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La scienza improbabile di Iannuzzo


scienzaimpr001C’era una volta la parapsicologia. L’idea che si potessero studiare fatti anomali, sia della sfera fisica che mentale, con gli strumenti della scienza. Idea che risaliva, in continuità storica, allo spiritismo. Una anomalia, di per sé, commistione di generi in cui vi era addirittura la pretesa di dimostrare la sopravvivenza dell’anima, l’esistenza dell’ aldilà e la possibilità di comunicare con gli spiriti attraverso soggetti particolari che fungessero da ponte interdimensionale e, per questo, chiamati medium. Intermediari tra questa dimensione terrena, materiale, e quella ultraterrena.

Come hanno dimostrato gli storici, uomini di cultura e di scienza, a cavallo dell’Ottocento-Novecento, tra cui nomi importanti e un paio di Nobel, che si sono occupati di spiritismo e in seguito di parapsicologia, pur utilizzando approcci razionali e sperimentali, erano comunque mossi da forti istanze di tipo filosofico, per non dire religioso. Cos’è del resto il paranormale se non la visione di un mondo parallelo a quello ordinario, non rispondente alle medesime leggi codificate del mondo fisico noto? Cos’è la parapsicologia se non una sorta di religione laica, precedente all’avvento della New Age, che confida nella realtà di certi fenomeni paranormali per asserire, se non dimostrare, l’esistenza di altre dimensioni, di altre realtà fuori e oltre l’ordinario della  vita quotidiana? Cos’è la parapsicologia se non il tentativo di recuperare una visione pre-positivistica e pre-materialistica dell’esistenza, con i mezzi, le procedure e persino le statistiche introdotti dal metodo scientifico?

Oggi si tende a tirare in ballo la fisica quantistica, principi di non località, e amenità del genere, per sostenere che prevedere il futuro, comunicare da mente a mente, vedere avvenimenti a distanza, spostare o deformare oggetti fisici solo con la forza del pensiero,  sia da ritenersi normale e fattibile se considerato dal punto di vista della dimensione quantistica. In realtà, ancora nessuno sa come e se avvengano i fenomeni paranormali. Come e se siano studiabili in modo accertato e ripetibile, con metodi sperimentali, in laboratorio. Come e se sia possibile sfuggire ai trucchi e agli inganni di prestigiatori e mentalisti di professione, per un scienziato che certi inganni manco immagina. Come e se sia possibile costruire una scienza che si affidi soprattutto ai racconti personali, alle esperienze e alle interpretazioni soggettive.

Ecco perché uno psichiatra e uno studioso di anomalie psichiche come Giovanni Iannuzzo, ormai con una tale esperienza di decenni e riflessioni alle spalle che fanno di lui uno dei più fini e profondi analizzatori di certe tematiche al mondo,  scrive e pubblica qualche mese fa un testo dal titolo “La scienza improbabile. Parapsicologia e ricerca sull’esistenza e sopravvivenza dell’anima”. Un testo che si destina soprattutto ad altri studiosi, storici, filosofi, psicologi e psichiatri, non certo a chi voglia avere la rassicurazione che tutti i parapsicologi hanno inseguito, vanamente, in centotrentadue anni, come ci ricorda Giovanni Iannuzzo: il paranormale esiste ed è stato dimostrato in mondo incontestabile.

Viceversa, verso la conclusione di questo denso e ricco volume: «Non esiste in atto alcuna scoperta sui fenomeni parapsicologici che sia stata confermata dalla comunità scientifica internazionale, secondo i metodi e i criteri da essa comunemente accettati per tutte le scienze. I dati storici sono incontrovertibili». Una scienza solo nelle intenzioni, quindi. Improbabile, per l’appunto. Quindi buttiamo nella spazzatura tutto ciò che la parapsicologia ha fatto, pensato, discusso, battagliato con i critici, in quasi un secolo e mezzo? Perché mai. Proprio le infinite diatribe tra parapsicologi e scettici-critici del paranormale, stando solo a questo, hanno prodotto tra i più entusiasmanti e suggestivi dibattiti epistemologici, di storia e filosofia della scienza. Le istanze interiori che, come nota Iannuzzo, hanno portato gli indagatori psichici a studiare certe anomalie della nostra vita, sono del resto antiche quanto l’uomo. Seguono e si adattano ai vari periodi storici. Ai cambiamenti culturali, scientifici e tecnologici delle varie epoche. Ciò che un tempo era considerato sovrannaturale, i parapsicologi vollero tramutare in paranormale e, essi stessi sostennero, un giorno sarà considerato normale. E per certi versi, così è avvenuto.

Stati modificati di coscienza. Esperienze “fuori dal corpo” e prossime alla morte. Per citare solo queste. Oggi rientrano in ambiti che sono territorio della psicologia, della psichiatria, dell’antropologia e delle neuroscienze. Ma gran parte del merito nel mantenere vivo l’interesse verso le esperienze anomale della psiche, lo riconoscono pure gli scettici, lo si deve proprio alla costanza, alla tenacia e all’impegno dei parapsicologi. Che hanno riempito, tanto per dire, intere biblioteche, sia cartacee che digitali, di milioni di pagine e di file di testimonianze, studi sul campo, protocolli, tentativi sperimentali e considerazioni. Marco Margnelli, medico e neurofisiologo amico e maestro, pur interessato a queste tematiche, cinicamente li definiva “archivi dell’illusione”. Intendendo che un milione di pagine di aneddoti non avrebbero mai avuto la forza di un solo esperimento accertato e ripetibile.

Alla fine, del resto, il confronto umano si riduce sempre e comunque, anche in questa epoca, tra chi ritiene la vita frutto del caso, di dinamiche fisiche che prima o poi scopriremo sempre più nel dettaglio, e chi vede la vita e la realtà universali come parte di un insieme più vasto, pluridimensionale, alla cui origine vi sia l’elemento trascendente, spirituale. Ma al di fuori delle due vedute, è tuttavia stimolante e utile il confronto tra la visione dei parapsicologi e di quanti riducono tutto a dinamiche fisico-psicologiche. Proprio perché una parte dell’umanità necessita e vive di certe aspettative e credenze, anche fuori dall’ordinario. Ciò aiuta e sostiene molta gente nelle difficoltà della vita ordinaria. Altri non ne hanno bisogno. Ma l’umanità non è tutta uguale, o al medesimo livello. Né di comprensione, né di consapevolezza. Scrive lo psicologo Michael C. Corballis nel suo recente “La mente che vaga. Cosa fa il cervello quando siamo distratti”: «Nonostante la mancanza di prove, noi esseri umani sembriamo naturalmente inclini a credere nel potere della mente di trascendere la realtà fisica, tramite l’ESP, la chiaroveggenza, la telecinesi o la comunicazione con i defunti. Si tratta, almeno in parte, di un pio desiderio. Conforta pensare che le menti dei morti continuino a vivere e che siamo in grado di comunicare con loro – o che le nostre vite mentali si librino nell’aria dopoiannuzzook la morte, affrancate da un corpo ormai inutile».

E tra coloro che interpretano tali necessità come eterne e profonde di una parte dell’umanità e coloro che non ne avvertono il bisogno, si collocano studiosi e medici della mente come Giovanni Iannuzzo, impegnati in analisi, seppure improbabili per la scienze attuali, in ogni caso legittime ai fini della comprensione globale della nostre dinamiche mentali e comportamentali.

° Giovanni Iannuzzo, La scienza improbabile, 2016

° Michael C. Corballis, La mente che vaga, Raffaello Cortina Editore, 2016

° Catherine Offord, ESP on Trial, The Scientist, September 1, 2016

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Sei socievole? Ecco il segreto


socialeSul supplemento del Corriere della Sera, La lettura del 21 agosto, un articolo a cura di Giuseppe Remuzzi sviluppa un tema da me ampiamente trattato nel libro “Il cervello anarchico” e ripreso in collaborazione con il coblogger Pierangelo Garzia nel libro “Mitocondrio mon amour” entrambi editi da UTET.  Si tratta delle relazioni fra sistema immunitario e cervello.

In questo articolo di Remuzzi viene riportato uno studio pubblicato dalla rivista Nature e condotto da un gruppo di neuroscienziati dell’Università della Virginia. In tale studio, lavorando su topolini di laboratorio, si  è dimostrato che aumentando la produzione di interferone gamma prodotto dai linfociti T del sistema immunitario i topi diventavano più socievoli. Inibendo invece questa produzione gli animali di laboratorio perdevano socialità fini quasi a diventare autistici. Ma non è finito qui, in quanto i ricercatori sono riusciti a dimostrare che l’attività dell’inteferon gamma si realizzava in prevalenza sulle cellule cerebrali delle regioni prefrontali cioè quel tratto di neo corteccia che ha caratterizzato l’evoluzione dell’homo sapiens.

Da sempre come clinico mi sono impegnato verso i miei pazienti a prescrivere sostanze farmacologiche o fitoterapici attivatori del sistema immunitario al fine di migliorare la loro qualità di vita sia per quanto riguarda il tono dell’umore che la difesa dalle malattie e quest’ultima interessante scoperta conferma l’importanza delle relazioni fra sistema immunitario, sistema neuroendocrino e cervello nella evoluzione dell’homo sapiens. Ricordo il caso di una giovane paziente a cui avevo prescritto il fitoterapico in goccie estratto dal pelargonium sidoides (Kaloba il nome commerciale) indicato come prevenzione sulla bronchiti e molto attivo sulle celle macrofagiche a cui gli amici chiedevano se non avesse assunto cocaina considerata l’allegria che questa sostanza le induceva.

A me gli occhi! Il potere dissociativo dello sguardo


hypnotistDa sempre maghi, mesmeristi e ipnotizzatori hanno usato il potere di fascinazione dello sguardo per modificare lo stato di coscienza del prossimo. Come? Il solo fatto di osservare intensamente negli occhi un nostro simile (o noi stessi allo specchio), in condizioni di scarsa illuminazione o luce soffusa, determina un restringimento della percezione e induce veri e propri sintomi dissociativi, nonché qualcosa di simile alle allucinazioni. Tutte condizioni della nostra mente che aprono la strada alla possibilità di essere suggestionati, influenzati e manipolati, dato che ci troviamo non in uno stato di completa attenzione e vigilanza, ma bensì in una condizione molto simile al sogno. Dove, appunto, anche le cose più assurde divengono reali. Si potrebbe estendere la considerazione anche a molte situazioni di imbroglio e truffa, condizioni in cui il truffatore, ma pure il ladro, riesca a convogliare l’attenzione del malcapitato operando una modificazione e un restringimento della coscienza vigile.

Giovanni Caputo, psicologo e ricercatore dell’Università di Urbino di cui abbiamo già parlato riguardo una sua ricerca relativa all’uso dello specchio per fare emergere contenuti inconsci,  ha condotto un esperimento su 20 giovani adulti (di cui 15 erano donne) facendoli fissare dritti negli occhi da un partner per 10 minuti. Manipolando l’illuminazione nella stanza, in modo da mantenerla abbastanza luminosa per consentire ai volontari di vedere le caratteristiche del viso del loro partner, ma abbastanza abbassata per attenuare la percezione del colorito.

In sostanza, questo questa condizione interpersonale aveva lo scopo di indurre sintomi dissociativi, con relativo corollario di senso di depersonalizzazione (sensazione come di vivere in un sogno, senso di distacco dal mondo, come se si osservasse la vita da dietro un vetro o in mezzo alla nebbia) e fenomeni simil-allucinatori di carattere temporaneo (vivere o fare cose irreali come in sogno).

L’osservazione fissa e diretta negli occhi per dieci minuti, in condizioni di illuminazione ridotta (le modalità sono descritte nel lavoro scientifico), hanno fatto sperimentare ai partecipanti fenomeni simil-allucinatori in cui vedevano il volto del partner trasformarsi, deformarsi, cambiare tratti sessuali, addirittura assumere aspetti animaleschi e mostruosi. Considerando che la dissociazione è caratterizzata da una interruzione o discontinuità nella normale integrazione di coscienza, memoria, identità, emozioni, percezioni, rappresentazione del corpo, controllo motorio e comportamento, viene spontaneo considerare come molti riti magici, sciamanici, religiosi, ma pure spettacolari e illusionistici, traggano vantaggio da tali condizioni dissociative indotte per “inserirsi” con suggestioni volute dall’operatore, o dagli operatori, nella mente del prossimo.

«Una possibile spiegazione dei risultati di questo esperimento – commenta Giovanni Caputo – può essere la deprivazione sensoriale  (illuminazione bassa), il fatto di guardare intensamente verso uno stimolo (l’altra faccia) che induce un livello generale di dissociazione. L’apparizione di una faccia strana interrompe momentaneamente lo stato dissociativo provocando una temporanea allucinazione. In altre parole, l’apparizione della faccia strana può essere una forma di rimbalzo a “realtà” che si verifica da un generale stato di dissociazione provocato dalla deprivazione sensoriale».

A livello empirico, i maghi hanno da sempre giocato sulla scenografia e sulla gestione delle luci, nonché sul catturare l’attenzione su di sé, sul proprio sguardo intenso e sulla gesticolazione, per indurre stati che sono molto simili a quelli descritti da Giovanni Caputo. Aggiungiamoci pure che medium e spiritisti, hanno da sempre realizzato le proprie esperienze in condizioni di scarsa o nulla illuminazione. Con l’attenzione rivolta, hypnotised2.jpgalla catena medianica, al tavolo, o alla tavoletta ouija o al bicchierino che si muove sul tabellone. Giovanni Caputo sottolinea il rapporto stretto tra dissociazione e allucinazione, la quale potrebbe essere una forma di compensazione o di rimbalzo. Inoltre, aggiunge, significati dissociati all’interno del sé potrebbero essere proiettati (attribuiti) sull’altra persona reale al di fuori di sé.

Per approfondire:

Caputo GB, Dissociation and hallucinations in dyads engaged through interpersonal gazing, Psychiatry Res. 2015 Aug 30;228(3):659-63. doi: 10.1016/j.psychres.2015.04.050

Gli specchi, la psiche e l’inconscio

La psicoterapia è scientifica? Intervista a Maurilio Orbecchi


MaurilioOrbecchiPrima era tutto nella trascendentale anima. Poi nella più accessibile psiche. Dopo nella più vicina mente. Ora nel più determinabile cervello. Ma pure corpo. E ambiente. E naturalmente genetica. Dopo i millenari trascorsi religiosi e filosofici, la natura della nostra mente, conscia e inconscia, è stata patrimonio scientifico della psicologia e della psicoterapia per buona parte del secolo scorso. Sulla strada inizialmente tracciata dai due fondatori della psicologia dinamica e del profondo, Freud e Jung, si sono in seguito sviluppate centinaia e centinaia di indirizzi psicoterapeutici. Ortodossi ed eterodossi. Scientifici ed alternativi. Accreditati e new age. Così ad un certo punto, anche per questa eterogeneità di scuole e indirizzi, ci si è posti il problema di indagare alcune questioni fondamentali: come e perché la psicoterapia è efficace? Ancora più a monte: è realmente efficace? E se è efficace, in base a quali principi, metodi, caratteristiche di chi la pratica?

Lo sviluppo delle neuroscienze, delle tecniche di neuroimaging, di rinnovata testistica psicologica e di metanalisi della letteratura scientifica, stanno gradualmente consentendo di rispondere alle suddette domande. Anche se da più parti, anche dall’interno, ad esempio, della stessa psicoanalisi, viene lamentata una situazione di profonda crisi. Non soltanto culturale, ma proprio pratica. Lo psicoanalista Arnold Richards nel suo recente articolo dal titolo “Psicoanalisi in crisi: il pericolo dell’ideologia” (Psychoanalytic Review, 102(3), June 2015) traccia un quadro piuttosto fosco della disciplina freudiana. Rivendicandone di pari passo l’autonomia e l’originalità intellettuale, da disgiungere dai progressi delle ricerche sul cervello. Per un altro verso, proprio in questo periodo, si è potuto leggere un articolo a firma di psichiatri e psicologi, impegnati nella pratica e nella ricerca psicoterapica, su “L’influenza ambientale sul cervello, il benessere umano e la salute mentale” (Tost H, Champagne FA, Meyer-Lindenberg A, Nature Neuroscience, 2015 Oct;18(10):1421-3). In pratica, quanto un fattore modificabile come l’ambiente, sia interno che esterno, possa influire sul nostro benessere mentale. E qualcuno potrebbe aggiungere che proprio la psicoterapia, la terapia delle parole, rappresenta un fattore esterno, modificabile ed adattabile, in grado di influenzare e modificare la biochimica cerebrale. Andando ad agire su quei meccanismi di plasticità cerebrale su cui tutti ormai concordano.

Ma per quanti si vogliano aggiornare, a dispetto della nutrita letteratura internazionale, sia in forma di articoli che manuali e saggistica, non esistono molti volumi prodotti da autori italiani sulla revisione scientifica, anche critica, della psicoterapia. Chi recentemente si è lanciato in questa impresa titanica è Maurilio Orbecchi con il suo saggio Biologia dell’anima. Teoria dell’evoluzione e psicoterapia (Bollati Boringhieri). Un saggio volutamente contenuto nel numero delle pagine e dei pur numerosi rimandi bibliografici, che tuttavia, al lettore attento, appare come lo sforzo di sintesi e di chiarezza di un medico, psicologo clinico, psichiatra e psicoterapeuta, impegnato da decenni tanto nella ricerca, nella pratica terapeutica che nella didattica. Molte le domande e le riflessioni che la lettura del suo volume ci ha suscitato. Così abbiamo contattato Maurilio Orbecchi che ha accettato di farsi intervistare sui temi del suo nuovo saggio e su quanto ne consegue. Ecco il risultato dell’intervista.

Cosa rimane nell’attuale psicoterapia di Freud e di Jung? 

Alla luce degli sviluppi scientifici davvero poco. Forse di Jung può rimanere la simbologia, mentre di Freud, nel momento in cui entrano in crisi il concetto di libido, le fasi sessuali, il complesso di Edipo, la pulsione di morte, la rimozione, la sublimazione, il transfert e l’interpretazione si rompe proprio il cuore centrale del sistema. Eppure, nella pratica quotidiana, la maggior parte degli analisti che si riconoscono nei sistemi istituzionali freudiani e junghiani utilizza tuttora strumenti interpretativi e linguaggio dei rispettivi fondatori. E’ una realtà facilmente constatabile quando si scorrono i programmi di formazione delle scuole di specialità, dei seminari, o quando si leggono le loro pubblicazioni, gli scritti e anche le discussioni nei gruppi online, che sono il ritrovo della maggioranza degli operatori non particolarmente informati delle nuove conoscenze offerte della ricerca scientifica.

Sono teorie che permangono anche tra gli analisti più informati del progresso scientifico, quelli che hanno introdotto concetti nuovi e hanno portato in psicoanalisi la svolta relazionale, una svolta giunta in forte ritardo, ma comunque da me molto apprezzata, come scrivo nel libro. Non capisco come mi si possa accusare di non tenere conto che ci sono dei cambiamenti all’interno della psicoanalisi, come hanno fatto il Presidente della Spi, la società ufficiale freudiana, e un altro critico, quando invece io ho avuto sincere frasi di apprezzamento nei confronti di alcuni importanti esponenti della Psicoanalisi relazionale dei quali cui ho utilizzato ampie citazioni, in senso positivo, nel libro.

D’altra parte il rinnovamento delle scuole ortodosse è ben lungi dall’essere completo e molti psicoanalisti continuano a usare questi concetti, anche se alcuni di loro ne parlano in senso simbolico: come se volesse dire qualcosa “il complesso di Edipo simbolicamente parlando”. Trasformare un’affermazione empirica in una simbolica è tipico delle religioni. È l’operazione che per esempio fanno i teologi con il libro della Genesi per attribuirle una nuova validità, dopo che è stata dimostrata la sua irrealtà. Già questo è un artificio, perché originariamente il libro della Genesi era storico, non simbolico. Comunque se posso capire questa operazione per una religione, che senso ha per il pensiero scientifico ripetere la stessa azione? E’ come se un domani, qualora per assurdo fosse dimostrata la falsità della struttura elicoidale del DNA, noi continuassimo a parlare di struttura elicoidale in senso simbolico. Sarebbe scientificamente assurdo. I concetti psicologici come il complesso di Edipo, non possono fare eccezioni, altrimenti non si capisce più di cosa stiamo parlando.

E poi, se davvero gli psicoanalisti fossero così cambiati, per quale motivo i programmi di formazione della Società psicoanalitica continuano a insegnare concetti superati come quelli di Freud e dei suoi continuatori, mentre sono ancora chiusi alle discipline scientifiche e alla nuova teoria condivisa? Perché invece non presentano in maniera critica i concetti freudiani, dichiarandoli apertamente prescientifici e separando il loro insegnamento dai concetti scientifici? La realtà è che i loro programmi di formazione sono ancorati al Medioevo della psicologia e un analista che si diploma con quei programmi esce del tutto impreparato.

I postfreudiani più informati hanno comunque svolto un lavoro di rinnovamento maggiore degli junghiani. Questi, a parte alcuni studiosi come l’inglese Anthony Stevens, che peraltro presenta un’interpretazione un po’ forzata e davvero troppo benevola delle teorie junghiane, sono ancorati a teorie superate, poco coerenti con la scienza.

Gli junghiani sono persi nel loro mondo New Age con gli archetipi e la teoria della sincronicità, tanto utilizzata dagli scrittori best seller del realismo magico, come Paulo Coelho, per vendere libri di facile successo.

Chiamare la scienza col termine dispregiativo “oggettivante”, invece che oggettiva, come fanno Jung e i tanti post-junghiani come Hillman, è stucchevole, così come introdurre in psicologia categorie ipotetiche fuori luogo, come la spiritualità e l’anima, non necessarie per comprendere la complessità biologica e psicologica, nonché l’interiorità e l’affettività dell’essere umano.

Jung fondava la sua teoria della sincronicità sui lavori di un ricercatore americano, Joseph Banks Rhine, che pretendeva di aver accertato l’esistenza di esperienze parapsicologiche attraverso carte con cinque simboli elementari (cerchio, croce, quadrato, onde, stella). Jung non aveva capito che questi lavori erano perlomeno falsati da aspettative che interferivano coi risultati. Del resto vennero smascherati solo dopo la sua morte. Oggi i post-junghiani avrebbero la possibilità di accedere direttamente tramite internet a tutte le confutazioni scientifiche invece di continuare a dare per accertate esperienze parapsicologiche che non esistono. Per di più tutto il lavoro junghiano e post-junghiano di fondare la teoria della sincronicità sulla teoria dei quanti è pseudoscienza allo stato puro, anche quando fatta da un premio Nobel depresso e alcolista qual’era il famoso fisico quantistico Wolfgang Pauli, una persona quanto mai fragile e in condizioni di dipendenza psichica nei confronti di Jung.  Il microcosmo quantistico non funziona con le stesse leggi del macrocosmo, anche se lo si sostiene strumentalizzando un famoso fisico che è però un proprio paziente in un tentativo, per nulla professionale e certo poco elegante, di dare sostegno alle proprie idee metafisiche. In attesa di una “teoria del tutto” che unifichi questi due mondi, la pretesa di portare l’entanglement, ossia il legame tra due particelle che si muovono in sincronia dal microcosmo nucleare al mesocosmo, ossia il mondo complesso in cui viviamo, non ha semplicemente senso.

A grandi linee si potrebbe riassumere la differenza tra freudiani e junghiani ortodossi definendo le credenze degli uni pseudoscientiche, e quelle degli altri prevalentemente prescientifiche. I primi elaborano un sistema che vorrebbe essere oggettivo, mentre è fondato soltanto su intuizioni personali valide nel loro  sistema autoreferenziale che non si interseca con il mondo scientifico. I secondi invece mescolano il mondo oggettivo con un presunto mondo spirituale come gli alchimisti nel medioevo.

In entrambi i casi è il desiderio di una certezza ideologica di tipo religioso che impedisce loro di aggiornarsi e quindi di superare teorie morte che continuano a creare danni.

Cosa deve fare la psicoterapia per ritenersi scientifica?

Lo statuto di scientificità è applicabile nel momento in cui la comunità scientifica, nel suo insieme, è concorde al proposito. Si potrà perciò formare – e di fatto si sta formando – una visione teorica condivisa e unificata, su determinati temi, grazie alla conoscenza e alla coerenza con le discipline scientifiche vicine alla psicoterapia. Le più importanti sono: 1) le neuroscienze cognitive e affettive; 2) la biologia evoluzionistica; 3) la psicologia animale (in particolare la primatologia), e 4) la psicologia sperimentale. Faccio un esempio: se la psicologia animale e la psicologia sperimentale sono concordi nel dimostrare che gli stress infantili ripetuti sono traumatizzanti e dalle neuroscienze emergono rimodellanti di zone cerebrali e vie neurali per chi ha subito traumi il concetto è scientifico, mentre il complesso di Edipo poiché non trova alcun riscontro fuori del mondo delle credenze autoreferenziali freudiane, non lo è.

Lo statuto di scientificità non ha oggi più ragione di essere messo in discussione per la teoria dell’attaccamento, le carenze affettive, i maltrattamenti, i traumi infantili cumulativi, la dissociazione. Per questo motivo la guerra che ha attraversato la psicologia del profondo a cavallo del Novecento tra Pierre Janet, lo psichiatra francese che sosteneva traumi e dissociazione come origine e manifestazione delle nevrosi, e Sigmund Freud, con il complesso di Edipo e il concetto di rimozione, ha visto la netta vittoria postuma dell’illuminista francese contro il romantico viennese.

Il fatto che le discipline che ho citato non si insegnino nelle scuole private di specialità di psicoterapia dà l’idea della mancanza di preparazione con cui oggi si giunge alla possibilità di praticare la professione. Le scuole private di psicoterapia si sono rivelate scuole “di partito” ideologico e andrebbero chiuse, per riservare l’insegnamento della psicoterapia alle Università. Anche altre discipline, oltre a quelle nominate, sono fondamentali per la preparazione teorica di uno psicoterapeuta. Ce ne sono parecchie, ma mi limito a citare: biologia molecolare, genetica del comportamento, antropologia evoluzionistica, ecologia del comportamento umano, antropologia evoluzionistica, ma anche teoria della conoscenza e logica.

Occorre però essere consapevoli che la psicoterapia non potrà mai essere interamente scientifica, perché ha margini di intervento troppo ampi che dipendono dalla consapevolezza, dalla cultura, dall’empatia, dalla personalità del terapeuta. Già la medicina risente della parte umana e professionale del medico tanto che si parla di arte della medicina, figuriamoci la psicoterapia che è una disciplina maggiormente aleatoria.

La stessa base teorica della psicoterapia sarà pertanto sempre un’integrazione tra ciò che apprendiamo dalle neuroscienze, dalla teoria dell’evoluzione, dalla psicologia sperimentale e dalle altre discipline correlate con alcune parti che derivano dallo sviluppo della nostra cultura umanistica e altre  che risalgono alla personalità e in generale all’equilibrio di un autore. Sarà sempre più necessario avere chiara la differenza tra le une e le altre.

Qual è a suo parere la forma di psicoterapia maggiormente efficace sul piano clinico e in base alle attuali conoscenze neuroscientifiche?

Mi verrebbe da rispondere che la psicoterapia che funziona meglio è una psicoterapia che sia umana e non fanatica. Una psicoterapia, in altre parole, che non segue in maniera pedestre gli insegnamenti teorici di una scuola, ma che trova il suo fondamento nell’autenticità relazionale e affettiva che deriva dalla maturazione personale e dalla capacità culturale ed empatica, oltre che da una profonda esperienza del terapeuta.

Tutto questo però non basta: se l’analista non ha una base teorica fondata sulla scienza e non conosce i risultati delle ricerche scientifiche va inevitabilmente fuori strada trascinando con sé il paziente. Solo le ricerche scientifiche ci dicono quali sono i fattori traumatizzanti, e quali invece sono le convinzioni errate del terapeuta

Per questo motivo rimango sempre allibito quanto leggo psicoanalisti e “psicanalisti” (il termine con cui si definiscono i lacaniani) che parlano del fattore umano come di un loro campo specifico, contrapposto a coloro che conoscono la scienza che non si sa bene per quale motivo  non sarebbero umani. Questa è una pura razionalizzazione a copertura della loro pigrizia e ignoranza scientifica. Per quale motivo chi conosce la scienza non dovrebbe agire con umanità? Se mai è proprio la scienza che ci fa diventare umani facendoci conoscere i fattori che rendono fragile l’uomo. E’ la scienza che ci ha riportato sulla strada delle carenze affettive e dei maltrattamenti, dopo che Freud ci aveva fatto andare fuori strada per quasi un secolo con le sue fantasie incestuose.

Per questo motivo la psicoterapia migliore è quella che sa coniugare lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e di conseguenti aspetti teorici condivisi, come la teoria dell’attaccamento, con alcuni insegnamenti che derivano dalle scuole filosofiche greche, a partire dalla capacità di perseguire uno scopo nella vita che porti felicità a se stessi e agli altri, attraverso la creatività espressa in quella che Platone chiamava “una vita buona”, una vita proporzionata tra pensiero e sentimento, tra sé e gli altri, tra piacere e dovere. La felicità (Eu-demonia) per i greci, non va infatti identificata col piacere edonistico (Hedonia) che ne è solo una parte, come la domenica è solo uno dei sette giorni della settimana.

Per superare i propri problemi, in psicoterapia occorrono anche quelli che Pierre Hadot, il maggior studioso delle scuole filosofiche dell’antica Grecia, chiamava “esercizi spirituali” esercizi che si praticavano nelle scuole filosofiche secoli prima che in quelle cristiane.

Gli esercizi erano la bestia nera per i freudiani, che accusavano chi li praticava di prescrittività, pedagogia e di non fare vera analisi. Ma qualunque psicoterapia, compresa la psicoanalisi, in modo consapevole o meno, impone una lunga serie di pratiche a partire dalla capacità di mantenere la ritualità delle sedute, alla confessione, già praticata nelle scuole greche e poi fatta propria dal cristianesimo, allo sviluppo della distanza riflessiva con cui guardare a se stessi, alla capacità di accettare una posizione di relativa inferiorità nella diade analitica. E’ una pratica che contribuisce a un accudimento che non è una semplice regressione, come pensava Freud, ma un potente strumento terapeutico. Già Pierre Janet nella sua Analisi psicologica, che Freud ha imitato sotto tanti aspetti, a partire dal nome semplicemente capovolto per denominare la sua Psicoanalisi, si avvaleva consapevolmente e laicamente di esercizi e questo molti decenni prima che apparissero sulla scena gli psicologi cognitivo-comportamentali.

D’altra parte gli esercizi, in quanto non verbali, si rivolgono a un livello procedurale dell’individuo, per cui sono in realtà più profondi della classica “interpretazione” freudiana che non è affatto “profonda”, ma un semplice intervento cognitivo che trasmette informazioni (o credenze) con lo scopo di correggere altre precedenti credenze. Anche qui appare, come spesso nella storia, quella che lo psicologo e fisiologo tedesco Wilhelm Wund in opposizione a Karl Marx, chiamava “Eterogenesi dei fini”. Marx affermava che l’uomo, a differenza delle api che costruiscono un alveare preprogrammato, è in grado di progettare e pianificare con precisione il futuro degli eventi: in realtà, quando si persegue una finalità, è molto improbabile che questa si realizzi come immaginata. Se già con la costruzione di una casa in corso d’opera sono necessarie numerose varianti, in situazioni più complesse come un piano economico o politico, si può giungere addirittura all’opposto di quanto previsto inizialmente: per questo motivo Freud, volendo portare alla luce l’inconscio tramite un procedimento cognitivo, faceva una terapia più cognitiva della più superficiale delle cosiddette psicoterapie cognitive comportamentali. E tutto ciò senza minimamente accorgersene.

Qual è il contributo delle neuroscienze alla psicoterapia?

Le neuroscienze sono fondamentali. E’ stata la rivoluzione neuroscientifica, cominciata con  l’introduzione della Risonanza e della Tac, che ci ha consentito di studiare il cervello in vivo e di cominciare a capire come funziona davvero. Oggi abbiamo prove inconfutabili che la mente non è un’entità immateriale indipendente dal cervello e quindi dobbiamo considerare come sensazioni non soltanto concetti antichissimi come quelli di anima, spirito e Io, ma anche altri più recenti, come psiche e Sé. È il cervello a produrre la mente (a cui noi attribuiamo svariati nomi), così come il midollo produce le cellule sanguigne o il fegato la bile. C’è pero una fondamentale differenza con questi sistemi: la mente non è un prodotto passivo come la bile o l’urina, ma ha una formidabile capacità di azione e retroazione sul cervello e lo modifica costantemente e  fisicamente, creando nuove connessioni neurali. In altre parole potremmo dire che senza il cervello non avremmo la mente, anche senza la mente non avremmo il cervello così come lo conosciamo. Il sistema va però visto non soltanto come unità mente/cervello, ma come un sistema aperto che esiste soltanto grazie alla pressione dell’ambiente e del corpo. Il sistema mente/cervello è infatti relazionale: immaginarlo senza ambiente e senza corpo è un’astrazione. Non va neppure immaginato come statico, perché è dinamico come un flusso continuo.

Le neuroscienze sono il nostro básanos, la pietra citata da Socrate che veniva usata per capire se un metallo giallo era davvero oro oppure un falso. Il supposto oro era strisciato contro il básanos, sul quale doveva lasciare una particolare colorazione, altrimenti si trattava di un falso. Noi possiamo elaborare tutte le teorie interpretative della mente che vogliamo, ma se poi queste non risultano compatibili con gli studi neuroscientifici, dobbiamo avere la forza e il coraggio di separarcene. Le neuroscienze, per esempio, ci hanno dimostrato che l’organo cervello/mente ha una tipica struttura associativa/dissociativa. È quindi un risultato che ha validato la teoria della dissociazione e non quella della rimozione. Dalle neuroscienze (e dalla psicologia animale insieme a quella sperimentale) sappiamo che i traumi creano psicopatologia fin dai primi momenti di vita, perché disgregano le normali vie neurali come l’asse ipotalamo-ipofisario, o riducono i lobi prefrontali, o strutture limbiche importanti come l’ippocampo e l’amigdala. Per questo motivo se un cucciolo di mammifero (quale noi siamo), viene maltrattato, soffre di carenze affettive nei primi periodi di vita e rimane disturbato per tutta la vita. Aveva quindi ragione John Bowlby a considerare gli eventi reali come patogeni, così come descritto dalla teoria dell’attaccamento, piuttosto che Freud con il complesso mentale di Edipo o la Klein con il suo mondo fantasmatico. Le fantasie incestuose, il complesso di Edipo, le rimozioni, le sublimazioni, il mondo fantasmatico visto come patogeno sono ipotesi del tutto non necessarie alla scienza per spiegare problemi psicologici come infelicità, depressioni, disturbi del comportamento e di personalità, per non dire le psicosi.

Su questi temi si sono formati anche gruppi di ricerca legati alla psicoanalisi, come la Società di neuropsicoanalisi che sono originariamente nati per verificare l’attendibilità scientifica delle idee di Freud. Possiamo dire senza tema di smentita che i risultati sono tali che se Jaak Panksepp, che è il presidente di questa società, può essere considerato un freudiano, anch’io allora mi considero un freudiano. E’ sufficiente leggere l’ultimo libro di Panksepp Archeologia della mente per verificare che cosa rimane della psicoanalisi freudiana dopo lo sviluppo delle neuroscienze. Sono le neuroscienze a demolire tutta la metapsicologia freudiana che ormai va considerata una vera e propria mitologia. Ed è lo stesso presidente della Società di neuropsicoanalisi, un grande neuroscienziato, a constatarlo.

C’è ancora bisogno di psicoterapia, oppure siamo giunti al punto preconizzato dallo stesso Freud (“la psicoterapia sarà superata dai progressi nelle conoscenze del cervello e in farmacologia”)? 

In realtà ciò che temeva Freud, con il progresso delle ricerche scientifiche, non era tanto la scomparsa della psicoterapia, quanto una possibile smentita delle sue ipotesi teoriche, con il conseguente crollo della psicoanalisi. Lo scriveva chiaramente nel 1920, in Al di là del principio del piacere. Essere consapevole che l’ultima parola ce l’hanno la biologia e quelle che oggi chiamiamo neuroscienze è certo la parte migliore di Freud, una parte che deriva dalla sua formazione come neurologo.

Oggi quanto paventato da Freud si è avverato. Gli stessi psicoanalisti più informati non utilizzano più la teoria e la pratica psicoanalitica ortodossa. E la psicoanalisi odierna più avanzata è molto cambiata rispetto alla pratica freudiana, diventando sostanzialmente janetiana, con l’accento su quello che lo psichiatra francese chiamava rapport e che oggi si chiama relazione terapeutica. Non a caso gli stessi psicoanalisti ortodossi accusano gli psicoanalisti relazionali di non effettuare vera psicoanalisi. In sostanza, possiamo dire che Freud è un vincente che col passare del tempo ha perso, mentre Pierre Janet un perdente che alla lunga ha vinto. Peccato per lui e soprattutto per la nostra cultura che il suo trionfo sia postumo. Ma c’è ancora bisogno di psicoterapia e ce ne sarà sempre bisogno perché il sistema corpo/mente/cervello può vivere soltanto in relazione con un ambiente che a volte può essere davvero traumatizzante.

Da quanto lei descrive e documenta sembra che molti psicoterapeuti, fino ad oggi, si siano creati un “mondo fantastico” di teorie sulle quali hanno impostato il loro intervento. E’ così? E se è così, quali sono a suo parere gli errori, per non parlare dei danni, che certe impostazioni possono produrre?

Naturalmente non sono il solo a pensarla così. La storia è andata in questo modo per molti motivi. Uno dei più importanti è che i sistemi freudiani e junghiani (come anche il cosiddetto socialismo “scientifico“) sono nati in un periodo storico ancora troppo vicino alla caduta della religione come sistema dominante. Le persone erano abituate a un corpus di verità rivelate e le grandi ideologie dell’Ottocento hanno ricostruito, su tematiche differenti, i modelli che avevano dominato per millenni. A una mitologia ultramondana se ne è sostituita una terrena, elaborata da una singola persona con la stessa logica di un Mosé che scriveva una Torah a cui si sarebbe dovuto guardare nei secoli futuri come alla parola di Dio. Ha molto contribuito a questa vittoria il fattore economico derivante dal fatto che la psicoanalisi sostituiva la formazione cristiana seminariale con il training psicoanalitico, vendendo la licenza d’uso del marchio e consentendo buoni guadagni. Già altri hanno rilevato che il vero colpo di genio di Freud è stata la privatizzazione del marchio.

Nello sviluppo culturale accade come in quello psicologico: se una popolazione ha una storia, nei cambiamenti successivi questa storia tenderà a ripetersi, riaggiornata alla nuova situazione, per una sorta di ancoraggio. Ad esempio, dopo la rivoluzione russa, il segretario del partito comunista russo è diventato un nuovo zar, e quello cinese un nuovo imperatore. Non è sufficiente una rivoluzione culturale o politica per liberarsi da modelli operativi individuali e collettivi che si sono formati nel lungo tempo. Si tratta di un compito di estrema difficoltà e non bastano neppure due o tre generazioni, come immaginava davvero troppo ottimisticamente John Bowlby. L’evoluzione psicologica, culturale e scientifica è complessa e richiede molto tempo, insieme a una forte crescita culturale complessiva della popolazione. Oggi, con le scoperte scientifiche e l’accesso alla scienza reso più fruibile tramite i computer, siamo complessivamente un pochino più smaliziati degli uomini del Novecento. Ma i vecchi modelli non sono davvero superati, per cui altre ideologie potrebbero nuovamente prevalere.

Quali sono stati i passaggi, le riflessioni e le esigenze che l’hanno portata a scrivere un saggio come Biologia dell’anima?

Uno dei fattori che ha contato maggiormente è stata la saturazione culturale della visione freudiana, fatta propria ed esibita ormai anche dalle starlet. Un giorno sentii un’attrice che ripeteva la solita litania della sublimazione condita in salsa marxista, ossia che “il capitale” non vuole la libertà sessuale perché se la libertà sessuale fosse completa noi non compreremmo più nulla in quanto non avremmo più bisogno di “sublimare” le nostre insoddisfazioni sessuali. Perfino l’intervistatrice, che evidentemente era donna di buon senso, osservò che non potevamo passare tutto il giorno a fare sesso.

Le persone parlano in questo modo anche perché sono in analisi con terapeuti che le indottrinano. Sentiamo ripetere ogni giorno dalla maggioranza degli psicoanalisti, oltre che dai nostri più fini intellettuali, frasi che contengono “complesso di Edipo”, “lotta tra Eros e  Thánatos”, “sublimazione”, come se queste nozioni corrispondessero davvero a una conoscenza acquisita, un dato di fatto, invece che a una mitologia, aria fritta.

Tuttavia non mi interessava scrivere un libro antifreudiano, ce ne sono già molti. Nella mia intenzione era fondamentale non tanto una critica scientifica delle idee freudiane (e junghiane), ma contribuire a cambiare il pensiero dominante creando un nuovo linguaggio più adeguato alle conoscenze attuali. Per questo motivo ho messo in contrapposizione vecchie categorie interpretative con le conoscenze derivate dallo sviluppo delle ricerche scientifiche. Sono alternative quanto mai attuali e devono essere conosciute dai terapeuti e dal mondo intellettuale, perché sostituiscono completamente il vecchio quadro teorico. È necessario oggi cessare di interpretare i comportamenti dei nostri pazienti con concetti e idee che si sono sviluppate in un passato ormai superato, ma farlo con teorie che abbiano attualità e credibilità scientifica. Per questo motivo il mio libro è molto più construens che destruens: per esempio la mia critica su base evoluzionistica della sublimazione freudiana come processo base per la costruzione della civiltà può apparire devastante, ma è soltanto perché l’alternativa motivante della ricerca di status appare, nelle mie pagine, con tutta evidenza dalla teoria dell’evoluzione.

Lei ipotizza che il giorno in cui vi saranno colonie di robot sufficientemente complesse, forse emergeranno anche forme di coscienza. A quel punto, saranno necessarie anche psicoterapie per i robot? Riprogrammazioni dei loro software (lo vediamo in certi film, racconti e romanzi di fantascienza)? Oppure basterà disattivarli senza remore morali?

C’è un ampio dibattito in filosofia della mente su questi temi. Probabilmente ha ragione Dan Dennett: immaginare che emergano forme di coscienza qualora si riuscisse davvero a costruire un androide come noi, è una naturale conseguenza della teoria dell’evoluzione.

Pensiamo a Blade Runner. Si tratta di un film fantascientifico che possiamo definire filosofico perché apre una serie di interrogativi sulla coscienza e sulla vita. Nel film, gli uomini sono arrivati a costruire delle copie di loro stessi, chiamati Replicanti. Sono uguali in tutto e per tutto agli altri umani, hanno muscoli, sangue, nervi, cervello, coscienza, emozioni, affetti, memoria, cognizione. Differiscono dagli umani soltanto perché sono stati costruiti da loro in poco tempo, invece che dalla natura in miliardi di anni. Gli umani, poi, hanno una vita alle spalle, mentre per i replicanti viene costruita la memoria di un passato mai vissuto. Un replicante trentenne, per esempio, ricorda esperienze infantili e una vita lunga trent’anni, anche se è stato creato soltanto pochi minuti prima. La durata della loro vita è fissata dagli umani in cinque anni. Alcuni di essi, scoperta la loro origine e il loro destino, si ribellano alla morte programmata, cercando di acquisire più anni di vita. Per questo motivo il cacciatore di replicanti Rick Deckard, interpretato da Harrison Ford, viene incaricato di ucciderli, cosa che fa senza alcuna remora morale.

Ora, domandiamoci: perché gli umani, in questo futuro distopico già immaginato dalla fantasia di Philip K. Dick nel suo libro Il cacciatore di androidi, uccidono esseri uguali a loro, esseri dotati di sangue nervi, pensieri, affetti, ed emozioni senza inibizioni morali? Eppure se noi siamo in grado di costruire la vita, (e siamo vicini a costruire forme iniziali di vita), il risultato non è forse vita a tutti gli effetti? Per questo motivo è possibile affermare che se mai esisterà un androide con il nostro corpo, un androide intelligente, emotivo, sociale e affettivo come noi, anche se costruito da noi in poco tempo e non dall’evoluzione in quattro miliardi di anni, questi avrà sofferenze come noi e, per rispondere alla sua domanda, avrà certamente bisogno anch’egli di terapie, tra cui la psicoterapia. E ciò sarebbe valido anche per un essere senziente, emotivo e affettivo costruito col silicio, invece che col carbonio.

Pensiamo alla nostra linea evolutiva, quella che ha prodotto la coscienza. Darwin aveva già capito a metà Ottocento che la coscienza non andava interpretata come un tutt’uno e che parti meno complesse di coscienza erano presenti anche negli altri animali. Oggi i neuroscienziati hanno provato che aveva ragione mediante la scomposizione della coscienza che  emerge dalle loro ricerche. Se guardiamo a specie meno complesse di Homo sapiens come i cani, è indubbio che possiedono forme di coscienza, che troviamo in misura sempre più ridotta man mano che nelle diverse specie la complessità cerebrale diminuisce. Homo sapiens ha infatti la coscienza che gli è permessa da un milione di miliardi di connessioni, i cani hanno quella di un animale con mille miliardi di connessioni e i criceti quella da un miliardo.

Se la coscienza è emersa dal basso attraverso lo sviluppo di una lunghissima serie, sempre più differenziata e complessa di specie, è stato proprio l’aumento di questa complessità a sviluppare dapprima le mappe neurali, quindi forme di coscienza nucleare, affettiva e poi cognitiva. Un singolo neurone è incosciente, così come lo sono neuroni con pochi collegamenti, ma quando si formano strutture complesse come le mappe neurali primordiali, emergono le prime forme primordiali di coscienza che, con il grande aumento della complessità cerebrale, in Homo sapiens diventeranno la nostra coscienza umana. È quindi proprio questo aumento della complessità cerebrale che forma la coscienza, una proprietà emergente proprio come l’acqua che nasce dal legame di idrogeno e ossigeno.

Chiedersi ulteriormente come emerga la coscienza non ha quasi senso: non ci chiediamo affatto come nasca l’acqua dall’unione di idrogeno e ossigeno. Accade così quando si legano due atomi di idrogeno a uno di ossigeno. Nessun mistero dietro l’emersione dell’acqua! Noi ci limitiamo a prenderne atto. Allo stesso modo non c’è nessun mistero dietro la coscienza, se mai tante cose da scoprire e da replicare, come siamo già riusciti a replicare la memoria, il calcolo e il riconoscimento delle forme, funzioni umane che sono parti fondamentale della coscienza, con la costruzione dei computer.

Non commettiamo però l’ingenuità di pensare che siano sufficienti i neuroni per generare la coscienza. Occorre anche un corpo composto da trilioni di altre cellule-robot, che mandano segnali ai neuroni. Come rileva giustamente Porges, ogni stato di coscienza è radicato in una regolazione con il sistema nervoso autonomo e integrato con la particolare situazione del momento dell’organismo, attraverso segnali senso-motori. Per questo motivo, fin quando i computer non saranno composti da trilioni di altri piccoli computer, semiautonomi e sensibili, come le cellule, non emergerà in loro alcuna forma di coscienza così come noi la conosciamo.

Pensa che la psicoterapia esisterà ancora in futuro? Se sì, come la immagina?

Non dobbiamo chiederci se la psicoterapia esisterà ancora, ma soltanto come nel futuro verrà esercitata, intendendo per futuro una società che vivrà in un paradigma culturale di maggiori conoscenze scientifiche e non in una regressione barbarica, un nuovo Medio Evo, sotto l’influenza di una qualche religione. È un pericolo possibile e già concretizzatosi nel passato la cui realizzazione, naturalmente, toglierebbe nuovamente la psicoterapia ai laici per ridarla ai chierici

Se la linea vincente del futuro sarà la continuità dello sviluppo scientifico, aumenteranno gli interventi biologici e fisici sul nostro cervello e si aggiungeranno quelli genetici per le malattie importanti. Ricordiamoci che uno stato della mente è uno stato del cervello e viceversa: per cui noi siamo il nostro connettoma, ossia l’insieme delle nostre connessioni. Qualsiasi cambiamento delle nostre connessioni, già oggi possibile con mezzi biologici e fisici ci cambia intimamente nel modo di ragionare, nelle emozioni, nei valori. Già oggi la stimolazione magnetica come terapia antidepressiva o antiemicranica è un fatto acquisito.  In futuro sarà sempre più possibile intervenire in maniera mirata sul cervello con farmaci, stimolazioni magnetiche e altri modi di variare le connessioni cerebrali, in una zona cerebrale o in una via neurale. Questo è naturalmente un vantaggio e quindi un bene, a condizione che non ci siano abusi. Saranno pratiche che porteranno a un’enorme diminuzione dei disturbi psicologici e delle sofferenze in generale. Sarà la prossima rivoluzione psichiatrica, dopo quella seguita alla nascita della psicofarmacologia negli anni ’50 del secolo scorso, una scoperta che ha permesso il successivo superamento dei vecchi manicomi, un superamento che non sarebbe mai avvenuto senza la scoperta degli psicofarmaci che hanno abbattuto i deliri, restituendo a nuova vita decine di migliaia di ricoverati, soltanto in Italia.

La psicoterapia affiancherà questo percorso, e si esprimerà nella sua pienezza nei casi dove il ricorso alle terapie fisiche e biologiche apparirà inopportuno.

In Biologia dell’anima ho ripreso la favola latina riportata alla luce da Heidegger in cui la Cura appare come colei che dà la forma all’uomo. Prendersi psicologicamente cura di sé è inerente all’esistenza stessa della coscienza umana. Noi ritroviamo la pratica della psicoterapia, sotto altre forme e con altri termini, in qualsiasi popolazione indigena. Le fonti ci dicono che in ogni popolazione del mondo si svolgevano forme differenti di psicoterapia. Le definizioni cambiano: cura dell’anima, pratica filosofica, meditazione, yoga, tantra, tecniche di respirazione, massaggi, gioco, canto, e perfino la stessa preghiera cristiana, tuttora ancora poco considerata dagli studiosi nella sua funzione terapeutica. Termini diversi, ma la sostanza rimane la cura di sé, la psicoterapia, che è sempre esistita da che l’uomo è uomo, è sempre esisterà.

Osserviamo però una differenza: mentre anticamente ci si curava del proprio passato stando nel presente, la psicoterapia moderna si è caratterizzata per il tentativo di curare il presente guardando al passato. Mi spiego meglio: la cura dell’anima tra gli indigeni, le scuole filosofiche greche, le scuole yoga e tantra, come anche la parte psicoterapeutica presente in tutte le religioni, erano e sono tentativi di cambiare l’individuo centrandolo al presente, senza preoccuparsi di ciò che era successo nella sua storia personale. La psicoterapia moderna invece è nata e si è sviluppata con la psicodinamica, sulla base di quella che io definisco la fallacia cognitiva: l’idea che individuo stia male sempre e comunque a causa di qualche evento, reale o mentale, accaduto nel passato, recuperato il quale si guarisce. Si tratta dello sfondo teorico di base della teoria freudiana che ha invaso il Novecento fino a esprimersi in volgarizzazioni hollywoodiane come nel film di Alfred Hitchcok, “Io ti salverò”.

Quando si guarda la realtà con oggettività, (anche senza considerare la “fantasia patogena” di freudiana memoria) bisogna riconoscere che, se è vero che uno sviluppo traumatico infantile può creare disturbi, non è altrettanto vero che per curarlo sia necessario conoscere gli eventi che lo hanno prodotto. La storia passata non la si conosce praticamente mai, soprattutto i fatti i più importanti, quelli che si sono formati nei primi due anni di vita, quando i circuiti della memoria perlopiù non sono ancora funzionanti. La definisco fallacia cognitiva perché, se è naturalmente vero che la conoscenza può dare consapevolezza, non è affatto detto che essa sia il fattore di cura. Come ho ricordato in Biologia dell’anima terapia e conoscenza non sono sempre legate. Di fatto si cambia per i motivi più disparati, tra i più importanti vi è la relazione con la propria figura terapeutica, che non è detto sia sempre un professionista, perché può essere un altro incontro fondamentale nella propria vita. Questo spiega perché si cambia e si migliora anche in contesti privi di autenticità, come i culti religiosi o la psicoanalisi come originariamente concepita da Freud. Come abbiamo potuto verificare infinite volte, le guarigioni da situazioni anche gravi, come le tossicodipendenze e le anoressie, ma anche i semplici miglioramenti di una persona confusa, non giustificano affatto la validità del contesto in cui si sono prodotte.

Penso quindi che nel futuro ci sarà minore fallacia cognitiva, ossia minore ingenuità psicodinamica, pur senza mai rinunciare a costruire uno sguardo critico generale sulla qualità del proprio passato. Ricostruire il proprio passato, più volte nella vita, anche in maniera differente l’una dall’altra è, infatti, un lavoro molto formativo per l’essere umano, sempre che non sia ingenuo e fondamentalista al tempo stesso, ossia non si cerchi, con troppa foga e ingenuità, un particolare evento come spiegazione dei propri problemi di vita e non si sia troppo sicuri che l’ultima versione dei fatti corrisponde alla “verità”. La realtà è quasi sempre molto più complessa.

Sarà ancora una volta lo sviluppo di tante discipline scientifiche, come la genetica del comportamento e l’epigenetica, che porterà a un maggior sguardo critico su facili soluzioni psicodinamiche. Col passare del tempo saranno sempre più numerosi i terapeuti che accetteranno una visione complessa dei problemi psicologici, situati tra lo sviluppo ambientale e la natura biologica. E la biologia non è mai soltanto genetica, perché alla nascita il neonato, oltre ad aver avuto nove mesi di influenze epigenetiche da parte della madre e dell’ambiente, porta con sé anche influenze epigenetiche di avvenimenti accaduti ai genitori e ai nonni.

Continuerà a crescere lo sviluppo delle qualità relazionali come forma di cura. Emergeranno altre forme di psicoterapia interattiva simili all’EMDR, e si andrà sempre più verso una maggiore integrazione tra terapie fisiche e corporee. Permarrà il tentativo da parte della scuola freudiana di modellare la storia della psicologia cercando di far credere che la psicoterapia moderna è stata fondata da Freud, come per esempio scrive la Sigmund Freud University nella propria presentazione, ma forse riuscirà anche a diffondersi la consapevolezza che il freudismo nella cultura è stato un’ideologia che ha fatto deviare la ricerca psicologica per tanto tempo, portandola fuori strada da posizioni che già aveva raggiunto. Vedremo la tendenza BiologiaAnima001che prevarrà.

In ogni caso, ormai a partire dagli anni settanta del Novecento, le teorie e la prassi psicoterapeutiche si stanno muovendo, dapprima lentamente e poi a grandi passi, verso l’acquisizione di basi scientifiche e lo sviluppo di nuove terapie. Si tratta di un percorso che ci rende ottimisti.

Copyright Maurilio Orbecchi

Maurilio Orbecchi è medico-psicoterapeuta, specializzato in psicologia clinica e in psicoterapia. È stato psichiatra di ruolo nei servizi psichiatrici di Torino. Ha insegnato psicopatologia del linguaggio all’Università statale di Milano, antropologia e psicologia all’Università di Pavia e psicologia clinica all’Università dell’Insubria. Scrive sulle pagine scientifiche per il quotidiano “La Stampa” su temi di neuroscienze, psicologia ed evoluzionismo. Per Bollati Boringhieri ha curato l’edizione italiana de La psicoanalisi di Pierre Janet (2014) e scritto il libro Biologia dell’anima (2015). Esercita la sua attività a Torino e Milano.

Riferimenti biblio:

Arnold Richards, PSYCHOANALYSIS IN CRISIS: The Danger of Ideology, Psychoanalytic Review, 102(3), June 2015.

Tost H1, Champagne FA2, Meyer-Lindenberg A1, Environmental influence in the brain, human welfare and mental health,
Nat Neurosci. 2015 Oct;18(10):1421-31. doi: 10.1038/nn.4108. Epub 2015 Sep 25.

Vedi anche:

Archeologia della mente: le emozioni che tutti ci accomunano

Archeologia della mente: intervista a Jaak Panksepp

Neuropsicoanalisi, EMDR, Mindfulness, e altre cose. Intervista a Jaak Panksepp (seconda parte)

Placebome: si chiariscono gli aspetti genetici e neurofisiologici dell’effetto placebo


CervelloPlaceboCome funziona l’effetto placebo? Com’è che una sostanza inerte, o una pratica terapeutica, su certe persone ha un effetto benefico, mentre su altre meno o addirittura nullo? Già da qualche anno sono noti gli studi sulla genetica dell’effetto placebo da parte del gruppo guidato da Kathryn T. Hall (Program in Placebo Studies, Beth Israel Deaconess Medical Center, Harvard Medical School, Boston, USA). Fino ad oggi sono stati scoperti 11 geni implicati nella risposta al placebo e in relazione ai neurotrasmettitori interessati dal fenomeno. Con effetti a monte o a valle della dopamina e delle funzioni oppioidi, a seconda della malattia o disturbo da trattare.

Si è quindi compreso, oltre che empiricamente, che l’effetto placebo non è uguale per tutti ma è invece un fenomeno individuale. Da qui l’idea che in futuro si possa utilizzare l’effetto placebo personalizzato, definito in inglese “placebome” (gli effetti genomici del placebo). Anche se tutto ciò è ancora agli inizi, si evidenzia che il placebo non è semplicemente un fenomeno psicologico, ma bensì ha profonde radici genetiche e neurofisiologiche. E, volendo allargare il discorso, troverebbero spiegazione tutti quei trattamenti magici, suggestivi, ipnotici che nell’arco dei secoli hanno condotto l’umanità fino alla medicina e ai trattamenti terapeutici dei nostri giorni.

Kathryn T. Hall, Joseph Loscalzo, Ted J. Kaptchuk1, Genetics and the placebo effect: the placebome, Trends Mol Med. 2015 Mar 25. 

Placebo Effect Plus Genetics: The placebome

Vedi anche:

Si fa presto a dire placebo

Emozioni, cuore e cervello (seconda parte)


CuoreCervelloOK«Un altro caso utile per dimostrare quanto lo stress possa compromettere il buon funzionamento del cuore – ricorda Gianfranco Parati – ci viene dalla registrazione di pressione effettuata nelle 24 ore su un lavoratore impegnato tutti i giorni a guidare il tram nel traffico di Milano. Una persona giovane, 39 anni, senza malattie cardiovascolari. Aveva una pressione abbastanza elevata durante il turno lavorativo pomeridiano, mentre si abbassava una volta terminato il turno. Rientrava a casa con valori di poco superiori alla norma, ma si normalizzava per tutto il sonno notturno. Il mattino successivo la pressione schizzava di nuovo a livelli altissimi. Cioè quando ricominciava il turno di lavoro in cui il traffico cittadino è più caotico: dalle 7 alle 13».

Appena si metteva alla guida, la pressione del giovane tramviere saliva in maniera impressionante, molto più che al pomeriggio, raggiungendo valori superiori ai 200 di massima. Che questo dipendesse dallo stress lavorativo e dal particolare impegno che la guida del veicolo rappresentava per questa persona, è stato dimostrato dalla ripetizione del tracciato nello stesso soggetto, durante una giornata in cui non era previsto un turno mattutino. E in quest’ultimo tracciato si constatò che la mattina senza la guida del mezzo, la pressione era decisamente più bassa, simile a quella  osservata durante il turno pomeridiano.

«In simili condizioni, un approccio terapeutico volto a proteggere il paziente – prosegue Parati – non può limitarsi soltanto alla scelta del farmaco che dovrebbe, fra l’altro, occuparsi di controllare una pressione molto diversa, in diversi momenti della giornata.  Quindi avendo bisogno di una modulazione della terapia, di dosi diverse nell’arco della giornata. L’intervento terapeutico deve associarsi alla correzione degli stili di vita e dei turni di lavoro della persona a rischio. Cercando di evitare una esposizione ad eventi stressanti che non riesce a gestire e sono potenzialmente pericolosi».

Facile a dirlo. Meno ad evitarli, gli eventi stressanti e pesanti per la nostra salute. La vita, la nostra in particolare, di genti inurbate del terzo millennio, è fitta di situazioni caotiche, conflittuali, potenzialmente ostili. Non siamo solo individui biologici, dicono gli specialisti della psiche. E neppure soltanto mentali. Ma bensì, soggetti tripartiti: bio-psico-sociali. Vale a dire che sul nostro organismo hanno influenza tanto le componenti biologiche, genetiche e molecolari, quanto quelle mentali che, ancora, quelle sociali, ambientali.

E’ esperienza comune che rapporti soddisfacenti tanto nella vita che nei confronti del partner e, in genere, nell’ambiente familiare, abbiano ripercussioni pure sulla nostra buona salute. Viceversa quando siamo rosi da dubbio, rancore, gelosia, odio, ostilità. Tutto ciò che, da sempre, il pensiero orientale, buddista in particolare, ha indicato come emozioni negative da estirpare, guarda caso, dal nostro cuore.

Dalle nostre parti, anziché santoni e guru, è più facile entrino in scena gli specialisti della mente. Psicologi, psichiatri e neuroscienziati. Tutti a cercare di dimostrare come un certo tipo di personalità (elencate con le lettere dell’alfabeto, A e D) siano più predisposte verso le malattie cardiovascolari e, in particolare, verso i fenomeni ischemici e la cardiopatia coronarica. Anche qui, tuttavia, non è nuovo il desiderio dell’uomo di riuscire ad associare certi tipi di personalità a specifiche patologie.

Già Ippocrate, il padre della medicina da cui il famoso giuramento di chi ne esercita la pratica, più di duemila anni fa, definì la relazione tra tipi di personalità, umore e salute in termini di combinazione tra bile nera e bile gialla. “Non roderti il fegato”, si dice ancora oggi per invitare a lasciare perdere le emozioni distruttive che logorano la mente e il corpo. Oppure: “ti prenderà un colpo”. Intendendo che il cuore si spezzerà di dolore, crepacuore, sotto l’influenza di stimoli negativi provenienti lungo il sistema nervoso autonomo e la cascata di altrettante molecole, dal nome altisonante (glucocorticoidi, catecolamine), legate da matrimonio indissolubile con lo stress, acuto e cronico.

«Credo che la psiche abbia una grandissima influenza sul corpo – afferma Bernard Lown uno dei più grandi cardiologi viventi nonché premio Nobel per la pace a seguito della  sua attività in favore della salute pubblica – e sul cuore in particolare. Questo rapporto è riconosciuto da sempre, tanto è vero che nel linguaggio comune troviamo frasi come “morì col cuore spezzato”, “il suo cuore era pieno fino a scoppiare”, “avere un peso sul cuore” e “ho il cuore in gola”. Una psiche disturbata può creare problemi al cuore, soprattutto attraverso lo stress. Anche gli esperimenti che ho condotto dimostrano questa relazione tra stress e disturbi cardiaci. Sono convinto che i problemi di almeno metà dei miei pazienti sono dovuti allo stress, non a motivi organici».

Enrico Molinari, ordinario di psicologia clinica all’Università Cattolica di Milano, autore assieme a molti altri specialisti internazionali di un poderoso volume intitolato Mente & cuore. Clinica psicologica della malattia cardiaca (Springer), ne è Mente&CuoreOKconvinto quanto Bernard Lown: la nostra vita emotiva è indissolubilmente legata al cuore.

«Stati emotivi come la rabbia – sostiene Molinari – la paura e il risentimento possono essere fattori di rischio per le malattie cardiache. Infatti tali stati emotivi, oltre ad influenzare la comparsa del disturbo cardiaco, ne possono aggravare i sintomi, peggiorare la prognosi e ostacolare la guarigione. Conflitti interpersonali, umiliazioni in pubblico, minacce di separazione dal coniuge, lutti, insuccessi professionali, e a volte anche alcuni incubi, tutte queste sono situazioni che provocano tensione psicologica che si ripercuote sul cuore».

Sembra proprio che quanto è importante nella vita – affetti, lavoro, rapporti – abbia la propria contropartita non solo nel cervello, ma pure nel cuore. Del resto, una parola tuttora usata ma di cui abbiamo accantonato l’etimologia, “ricordare”, lega cuore e cervello in un unico monogramma. Deriva dal latino “cordis”, cuore appunto. Ricordiamo col cervello, certo. La scienza lo dimostra ogni giorno di più. Ma un po’, non sappiamo ancora quanto e come, anche col cuore.

Personalità, geni e sistema immunitario: gli estroversi sono più a rischio di infiammazione?


ConnessioniVarie scuole di pensiero, sia occidentali che soprattutto orientali, sostengono da sempre che il nostro carattere e la nostra personalità hanno una influenza diretta sul nostro stato di salute. La psicologia, a sua volta, ha negli anni delineato una serie di tipologie psicologiche maggiormente soggette ad atteggiamenti e comportamenti deleteri o salutari. Non vi è dubbio che in certe tipologie di personalità vi sia una maggiore propensione allo stress, a non valutare il rischio di certe situazioni, scelte e comportamenti, ad assumere regolarmente sostanze nocive, a non seguire una regolarità nei pasti e nel sonno, ad alimentarsi in maniera scorretta e ad avere stili di vita non salutari. Tutto ciò, con l’andare del tempo, non può che tradursi in danni sull’organismo.

Ben diverso però discutere di come il modello dei tratti di personalità “Big Five” (estroversione, nevrosi, piacevolezza, coscienziosità e apertura all’esperienza) abbia una diretta correlazione con i sistemi biologici del nostro corpo e, di conseguenza, con lo stato di salute o di malattia. La domanda che viene da porsi è: c’è una relazione tra la nostra personalità e il nostro sistema immunitario, che non siano genericamente i derivati comportamentali di stress, disturbi dell’umore, atteggiamenti e comportamenti dannosi?

Una recente ricerca guidata da Steve Cole (professore di medicina, psichiatria e scienze comportamentali, nonché psiconeuroimmunologo della University of California di Los Angeles – UCLA) ha cercato di rispondere a questa domanda, trovando indicazioni che una relazione tra personalità e maggiori o minori difese immunitari sembra esserci. E sicuramente si tratta di una promettente via da seguire per capire come certe persone siano più soggette ad ammalarsi, e come di conseguenza sia possibile rafforzarle attraverso terapie e stili di vita adeguati.

Dato per assunto che il sistema immunitario ha una stretta relazione con il nostro sistema nervoso (basti pensare a quanto indotto dall’influenza, con il rilascio di citochine da parte delle cellule immunitarie che sembrano attraversare la barriera ematoencefalica interferendo con l’attività dei neuroni, oppure alla tendenza ad essere letargici e ritirarsi in risposta alle infezioni), questo filone di ricerca suggerisce che vi sia una “risposta immunitaria comportamentale” caratteristica per i vari tipi di personalità. Se vogliamo, è anche un nuovo percorso di ricerca che potremmo definire “epigenetica psicologica”, psicologia epigenetica, oppure epigenetica della personalità.

“Secondo questo approccio teorico – dicono gli autori della ricerca – gli individui che hanno relativamente deboli risposte biologiche di tipo immunitario, si ipotizza mostrino risposte immunitario-comportomentali più forti, come evitare gli estranei (ad esempio, introversione), ridotto comportamento esplorativo (cioè bassa apertura all’esperienza), e un maggiore comportamento danno-evitante (cioè coscienziosità)”.

Così come una fisiologia di tipo “allostatico” (che cioè deve continuamente trovare un adattamento rispetto all’ambiente e alle molteplici situazioni) suggerisce che  le difese biologiche di tipo immunitario possano essere up-regolate nei soggetti che “soffrono di estese esposizioni al pericolo o allo stress, e potrebbero quindi sperimentare un elevato rischio di lesioni o infezioni, oppure negli individui altamente socievoli che affrontano una maggiore esposizione alle malattie trasmissibili”.

Dobbiamo inoltre considerare la personalità attuale di ognuno di noi come il frutto di un processo evolutivo durato milioni di anni. Dei quali, neppure un secolo fa si moriva per le infezioni più banali. Di conseguenza, la personalità degli umani si è strutturata, primariamente, nello sforzo di combattere le malattie. Un carattere estroverso può ad esempio essere maggiormente portato a praticare attività fisica e ad essere più robusto nell’età giovanile.

L’altro lato della medaglia è che l’infiammazione sostenuta nell’arco della vita, può aprire le porte a una serie di malattie metaboliche, cardiovascolari e oncologiche. Da qui, anche se è complesso cambiare la personalità di ognuno di noi, la possibilità di studiare interventi mirati sia terapeutici che di stili di vita per porre argine all’attivazione genica pro-infiammatoria di taluni soggetti.

Fin qui gli studiosi dei collegamenti tra personalità e salute hanno elaborato una nutrita messe di interpretazioni teoriche, lasciando tuttavia poco definiti i meccanismi biologici che mediano tali rapporti. La nuova ricerca di cui parliamo (Kavita Vedhara, professore di psicologia della salute, Università di Nottingham, Regno Unito), ha invece preso in esame 121 studenti sani ai quali è stato fatto compilare un questionario di personalità per valutare i cosiddetti tratti “Big Five”. Agli studenti è stato inoltre chiesto di altri comportamenti e sili di vita, come fumare, bere, esercizio fisico o meno, che potrebbero essere associati ad alcuni tipi di personalità.  Agli studenti è stato poi prelevato un campo di 5 ml di sangue periferico ai fini di una analisi dell’espressione genica. E’ stata quindi valuta l’attività di 19 geni coinvolti nella risposta infiammatoria, così come dei geni coinvolti nella produzione di anticorpi e di difese contro le infezioni virali.

Quello che è emerso è, a prima vista, sorprendente. Anche tenendo conto dell’analisi del comportamento, come ad esempio il consumo di alcol, in media i geni che innescano l’infiammazione sono per il 17 per cento più attivi negli estroversi che negli introversi. Mentre negli studenti che avevano un punteggio alto per la coscienziosità, l’attivazione dei geni pro-infiammatori è risultata inferiore del 16 per cento rispetto ai soggetti meno coscienziosi. Negli altri geni del sistema immunitario non sono emerse altre differenze evidenti.

Ma ciò, come si diceva, è sorprendente soltanto in apparenza. E’ ad esempio risaputo che fattori come lo stress, specie se protratto o addirittura cronico, può aumentare l’attività dei geni infiammatori. Cosicché le persone maggiormente coscienziose potrebbero avere minore stato infiammatorio perché si prendono maggiore cura di se stessi rispetto agli estroversi, con conseguenti meno probabilità di infortunarsi o attorniarsi di persone malate che potrebbero passare i germi.

Diciamo che per il tratto immuno-comportamentale della tipologia “coscienzioso” potremmo riadattare la definizione di “gene egoista”.  Ben pochi di essi forse farebbero i medici, i volontari in soccorso di persone disagiate, né tantomeno andrebbero a curare i malati di Ebola. Viceversa però, c’è chi considera che seppure l’estroverso abbia una maggiore attivazione dei geni pro-infiammatori, sia tuttavia più portato ad avere atteggiamenti altruistici, e la felicità che deriva dal portare aiuto e dall’avere uno scopo nella vita, è dimostrato possa ridurre l’infiammazione. Morale: se vuoi essereCoverOK altruista, sappi che c’è un prezzo da pagare (in senso immunitario), ma ne ricaverai pure benefici.

Tutto ciò è molto affascinante e apre una infinità di considerazioni, di cui siamo soltanto all’inizio. Il sogno della vecchia medicina psicosomatica sta gradualmente diventando realtà grazie alle scoperte della psiconeuroimmunologia. Conviene per ora moderarsi nelle speculazioni intellettualistiche concludendo con gli autori di questo lavoro: “sebbene i meccanismi biologici di queste associazioni restano da definire in ricerche future, i dati presentati possono gettare nuova luce sulle associazioni epidemiologiche a lungo osservate tra la personalità, la salute fisica e la longevità umana”.

Kavita Vedhara, Sana Gill,Lameese Eldesouky,Bruce K. Campbell, Jesusa M.G. Arevalo, Jeffrey Ma,Steven W. Cole, Personality and gene expression: Do individual differences exist in the leukocyte transcriptome?, Psychoneuroendocrinology (2015) 52, 72—82

Linda Geddes, Do you have a healthy personality?, New Scientist 3005, 24 January 2015, 10-11.

Vedi anche:

Epigenetica, ambiente e malattie. Intervista ad Andrea Fuso

David Perlmutter: epigenetica, scelte di vita, salute e longevità