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Hereafter. Sulla morte e il dopo


Viviamo nell’era del corpo. Cosa non si farebbe per il corpo. Per mantenerlo sano. Efficiente. Tonico. Scattante. Eternamente bello e giovane. Se è il caso, ricorrendo pure a qualche sortilegio. Del tipo di quello immaginato da Oscar Wilde nel suo profetico Ritratto di Dorian Gray. Ma prima o poi lo dobbiamo lasciare. Anche se rimuoviamo costantemente il pensiero della morte. Anche se ci confrontiamo con la tetra regina del mondo solo in occasione della perdita di qualcuno che ci è caro. Così è, almeno il Occidente. Tutti votati alla materia, al profitto e alla competizione.

Andate a vedere Hereafter. E’ un film straordinario. Meglio di un trattato sulla psicologia della perdita, del distacco e del lutto (ma due riferimenti bibliografici vanno comunque suggeriti: Attaccamento e perdita dello psichiatra e psicoanalista inglese John Bowlby e L’esperienza del distacco della psicologa junghiana Verena Kast). La sceneggiatura – avvincente, incalzante, mai pedante nonostante la tematica, a tratti persino lieve e divertente – è di Peter Morgan (autore tra l’altro di una serie di storie per altrettanti film di notevole presa: L’ultimo Re di Scozia, Frost/Nixon, Il maledetto United, I due presidenti e, per la tv, Longford).

Il film affronta le controversie riguardo la perdita, il lutto e il dopo vita, passando in rassegna i dubbi di ognuno, i soggetti, più fasulli che autentici, che si dicono in grado di creare un contatto, dietro compenso, con le entità dei trapassati. E, ancora, le visioni di coloro che si dicono “andati e tornati” nell’altra dimesione. Testimonianze che iniziarono ad essere divulgate, al di fuori dell’ambiente scientifico, verso la fine degli anni Settanta, in particolare con il libro La vita oltre la vita del medico e filosofo statunitense Raymond Moody (13 milioni di copie in tutto il mondo, segno di una esigenza psicologica di risposte non solo religiose alla questione del dopo vita).

Nel capolavoro di Clint Eastwood, vengono tra l’altro accennati riferimenti a personaggi come la psichiatra e psicotanatologa Elisabeth Kübler Ross (un volume su tutti La morte e il morire, in cui traccia e descrive, per la prima volta, le cinque fasi psicologiche attraverso cui transita il malato terminale). Elisabeth Kübler Ross nella seconda parte della sua vita professionale e di ricerca si è professata decisamente pro “aldilà”, supportando le sue convinzioni con gli studi sulle esperienze “pre-mortali” o in “prossimità della morte” (NDE, near-death experiences).

Cosa accade dunque alla nostra mente, alla nostra coscienza dopo la morte del cervello? “Si spegne tutto, come spegnere la luce, e fine. Il buio totale, il vuoto totale”, dice un personaggio del film. Oppure?

Perché abbiamo un tale terrore della morte? Nostra, e dei nostri cari? Quell’angoscia di morte che poi è alla base di molti disturbi mentali, gli attacchi di panico in primo luogo. Clint Eastwood ce ne mostra il lato straziante. La morte improvvisa, incidentale, inaspettata. E il trauma che ne segue. Il vuoto che rimane. Ce ne mostra lo sgomento e le lacrime silenziose. Quel sordo dolore che prende il petto e lacera la mente e le carni. Ci mostra la ricerca che alcuni attuano, non attraverso la fede, ma passando per i mille imbroglioni “psichici” a pagamento. Dai circoli spiritici,  ai falsi medium, alle presunte voci dall’aldilà. Nella disperata speranza di ristabilire un qualsiasi contatto, anche illusorio, con l’affetto perduto. Una carrellata che, in modo più grottesco, ci aveva già mostrato Federico Fellini, grande esperto di tematiche paranormali e amico del sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol.

E poi, sempre in Hereafter, una splendida figura di sensitivo suo malgrado, recalcitrante, molto verosimile, anche nelle sue percezioni e visioni extrasensoriali, interpretata da Matt Damon. L’idea che percorre il film è che un cervello vittima di traumi o alterazioni, sia in qualche caso in grado di sintonizzarsi su altre realtà, non comunemente percepibili da nostri sensi ordinari.

Ciò è testimoniato nella storia delle credenze e del pensiero umano. Nelle pratiche di alterazione della coscienza, attraverso la trance, con o senza uso di sostanze psicotrope. E, nell’ultimo secolo, dagli studi  senza speranza intrapresi dallo spiritismo, dalla ricerca psichica e, infine, dalla parapsicologia. Studi che non hanno portato a certezze gobalmente condivisibili – e come potrebbe essere altrimenti? Tutto in definitiva avviene, sempre e comunque, “hereafter”. Nell’aldiqua, appunto. Quando il bambino chiede dove vadano le entità dopo che è stato stabilito un contatto con esse, il sensitivo risponde di non saperlo. “Ma come, hai fatto tante sedute e ancora non lo sai?”. “No, non lo so”. E il mistero rimane. E ognuno resta con l’alternarsi delle proprie credenze, dubbi, speranze, negazioni, sofferenze.

“A gran parte di noi ripugna pensare alla propria morte. Passiamo la maggior parte della vita ad accumulare beni o a fare innumerevoli progetti, come se dovessimo vivere all’infinito” (Dalai Lama).

Il nostro tempo nega semplicemente la morte, e con ciò la base ideologica dell’esistenza. Anziché percepire la morte, la sofferenza, il dolore come le spinte più forti della vita, come la base della sovranità umana, l’individuo è portato o costretto a rimuovere il sentimento della morte come uno ‘scandalo’. Qui sta la causa dell’appiattimento di quasi ogni altra esperienza, dell’inquietudine che pervade oggi tutta l’esistenza” (Erich Fromm).

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Avatar e stati di coscienza


Chi  ha  visto Avatar,  il nuovo film di James Cameron, non è rimasto indifferente. Tutt’altro. Quasi tutti i critici e recensori ne parlano come di una “esperienza”. E di questo, in effetti, si tratta. Più che il classico film visto tanto per distrarsi o divertirsi un paio d’ore. Anche se il piacere della visione non manca. Anzi.

La trama New Age ed ecologista, si basa sulla dicotomia natura-tecnologia, interessi materiali-vissuti spirituali. L’ottusità del potere e della  prepotenza dei singoli  rispetto alla vita comunitaria, il rapporto intimo, profondo, con l’ambiente naturale. Molti i riferimenti allo zen (“Non può essere riempita una tazza già colma”), allo sciamanesimo, allo spiritualismo, alla reincarnazione (o alla trasmigrazione dell’anima o meglio, della coscienza, qui tentata in modo scientifico e temporaneo, poi ottenuta stabilmente per via sciamanica – da cui il seguito del prossimo Avatar), alle esperienze fuori dal corpo (OBE, out of the body experience), al soprannaturale e al misticismo. Produttore esecutivo di Avatar è del resto Colin Wilson, studioso e profondo conoscitore di tutte le tematiche connesse al paranormale, autore di molti saggi su temi esoterici e parapsicologici, oltreché nell’ambito della fantascienza. Con Avatar, Wilson e Cameron hanno realizzato un vero e proprio compendio di temi esoterici e paranormali contrapposti alla scienza positivista. E ci hanno messo dentro temi da inconscio collettivo, come quello del “doppio” o della “grande madre”. Un film decisamente junghiano.

Il viaggio in un altrove generato dalla geniale mente di Cameron è assicurato. Si tratta di una anticipazione delle esperienze sensoriali di realtà virtuale che, da qui a qualche decennio, consentiranno di viaggiare in mondi, reali o immaginari, fantastici e perfetti in ogni particolare, totalmente creati dai computer. I sogni diventeranno sempre più parte della nostra realtà. Anzi, il confine tra onirico e reale sarà un concetto sempre più sfumato.

Cameron ha inseguito la realizzazione di questa storia in 3D per diversi anni, attendendo che la grafica computerizzata evolvesse al punto di poter realizzare un progetto così ricco e complesso.  Riuscendo ora a realizzare il film più costoso di tutta la storia del cinema. Ma pure destinato a diventare il più visto. Dando luogo ad una nuova saga fantascientifica.

Come riferisce Massimo Gaggi (Corriere della Sera, 30.01.10) Cameron ha atteso l’evoluzione delle nuove tecnologie, che gli hanno consentito di “perfezionare la cinematografia tridimensionale fino a realizzare sequenze flash nelle quali le immagini vengono proiettate alternativamente all’occhio destro e a quello sinistro ma a una velocità tale – 24 volte al secondo – dal dare allo spettatore la sensazione della simultaneità”.

James Cameron è ben addentro anche alle questioni neuropsicologiche attuali. Quando gli chiedono se nel suo lavoro relativo ad Avatar prevalga più l’arte o l’ingegneria, risponde che ha dovuto utilizzare “tutti e due i lobi del cervello, quello della creatività, indispensabile per emozionare gli spettatori, e quello della disciplina perché altrimenti sarebbe impossibile condurre in porto un film. Un’impresa nella quale centinaia di ingegneri e tecnici informatici hanno lavorato per due anni  e mezzo a creare immagini e sfondi prima che sul set arrivasse il primo attore. Che poi è stato costretto a recitare in una stanza vuota, su uno sfondo bianco”.

Sulla simbologia del film, Cameron risponde: “Il film contiene messaggi universali, è contro tutti i colonialismi, dall’impero romano alle conquiste spagnole, fino ai giorni nostri”. L’abilità e la furbizia del film è pure quella di evocare vari ricordi e immagini sedimentati nella nostra memoria. Dai nativi americani, agli Incas e ai Maya, ad esempio, con rispettivi morfologie, credenze e rituali. “Vuole trasmettere il suo messaggio attraverso le emozioni – prosegue Cameron. Usa idee semplici. Qualcuno dice semplicistiche. Io rispondo: no, viscerali”.

Cameron ha creato un mondo e un linguaggio. Su un altro pianeta. Da un’altra parte. E ci consente di visitarlo. Anzi, di entrarci dentro. Come avatar, appunto. Il termine, ormai in uso nella blogsfera come sinonimo di “personalità digitale”, deriva in effetti dal sanscrito, col significato di incarnazione, o meglio, discesa in terra  della divinità. Un po’ divinità lo siamo, quando ci muoviamo in un ambiente di realtà virtuale. E l’avatar di Cameron si muove e interagisce, con un altro suo sé, in un pianeta extraterrestre. Il pianeta Pandora, terra esotica situata nel sistema stellare di Alpha Centauri.

Cameron (non dimentichiamo che, oltre che regista e specialista in effetti speciali, è pure uomo di scienza, laureato in fisica) non ha lasciato nulla al caso, sia dal puno di vista tecnico che simbolico. Avatar, Pandora, Alpha Centauri: sono tutti lemmi che evocano nella nostra mente sensazioni, emozioni, ricordi. E il suo Avatar è una esperienza di modificazione dello stato di coscienza allo stato puro.

Il cinema concede al nostro cervello di vivere un lasso di tempo sganciato dalla realtà personale, per farsi catturare da quella narrata sullo schermo. Per questo il cinema è anche terapeutico.  Avatar è questo tipo di esperienza, onirica ma eccezionalmente reale, ai massimi livelli. C’è pure la possibilità di proseguire l’esperienza a casa nostra, attraverso una webcam, collegandosi a Pandorama.

Non sappiamo ancora se visitatori alieni giungano fin qui a bordo di misteriose quanto inafferrabili astronavi (per non parlare delle arzigogolate quanto flebili tracce nei campi di grano). Ma la nostra voglia di entrare in contatto con altri mondi e altre genti galattiche, in parte soddisfatta da una produzione fantascientifica sempre più evoluta e sofisticata, è certamente molto reale ed intensa.