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A me gli occhi! Il potere dissociativo dello sguardo


hypnotistDa sempre maghi, mesmeristi e ipnotizzatori hanno usato il potere di fascinazione dello sguardo per modificare lo stato di coscienza del prossimo. Come? Il solo fatto di osservare intensamente negli occhi un nostro simile (o noi stessi allo specchio), in condizioni di scarsa illuminazione o luce soffusa, determina un restringimento della percezione e induce veri e propri sintomi dissociativi, nonché qualcosa di simile alle allucinazioni. Tutte condizioni della nostra mente che aprono la strada alla possibilità di essere suggestionati, influenzati e manipolati, dato che ci troviamo non in uno stato di completa attenzione e vigilanza, ma bensì in una condizione molto simile al sogno. Dove, appunto, anche le cose più assurde divengono reali. Si potrebbe estendere la considerazione anche a molte situazioni di imbroglio e truffa, condizioni in cui il truffatore, ma pure il ladro, riesca a convogliare l’attenzione del malcapitato operando una modificazione e un restringimento della coscienza vigile.

Giovanni Caputo, psicologo e ricercatore dell’Università di Urbino di cui abbiamo già parlato riguardo una sua ricerca relativa all’uso dello specchio per fare emergere contenuti inconsci,  ha condotto un esperimento su 20 giovani adulti (di cui 15 erano donne) facendoli fissare dritti negli occhi da un partner per 10 minuti. Manipolando l’illuminazione nella stanza, in modo da mantenerla abbastanza luminosa per consentire ai volontari di vedere le caratteristiche del viso del loro partner, ma abbastanza abbassata per attenuare la percezione del colorito.

In sostanza, questo questa condizione interpersonale aveva lo scopo di indurre sintomi dissociativi, con relativo corollario di senso di depersonalizzazione (sensazione come di vivere in un sogno, senso di distacco dal mondo, come se si osservasse la vita da dietro un vetro o in mezzo alla nebbia) e fenomeni simil-allucinatori di carattere temporaneo (vivere o fare cose irreali come in sogno).

L’osservazione fissa e diretta negli occhi per dieci minuti, in condizioni di illuminazione ridotta (le modalità sono descritte nel lavoro scientifico), hanno fatto sperimentare ai partecipanti fenomeni simil-allucinatori in cui vedevano il volto del partner trasformarsi, deformarsi, cambiare tratti sessuali, addirittura assumere aspetti animaleschi e mostruosi. Considerando che la dissociazione è caratterizzata da una interruzione o discontinuità nella normale integrazione di coscienza, memoria, identità, emozioni, percezioni, rappresentazione del corpo, controllo motorio e comportamento, viene spontaneo considerare come molti riti magici, sciamanici, religiosi, ma pure spettacolari e illusionistici, traggano vantaggio da tali condizioni dissociative indotte per “inserirsi” con suggestioni volute dall’operatore, o dagli operatori, nella mente del prossimo.

«Una possibile spiegazione dei risultati di questo esperimento – commenta Giovanni Caputo – può essere la deprivazione sensoriale  (illuminazione bassa), il fatto di guardare intensamente verso uno stimolo (l’altra faccia) che induce un livello generale di dissociazione. L’apparizione di una faccia strana interrompe momentaneamente lo stato dissociativo provocando una temporanea allucinazione. In altre parole, l’apparizione della faccia strana può essere una forma di rimbalzo a “realtà” che si verifica da un generale stato di dissociazione provocato dalla deprivazione sensoriale».

A livello empirico, i maghi hanno da sempre giocato sulla scenografia e sulla gestione delle luci, nonché sul catturare l’attenzione su di sé, sul proprio sguardo intenso e sulla gesticolazione, per indurre stati che sono molto simili a quelli descritti da Giovanni Caputo. Aggiungiamoci pure che medium e spiritisti, hanno da sempre realizzato le proprie esperienze in condizioni di scarsa o nulla illuminazione. Con l’attenzione rivolta, hypnotised2.jpgalla catena medianica, al tavolo, o alla tavoletta ouija o al bicchierino che si muove sul tabellone. Giovanni Caputo sottolinea il rapporto stretto tra dissociazione e allucinazione, la quale potrebbe essere una forma di compensazione o di rimbalzo. Inoltre, aggiunge, significati dissociati all’interno del sé potrebbero essere proiettati (attribuiti) sull’altra persona reale al di fuori di sé.

Per approfondire:

Caputo GB, Dissociation and hallucinations in dyads engaged through interpersonal gazing, Psychiatry Res. 2015 Aug 30;228(3):659-63. doi: 10.1016/j.psychres.2015.04.050

Gli specchi, la psiche e l’inconscio

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Guardare e non vedere: la cecità attentiva in uno sketch dei Monty Python


CompletamenteDiversoE’ il caso di dirlo: e ora qualcosa di completamente diverso. Per gli amanti del gruppo di comici inglesi Monty Python si tratta del titolo di un famosissimo film a sketch del 1971(And Now for Something Completely Different). Per lo psicologo e illusionista Richard Wiseman (Psychology Department, University of Hertfordshire, Hatfield, Hertfordshire, UK) è anche l’assunto per parlare, in forma divertente, di un fenomeno che riguarda tutti noi, chi più, chi meno: la cecità attentiva (inattentional blindness). Sembra una contraddizione in termini, ma solo all’apparenza.

Come si può essere “attenti” e contemporaneamente “ciechi”? Se ci pensiamo, ci accade tutti i giorni. Guardiano, ma non vediamo. Non vediamo, né tantomeno ricordiamo, cose, oggetti, situazioni che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Spesso ogni momento. Senza guardare: descrivete il quadrante del vostro orologio. Oppure la prima schermata del vostro palmare. Oppure la targa della vostra automobile. Non è semplice, vero? Eppure quante volte li avrete visti, diciamo migliaia di volte? Altro esempio: quando parcheggiamo l’auto, magari stiamo telefonando o pensando ad altro, e quando è il momento di andarla a riprendere, non ricordiamo più dove l’abbiamo messa. Ancora peggio: i casi, fortunatamente rari, ma tragicamente accaduti, di bambini piccoli “dimenticati” in auto.

A maggior ragione, e questo fa parte strettamente del fenomeno definito “cecità attentiva”,  non cogliamo “qualcosa di completamente diverso” che entra nel nostro campo visivo e non c’entra nulla con l’insieme della storia che il nostro cervello si sta raccontando rispetto alla scena a cui stiamo assistendo. Uno degli esperimenti più noti e disarmanti, per chi ne è rimasto vittima la prima volta, è quello del gorilla (in altre versioni un orso, oppure una donna con l’ombrello) che transita e si batte il petto dietro un gruppo di ragazzi che si stanno passando una palla da basket. I ragazzi indossano magliette di diverso colore, bianche e nere, e al soggetto che guarda la scena viene chiesto di osservare e contare i passaggi tra la squadra dei neri (oppure dei bianchi).

Almeno il 50% delle persone che guardano questo filmato, non vedono il gorilla (o la donna con l’ombrello). Da qui la considerazione che la nostra visione è fortemente condizionata dall’attenzione che prestiamo a un particolare piuttosto che ad un altro. Il tutto è ulteriormente amplificato dall’uso, ad esempio, degli smartphone. Dall’avvento dei primi cellulari, gli psicologi che studiano questo fenomeno si sono resi conto, anche attraverso appositi esperimenti, che la gente al cellulare è maggiormente distratta rispetto alla visione d’insieme. E non potrebbe essere altrimenti (da qui gli incidenti di chi guida col cellulare all’orecchio). Un esperimento famoso al riguardo, anche questo presente in rete, è quello del clown che passa in monociclo e la gente al cellulare manco se ne accorge. Per cui, più che mantelli e sostanze che ci renderebbero invisibili, basterebbe studiare come deviare l’attenzione da ciò che non si vuole mostrare. Vi ricorda qualcosa?

Sulla “cecità attentiva”, come per altre modalità funzionamento e di percezione della nostra mente, vanno a nozze maghi e mentalisti. Quello che a prima vista sembra magia, soprannaturale o paranormale, sono in realtà trucchi, a volte vecchi di decenni, se non di secoli, studiati per ingannare la nostra mente e la nostra percezione. Proprio di Richard Wiseman, che non a caso si occupa ed ha scritto un libro sul paranormale, circola in rete un filmato strabiliante, spesso utilizzato in corsi di formazione ed illusionismo. Wiseman è seduto ad un tavolo con a fianco una donna. Mostra un gioco di carte e vi chiede di cercare di cogliere il trucco. Mentre voi siete impegnati ad osservare le mani e le carte, nella scena cambia tutto: magliette, sfondo, tovaglia, colori, persona a fianco. Quando alla fine vi viene mostrato il filmato dei cambiamenti, tutti quelli che non li hanno colti, avvertono un misto di sorpresa e frustrazione.  Dicevo prima che su queste modalità della mente vanno a nozze maghi e mentalisti, ma se ci pensate, pure i truffatori.

Ma tornado all’inizio di questo discorso, lo psicologo e illusionista Richard Wiseman ha preso spunto da uno sketch dei MontyMonty Python per fornire un ulteriore esempio di “cecità attentiva”. In un articolo pubblicato da i-Perception con la collega Caroline Watt (Psychology Department, University of Edinburgh, Edinburgh, UK) descrive lo sketch “Ypres 1914, The Short Straw” oppure “Ypres 1914 – Abandoned” (episodio 12, dicembre 1970, dalla serie “Monty Python’s Flying Circus”) facendo notare che sono presenti sullo sfondo delle figure incongrue. Provate a fare un esperimento con tale filmato con un gruppo di persone, dicendo di seguire con attenzione la scena degli attori in primo piano (sarete facilitati dal fatto che è in inglese). Mostrando l’episodio, non tutti notano le figure inappropriate (almeno, non tutte quante le figure che non c’entrano nulla con la scena in primo piano). Però, occorre scovare l’episodio giusto in rete, non uno delle numerose repliche. Altrimenti le figure inappropriate non le vedrete davvero mai! Vi abbiamo aiutato pure in questo: qui di seguito il link esatto allo sketch dei favolosi e leggendari Monty Python. Buon esperimento, e buon divertimento.

Sketch dei Monty Python (si ringrazia Andrea Bianchi per avere scovato quello esatto)

Versione modificata dello sketch commentato in polacco con ulteriore intruso…spaziale

Articolo di Richard Wiseman e Caroline Watt

Sull’esperimento del gorilla e altri esempi di cecità attentiva:

Simons, D. (2011). Another early study of inattentional blindness. Retrieved from
http://www.theinvisiblegorilla.com/

Simons, D. J., & Chabris, C. F. (1999). Gorillas in our midst: Sustained inattentional blindness for dynamic
events. Perception, 28, 1059–1074. doi:10.1068/p2952

Esperimento del clown in monociclo

Richard Wiseman e il suo “Colour Changing Card Trick” (alla rivelazione finale è presente pure una vecchia conoscenza della inattentional blindness )

Su Richard Wiseman vedi anche: 

Il paranormale di Richard Wiseman

59 Secondi. La scienza del cambiamento rapido applicata agli altri. Come Richard Wiseman ritrova e fa ritrovare i portafogli

A volte ritornano (medium). Neewsweek “Talking to the Dead: The Science of Necromancy”

Alfred Binet, l’illusionismo e il cinema


Webdocumentaire Alfred Binet-page-001Alfred Binet (1857–1911) è stato un vero genio della psicologia scientifica. Allievo di Jean-Martin Charcot alla Salpêtrière, inventò i test d’intelligenza. Fu un precursore in molti campi e praticamente si interessò, anche con esperimenti originali, di parecchi degli attuali settori di indagine della psicologia e delle neuroscienze: ipnosi, memoria, false memorie, apprendimento, emozioni, coscienza normale e alterata, aspetti psicologici del cinema e della fotografia, inganno e illusione. Questi ultimi campi di ricerca, ingaggiando e studiando, tra l’altro, cinque maghi tra i migliori di Francia dei suoi tempi. Figlio di un medico e di una artista, ereditò e mise a frutto la genetica familiare in un miscuglio originale di creatività e scienza.

Praticamente misconosciuto in Italia (non esiste una sola biografia su di lui), pur potendolo considerare anche un pochino italiano: nasce infatti a Nizza quando faceva ancora parte del Regno di Sardegna con il nome di Alfredo Binetti. Per chi volesse colmare la lacuna, ecco un ottimo e recente webdocumentario francese dal titolo Alfred Binet. Naissance de la psychologie scientifique. Ideato e scritto da Alexander Klein e Philip Thomine (che è anche il regista), sotto la direzione scientifica di Bernard Andrieu, questo webdocumentario ripercorre la vita e l’opera dello psicologo francese attraverso documenti d’archivio e interventi di specialisti di storia della psicologia e della pedagogia.

Fraudologia: imparare a truffare per non essere truffati. Ovvero: l’effetto “nonna di cappuccetto rosso”


NEWS: Matteo Rampin, psichiatra e coautore di questo volume, martedì 13 aprile ore 12.45 sarà intervistato da Corrado Augias all’interno della sua trasmissione di libri Le Storie (Raitre).

Ecco un testo che mancava e di cui si sentiva veramente l’esigenza: Fraudologia.Teoria e tecniche della truffa (Scuola di Palo Alto, Milano, 2010, pp. 430, euro 22). Che tra l’altro introduce in italiano il neologismo “fraudologia”.  Un poderoso manuale sulla psicologia dell’inganno, redatto da uno psichiatra, Matteo Rampin, e un analista di frodi bancarie nonché esperto di sicurezza informatica, Ruben Caris.

C’era un settore di indagine psico-sociale scoperto, almeno nel nostro paese, riguardo a come vengano congegnate, perpetrate e messe a segno le truffe nelle varie modalità oggi concesse, oltretutto dalla tecnologia informatica. Ciò che un tempo infatti poteva attuarsi unicamente faccia a faccia, oppure nelle piazze di paese, per il truffatore di professione oggi è disponibile la platea internazionale. La globale piazza telematica rappresentata da internet.

Un parente anziano di Vigevano, nel pavese, mi raccontava che presso la chiesa che frequenta per seguire la messa domenicale del mattino, a fine funzione, sono saliti sul pulpito due poliziotti, un uomo e una donna. Introdotti dal sacerdote, tra lo stupore dei partecipanti, hanno iniziato a parlare di come difendersi e scongiurare le truffe, particolarmente quelle a danno degli anziani. Una volta terminato, hanno distribuito ai presenti degli stampati che riassumevano i principali consigli (non aprire ad estranei, non fermarsi ad ascoltare prolissi discorsi per strada, non fidarsi neppure di gente che si presenta a casa in divisa, chiamare sempre e comunque la polizia in caso di dubbio).

Quella delle truffe, specialmente a danno degli anziani (tra i delitti più deprecabili, odiosi e vigliacchi) è ormai ben più che una piaga sociale. Ma non solo a loro danno. Tutto ciò che concerne internet, comprende una estesa ognanizzazione  criminale di ogni paese, dedita a studiare ed applicare i modi (spesso grezzi, grossolani e illetterati) per turlupinare il prossimo. Il primo e principale consiglio è sempre: esercitare l’attenzione. Non farsi distrarre. Non rispondere e non dare corda in automatico. In queste falle della nostra mente, i truffatori gettano l’esca per farci abboccare.

Questo volume che, ci auguriamo, veda la nascita di un sito internet dedicato agli aggiornamenti in tema di psicologia della truffa (i domini fraudologia.it e .com sono già stati registrati dagli autori), passa in rassegna quanto è possibile conoscere, comprendere e contrastare rispetto alle tecniche messe a punto per frodare e truffare il prossimo. Non dimentichiamoci che, tanto il borseggiatore che il truffatore di professione, studiano dalla mattina alla sera il modo migliore per trarre vantaggio dalle proprie azioni ai danni del prossimo.

Contrastare efficacemente i truffatori non può più essere lasciato al caso, ma deve prevedere regolari e ripetuti periodi di addestramento per le persone. Specialmente quando si trovino in periodi di maggiore vulnerabilità e fragilità psicologica, come gli anziani. Ma il tema dell’imbroglio torna anche in ambiti sociali e collettivi come tutti sappiamo: le grandi frodi finanziarie e gli inganni della politica, ad esempio.

Truffare ed essere truffati fanno parte della natura umana. Già quando, da bambini, ci raccontano le favole, o ci parlano di Babbo Natale, ci stanno “truffando” – anche se a fin di bene. E il truffatore abile, sfrutta questo imprinting psicologico che risale alla nostra infanzia: spacciarsi per un altro (quello che definisco effetto “babbo natale” o “nonna di cappuccetto rosso”), raccontarci fandonie e farci credere che ci farà del bene. Per fregarci.

In termini generali, l’inganno e la truffa rappresentano fenomeni tra i più interessanti da studiare per comprendere come funzioni la mente umana. Spiega giustamente Rampin in questo manuale, che gli esseri umani sono più simili che diversi, e ognuno di noi alberga dentro di sé il bisogno di credere, nonché la propensione a cadere vittima dei nostri stessi errori. Diceva un altro studioso dei comportamenti umani, che molti di noi si costruiscono da sé trappole, gabbie e prigioni, da cui poi tentano per tutta la vita di evadere e fuggire.

Studiare la psicologia della truffa non soltanto ci può mettere al riparo dal cadere vittime di imbrogli, ma pure chiarire qualcosa in più su noi stessi. Non a caso uno dei padri fondatori della psicologia, William James, scrisse un testo rivelatore fin dal titolo: La volontà di credere. Dare retta ai nostri simili e, quindi, esserne influenzati, nel bene e nel male, è da sempre  la nostra salvezza e la nostra fregatura di umani.

Ho chiesto a Matteo Rampin: qual è la caratteristica principale per non cadere vittima dei truffatori?

“Conoscere” è l’unica arma che abbiamo contro i truffatori. Ovviamente, la caratteristica personologica correlata è la “voglia di conoscere”, intesa come disposizione a non accontentarsi delle apparenze – insomma, il buon vecchio spirito critico, che a quanto pare oggi è messo in soffitta da molti!

E qualche domanda al coautore di Fraudologia, Ruben Caris.

Come vi è nata l’idea di questo volume?

Ancor prima di conoscerci, entrambi volevamo sviluppare un saggio che trattasse i principi dell’inganno propri del mondo della truffa, anche se con sfumature diverse dettate dalle nostre specifiche professionalità. Un giorno scoprii per caso Pensare come un mago, di Rampin: era, oltre che geniale, realizzato esattamente come stavo strutturando i miei appunti. Volli assolutamente conoscere l’autore di persona: la sua cordialità e disponibilità hanno fatto il resto. Abbiamo dunque unito le nostre professionalità: ci è parso naturale, quasi inevitabile per due persone che si occupano entrambe di comportamenti ingannevoli.

Perché avete introdotto il termine “fraudologia” anziché mantenere, che so, “psicologia dell’inganno”?

La psicologia dell’inganno è una categoria più vasta: i comportamenti messi in atto nell’interazione tra truffatore e vittima hanno alcune peculiarità che li differenziano dai comportamenti ingannevoli in generale. Il neologismo “Fraudologia” (in realtà termine di uso comune in Romania) vuole quindi identificare questi comportamenti e le loro dinamiche.

Quanto ritenete vi aiuti in questo tipo di studi, l’essere entrambi appassionati di illusionismo?

E’ un enorme aiuto: l’illusionismo permette uno sguardo in profondità nei meccanismi di induzione in errore, che nessun’altra disciplina permette.

Un illusionista viene frodato tanto quanto un comune mortale, oppure ha più risorse per difendersi?

Tutti sono potenziali vittime della frode: inoltre, chi si sente “sicuro” perchè conosce i meccanismi della truffa, potrebbe abbassare la guardia ed essere addirittura più vulnerabile! L’importante, allora, è conservare una atteggiamento umile, e soprattutto curioso nei confronti del comportamenti degli esseri umani, ricordando sempre che, come dicono gli anglosassoni, “i pranzi gratis non esistono”.

Com’è andata la collaborazione tra uno psichiatra ed un esperto di sicurezza e frodi bancarie?

Lo psichiatra è la figura professionale più autorevole se si vuole approfondire l’interazione corpo-mente nell’inganno cognitivo. Per me è stata una ulteriore lente attraverso la quale studiare nel profondo le dinamiche dei modus operandi fraudolenti.

Aggiornamenti: è nato il sito Fraudologia.