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La vita dopo Lost. Ovvero: la mente si nutre di racconti e misteri


Due giorni al termine dell’epica narrata da Lost. Più la scadenza si avvicina, e più i commentatori centrano l’attenzione sui contenuti mitologici, alchemici, spiritualistici, esoterici, occulti, massonici, numerologici, teosofici, archetipici del più originale e intrigante serial tv – ormai possiamo affermarlo a piena ragione – mai realizzato nella storia della scatola magica.

La tv rappresenta, per molti versi, il simulacro e l’altare a cui la nostra epoca immola vite e su cui costruisce molte credenze. Si discute più di quanto avviene in tv, anche nelle forme più involute e becere, che non di filosofia, religione, credenze, vita e morte o, comunque, interrogativi aperti ed eternamente insoluti della nostra esistenza. E proprio nel momento in cui internet insidia il potere massificante della dea tv, Lost riacciuffa e riporta alla scatola magica milioni di cervelli e di menti in tutto il mondo, con i meccanismi che sono proprio dei fondatori di nuove credenze o movimenti religiosi. Strutturare dogmi e renderli accettabili. Instillare la fede nella psiche dei lostdipendenti.

La genialità degli autori di Lost sta, tra le altre cose, nell’aver preso una banale trama di avventure esotiche (naufragio, in questo caso incidente aereo, soliti sopravvissuti dai caratteri e trascorsi variegati, isola misteriosa in cui perdersi, ritorno problematico alla civiltà) e shakerarli per bene con tutti i generi conosciuti della narrazione cinematografica e non. Ma ancor più, nell’aver introdotto nel cocktail componenti che funzionano da millenni: senso e gusto del mistero, aldiqua e aldilà, destino e libero arbitrio, varianti esistenziali, simbolismo, presenze salvifiche contrapposte e mescolate a quelle distruttive, ambigue e inquietanti.

E, ancora, qualche olivetta di fisica post-einsteiniana, mixata a filosofia oriental-buddhista e cultura spiritica: relatività del tempo e dello spazio (paradossi o loop temporali), provvisorietà di ogni esperienza terrena, rimescolamento delle categorie alto-basso, positivo-negativo, vita-morte, realtà-fantasia, vero-falso. Dalla cultura spiritica e teosofica deriva invece la dimensione ultraterrena di piano astrale, dove ricordi, fantasie o immaginazioni, possono strutturarsi in esperienze “reali” in modo estemporaneo, senza consequenzialità spazio-temporale.  E, appunto, l’isola più che un aldilà generico, assomiglia davvero al concetto di piano astrale, o ai piani di esistenza ultraterreni descritti nella letteratura spiritica e teosofica. Rimandi sono anche al concetto, sempre di matrice teosofica-antroposofica, del piano (archivio o campo) Akashico (in cui sarebbero “registrate”, e quindi recuperabili, tutte le vicende umane – molto simile all’etere tv in cui si dispiega Lost, se vogliamo).

A un episodio dalla conclusione, gli autori dicono che saranno svelati i misteri grandi, ma non quelli piccoli. E’ giusto. Ma ancora più saggio sarebbe non spiegare un bel nulla. Le narrazione leggendarie e le grandi epiche misteriche, raccontano, non spiegano. E se gli autori di Lost, fatte le debite proporzioni, possono essere assimilati agli autori dell’ Epopea di Gilgamesh – ma anche della Bhagavad Gita, l’Odissea, l’Isola del tesoro, Il signore delle mosche, Il mago di Oz o la narrativa di Allan Poe, Borges, ma pure Philip K. Dick (Ubik in particolare) e Stephen King – sono riusciti a ricreare la stessa passione che la mente umana ha sempre nutrito per questo tipo di intrecci, Lost dovrebbe rimanere una narrazione zeppa di misteri parzialmente o totalmente insoluti. Da che mondo è mondo, il fascino risiede in ciò che non trova spiegazione. Non in ciò che è completamente compreso.

Il tema dell’isola è centrale e determinante. Isola come luogo a parte. Luogo dei misteri. Separato dal resto del mondo. Dove tutto può accadere. “Se esistono luoghi particolarmente amati dall’immaginario, questi sono le isole. Un’isola, infatti, al contrario del continente, sul quale il meraviglioso si trova sempre inserito in un insieme che ne ‘diluisce’ il fascino, costituisce  un universo chiuso, ripiegato su se stesso, al di fuori delle leggi comuni: dal punto di vista estetico, si avvicina al ‘genere’ del medaglione, in cui il ritratto viene inserito in una cornice cesellata apposta per lui, fatta su misura. L’isola è dunque, per sua natura, un luogo in cui il meraviglioso esiste di per se stesso, al di fuori delle leggi comuni e sottoposto a regole che gli si attagliano: è il luogo dell’arbitrario. L’essere normale che approda a un’isola non può mantenere intatti tutti i caratteri a lui peculiari, se decide di rimanervi: deve pertanto scegliere tra l’allontanarsene e il rivestire la nuova natura che essa gli impone”. Chissà se gli autori di Lost hanno mai letto questo brano. Scritto più di vent’anni prima dalla medievalista Claude Kappler (Demoni mostri e meraviglie alla fine del Medioevo).

Le tracce che portano a Lost sono disseminate in una miriade di riferimenti della cultura umana. L’atmosfera e la filosofia di Lost sono già presenti, ad esempio, nell’arte dei surrealisti e in particolare di Salvador Dalì – là dove compaiono gli ‘orologi molli’. Ognuno di noi si interroga sul senso dello scorrere del tempo, dell’essere e non essere, di chi fino a poco fa c’era e un attimo dopo non c’è più. Sulla possibilità che la nostra vita, o quella dei nostri cari, sarebbe potuta andare diversamente da come è andata.

Lost agisce e cattura come narrazione (per quanto assurda possa apparire: spostare un’isola non è certo come parcheggiare un’auto), l’ambientazione, i caratteri interpretati dagli attori. Ma ancor più per la capacità di evocare, risvegliare, stuzzicare in chi lo segue, il senso del mistero. Se, come narratore e filmmaker, azzecchi questa formula, hai vinto: perché da sempre la mente umana si nutre di narrazione e mistero. Come genere narrativo Lost si inscrive nel realismo magico (vedi anche la relativa voce italiana su Wikipedia: praticamente l’intero elenco di “aspetti comuni” del genere viene soddisfatto). Un genere che, se ben congegnato tra misteri e suspense, riscuote sempre successo.

“Life After Lost” è il titolo del servizio che James Poniewozik firma su Time di questa settimana (nelle pagine web è inoltre possibile trovare un godibilissimo ed efficace “ABC di Lost in 108 secondi”), in cui la serie viene giustamente definita “una storia complessa per tempi complessi”. La vita dopo Lost è quella dei creatori di storie leggendarie e misteriose. Che riescono a catturare le menti di milioni di persone. Agganciandole con una necessità mai sopita della mente umana: il senso del mistero. Tanto Dan Brown che gli autori di Lost ne hanno intercettato l’esigenza. Proprio in un’epoca che pareva ormai votata allo scientismo e all’oggettività. Un’epoca psicosociale che, al contrario, riscopre, se non il gusto, la tendenza a perdersi nell’inconsueto e nell’inverosimile.

La domanda finale è: la mente umana può credere a tutto? La risposta è sì. Non sempre e non dovunque, in ogni caso. Ma l’esperimento di massa messo a punto da Lost è perfettamente riuscito. Potremmo vederla come una applicazione della ‘social trance’, definizione e fenomenologia che trovano sempre più interesse e seguito in vari contesti.

Non dimentichiamo infatti la cosa più importante, dal punto di vista psicologico: chi ha seguito Lost negli anni, dall’inizio alla fine, come ho scritto in precedenza, ha sospeso il giudizio (pur tentando di dare ragione dei molteplici misteri della vicenda). Facendo ciò, si è sottoposto una sorta di ipnosi di massa. Tra i cardini fondamentali per poter essere soggetti all’ipnosi, ci sono appunto i fenomeni psicologici della dissonanza e flessibilità cognitiva. Stati mentali che il lostomane non ha potuto fare a meno di frequentare. Alla grande.

News: lunedì 24 maggio, a partire dalle 16.30, sarà possibile vedere l’episodio conclusivo di Lost introdotto e commentato da Aldo Grasso (il critico tv e docente, convinto assertore di Lost come “capolavoro”) e Massimo Scaglioni (Università Cattolica, Milano).

Lost: mitologia, pseudoscienza, lostologia e lostopatia


Giunge a conclusione Lost dopo 5 anni di misteri, intrecci narrativi, riferimenti culturali, filosofici e religiosi di ogni genere. Morti e resurrezioni, viaggi avanti e indietro nello spazio e nel tempo. Fantascienza, thriller, horror. Sentimentale, avventuroso, drammatico, persino comico. Praticamente ogni genere narrativo è stato utilizzato e rimescolato per ottenere un serial che non ha eguali nella storia della tv. Lo spettatore regolare di Lost diventa un “credente” in Lost. Attende ogni nuova serie, ogni nuova puntata, con la medesima trepidazione con cui ci si accosta ad un rito. Ancora, oltre che lostologi, studiosi di Lost, si finisce pure un po’ lostopati. Malati di Lost.

La lostdipendenza si cura non solo con una nuova serie – ormai destinata a concludersi (salvo ripensamenti e film successivi) – ma anche attraverso la discussione con le migliaia e migliaia di lostopati sparsi per il mondo e raggiungibili grazie al web. Siccome tutte le categorie classiche sono sovvertite (effetto che precede la causa, tempo che scorre in modo non lineare ma circolare), chi segue Lost si immerge in una esperienza onirica, allucinatoria. In più, inizia a pensare a possibili intepretazioni di quanto seguito, strutturando nella propria mente l’equivalente di una pseudoscienza. Proprio come si tenterebbe di fare al risveglio, cercando di intepretare un sogno. Nel caso di Lost, un incubo.

L’astuzia narrativa e psicologica degli sceneggiatori (J.J. Abrams,  Damon Lindelof, Jeffrey Lieber, Carlton Cuse ) è stata quella di creare un sistema di credenze, dietro apparenti fatti, tali da costituire, in pratica, una fede. Lo spettatore viene progressivamente e sempre più spiazzato, fino ai limiti della credibilità narrativa. Per vedere e soprattutto seguire Lost occorre sospendere il giudizio. Abbandonarsi semplicemente e totalmente alle incongruenze della non-storia. Dove esistono sì personaggi, luoghi e fatti, ma all’interno di ciò che più di una storia è un mito. E come nella mitologia esseri umani interagiscono con esseri misteriosi e soprannaturali, cosi in Lost i protagonisti si rapportano a fenomeni, situazioni e presenze apparentemente soprannaturali. Più che una storia Lost è una atmosfera narrativa, molto simile alla scia di fumo nero che appare e scompare misteriosamente sull’altrettanto misteriosa isola sperduta nelle pieghe spazio-temporali.

Se le credenze religiose, se la mitologia funzionano da migliaia di anni, Lost, costruito sui medesimi principi, agisce sulla mente di quanti (e sono molti milioni nel mondo, con tanto di libri e siti dedicati alla “lostologia”, si veda ad esempio Lost University) lo seguono e vi si appassionano. Se la passione per il soprannaturale, il fantastico e il paranormale è così diffusa, Lost è costruito per tutti coloro che desiderano lasciarsi ammaliare dal mistero e, contemporaneamente, cercarne la soluzione, provare a formulare congetture, costruire ipotesi interpretative. Il trucco sta nel disseminare qua e là simboli esoterici, presenze e rimandi occulti. La mente di chi segue la narrazione sarà indotta a cercarne spiegazione, interpretazione e significato.

Il poster della stagione finale, qui riprodotto, rimanda ai vasti reami oscuri dell’inconscio. Su cui i personaggi, piccini piccini, intrepretano il loro ruolo. Un po’ come un iceberg, di cui la parte sommersa è molto più vasta rispetto a quella che emerge dalle acque. Lost pesca negli archetipi e ce li mostra. Ma non ce li spiega. Se li spiegasse completamente, non sarebbero più archetipi né, tantomeno, misteri. In questo sta la forza di Lost: mostrare e non spiegare. Mostrare e confondere. Potrebbe essere così, ma pure il contario. O in una infinità di altri modi. La fede si nutre e regge su tutte queste antinomie e contrasti.

Il “sommerso” oscuro di Lost è molto più di ciò che si percepisce. E, appunto, tutto ciò che abbiamo visto in cinque anni di episodi, non è mai ciò che appare. Esiste una realtà ordinaria e una più profonda. E Lost rappresenta un universo quantistico dove tutto è possibile e attuabile.

“Tutto sarà spiegato”, promettono gli autori per l’ultima stagione della serie. Ragionevolmente, per poter spiegare tutto quanto avvenuto in Lost, vi sono ben poche opzioni: o è la creazione fantastica di un’unica mente, oppure tutti i soggetti sono stati sottoposti ad un esperimento di immersione in un mondo allucinato, virtuale o, ancora, bisognerà ricorrere ad un espediente da universi paralleli.  Ma una mitologia o una credenza, se pienamente tali, non devono necessariamente trovare conclusione né, tantomeno, spiegazione. Sono tali, punto. Anche se una conclusione così aperta e problematica lascerebbe con l’amaro in bocca gran parte dei lostopati.

Ma c’è un’ultima opzione, la più lineare e semplice. Lost è quello che è: semplicemente un serial tv recitato da un gruppo di attori.

Comunque sia, Lost rimane unico. E diventerà negli anni ancor più serie di culto, sulla scia della mitica Ai confini della realtà – i cui titoli in bianco e nero vengono rievocati nei titoli di testa e di coda in Lost. Un tributo a Twilight Zone, titolo originale di Ai confini della realtà, che conteneva, all’interno di episodi però unici e autoconclusivi, già tutti gli elementi, espedienti e trucchi narrativi di Lost.