrina.

Le Zone Blu


Dan Buettner, esploratore e scrittore è un giornalista scientifico che ha realizzato numerose spedizioni globali interattive online.  Il libro, pubblicato dalla National Geographic, riporta le sue ricerche sulla longevità e con il termine  Zone Blu  vengono definite le  zone del globo ove vi è maggiore concentrazione di longevi. Fra le prime classificate è riportata l’isola di Okinawa, seguono la Sardegna, la cittadina di Loma Linda in California e la penisola di Nicoya nel Costa Rica. L’autore sintetizza in 9 punti i segreti di queste popolazioni  e come pneumologo che si occupa di prevenzione e longevità  nei fumatori…mi piace  sintetizzarveli  in questo blog.

Fatta la doverosa premessa che nessuno dei longevi ha mai fumato ecco i 9 punti:

1° camminare a passo relativamente svelto (5 km ora) per 30 minuti almeno 5 volte alla settimana

2° ridurre del 20 % l’apporto nutrizionale a conferma che la restrizione calorica è l’unico marker che sposta la sopravvivenza

3° puntare su una alimentazione ricca di cereali e povera di carni in particolare privilegiare le verdure crude . Mangiare tutti i giorni 25 grammi di frutta in guscio ( ricca di omega 3 ).

4° bere alcoolici con moderazione ma bere almeno un bicchiere di vino rosso al giorno ed in particolare il canonau sardo evidentemente ricco di resveratrolo integratore che  senpre più sta diventando il best seller di questi ultimi anni

5° darsi uno scopo nella vita – consiglio valido a 360 gradi in quanto l’obbiettivo è comunque di svegliarsi al mattino con una motivazione che potrebbe anche semplicemente essere quella di accudire figli o nipoti o il proprio orticello….

6° rallentare il ritmo della propria vita anche semplicemente fermandosi ogni tanto a contemplare la natura , allontanarsi dal rumore e meditare.  La meditazione sembra essere molto importante nel ridurre la infiammazione dei tessuti ed ormai è assodato che l’ infiammazione è la premessa di ogni malattia. Una alternativa alla meditazione, procedura non semplice per noi occidentali figli di Cartesio, potrebbe essere la respirazione secondo il metodo del prof. Buteiko. Esercitatevi 15 minuti due volte al giorno a fare solo 6 atti respiratori profondi al minuto e tutti i vostri parametri biologici rallenteranno. La pressione arteriosa si riduce , la frequenza cardiaca si abbassa e tutto il metabolismo rallenta. Il prof. Parati ha recentemente confermato questi dati in uno studio ad alta quota effettuato su un gruppo di volontari dell’Istituto Auxologico.

7° abbracciate una religione qualsiasi , anche il buddismo e partecipate almeno una volta al mese a riunioni di adepti.

8° occupatevi dei vostri famigliari o anche semplicemente dei vostri amici

9° abbiate un carattere gradevole e state assieme ad un amico o ad un parente  almeno 30 minuti al giorno .

ed in tutto questo pare che la genetica incida solo del 25 %  per non parlare degli eventi stocastici come quello di finire sotto una macchina…auguri cari amici e buon lavoro.