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II ritorno della telepatia alla Duke University di Durham, tra topi


Nicolelis_02_okE’ singolare, forse non casuale, che l’esperimento di “telepatia” tra topi, grazie ai sistemi di BCI (brain computer interface) sia stato realizzato alla Duke University  di Durham (North Carolina). Proprio laddove nacque il tentativo dello psicologo Joseph Banks Rhine di rendere sperimentale la parapsicologia. Eseguendo prove ripetibili, standardizzate e valutate statisticamente della capacità ESP (Extrasensory perception, nello specifico, telepatia, chiaroveggenza, precognizione). Tentativo di rendere scientificamente studiabili le facoltà paranormali miseramente fallito, dato che, a distanza di decenni e migliaia di pubblicazioni, tali facoltà vengono tuttora messe in dubbio dalla comunità scientifica internazionale. Anche in ragione del fatto che presupporrebbero, se non un cambiamento, un ampliamento dei paradigmi scientifici su cui basiamo le nostre valutazioni. Magari verso quella fisica quantistica, dei quali molti parlano, a volte a torto, spesso per sentito dire.

Laddove la parapsicologia ha fallito, ecco arrivare l’interfaccia cervello-computer, con un personaggio che ha fatto di questa linea di ricerca la sua missione: il neurobiologo e bioingegnere Miguel Nicolelis, brasiliano di nascita, operativo anche nel suo paese d’origine. Proprio alla Duke University, Nicolelis ha creato e codirige il Duke University Center for Neuroengineering. E il fatto che Nicolesis sia originario e attivo anche in Brasile, rende ragione dell’esperimento in cui si fa “comunicare telepaticamente” topi statunitensi e topi brasiliani.

Nel suo libro Il cervello universale. La nuova frontiera delle connessioni tra uomini e computer, pubblicato di recente in italiano da Bollati Boringhieri, Nicolelis traccia la storia, la filosofia, ma anche la visionarietà, che lo guida nelle sue ricerche e applicazioni di interfaccia cervello-sistemi informatici:

“Nel nuovo mondo incentrato sul cervello queste possibilità neurofisiologiche da poco acquisite estenderanno senza sforzo né soluzione di continuità le nostre capacità motorie, percettive e cognitive fino al punto in cui il pensiero umano potrà essere tradotto efficientemente e senza problemi nei comandi motori necessari per produrre le fini manipolazioni di qualche nanostrumento o le complesse attività di un sofisticato robot industriale. In questo futuro, tornando nella vostra casa delle vacanze, seduti nella vostra sedia preferita guardando il vostro mare preferito, un giorno potrete forse chiacchierare tranquillamente con una delle moltissime persone nel mondo usando Internet, senza però premere i pulsanti di una tastiera o pronunciare una singola parola. Nessuna contrazione muscolare sarà richiesta, basterà il pensiero”.

Basterà il pensiero. Proprio ciò da cui partirono gli studi di Rhine a altri parapsicologi sperimentali: la “forza” del pensiero. O, meglio, il contenuto informativo del pensiero e, in associazione, un quesito sperimentale: come è possibile trasferire “direttamente” il contenuto informativo del pensiero? La BCI ha sta rispondendo praticamente a questa domanda.

Gli scopi e gli obbiettivi della BCI sono tra l’altro, e soprattutto, volti ad aiutare tutti coloro che, per malattie o traumi, abbiano degli impedimenti motori, di linguaggio o di comunicazione col mondo esterno. L’interfaccia cervello-computer – come avviene già nei malati di SLA, ad esempio – aiuta queste persone a comunicare e addirittura  svolgere attività di trasmissione dei propri contenuti mentali al mondo, pur nell’impossibilità di farlo verbalmente, o scrivendo su una tastiera, vedi il caso di Stephen Hawking.

Ho avuto la fortuna di partecipare, ormai dieci anni fa, a una riunione a “porte chiuse” con i maggiori rappresentanti della BCI in Italia. Una iniziativa del fisico ex-Cern di Ginevra Furio Gramatica, a fianco del quale ho avuto il privilegio di lavorare, oggi direttore del Polo Tecnologico dell’Irccs Fondazione Don Gnocchi di Milano. Dove Furio Gramatica prosegue le ricerche e i contatti internazionali sulla BCI. Già dieci anni fa gli entusiasmi per questo settore erano grandi. Pareva di sfiorare il futuro. Oggi il futuro è a portata di mano. Guidata a distanza dal pensiero.

Nella foto: Miguel Nicolelis.

Fonti:

Douglas Heaven, First mind-reading implant gives rats telepathic power, Nature Scientific Reports, DOI: 10.1038/srep01319 (con filmato delll’esperimento e dichirazioni di Miguel Nicolelis) 

Ed Yong, Intercontinental mind-meld unites two rats. But critics are sceptical about predicted organic computer, Nature News.

Gli esperimenti ESP di J.B. Rhine alla Duke University

Duke University Center for Neuroengineering

Nicolelis Lab

Scheda su Miguel Nicolelis in 21 minuti – I saperi dell’eccellenza

Furio Gramatica, Sviluppo di un applicatore (caschetto) di dry electrodes per il monitoraggio di biosegnali (EEG, BCI), Polo Tecnologico, Fondazione Irccs Don Gnocchi 

Vi fareste impiantare un microchip nel cervello?


Ci stanno lavorando. Nel filone di quella che viene definita “brain-computer interface” (l’interfaccia cervello-sistemi informatici) si sta lavorando al progetto di microchip da impiantare direttamente nel cervello. In particolare, c’è un progetto dell’azienda elettronica americana Intel per trasformare gli impulsi elettrici del cervello in segnali radio che consentiranno di comunicare direttamente con apparecchiature  elettroniche. Progetti da fantascienza, oggi. Ma realtà – più o meno cupa, a seconda dei punti di vista – domani.

Già oggi, vedere persone con minicuffia e microfono wireless a lato dell’orecchio, avvicina il momento in cui l’apparecchietto, dal timpano farà un saltino e, ancor più miniaturizzato, si piazzerà direttamente dentro la materia cerebrale. Pensate: si potrà telefonare, e soprattutto ricevere, senza fare il minimo movimento. E per gli sms? Direttamente nell’ippocampo. Da smistare poi verso la memoria a lungo termine e la neocorteccia, se è il caso. Incubo? Beh, un po’ sì.

Non per Andrew Chien, tra i responsabili del progetto Intel, che dice: “Vent’anni fa nessuno avrebbe potuto immaginare che oggi si sarebbe andati in giro con computer portatili che usiamo tutto il giorno. Oggi invece appare la cosa più normale del mondo. Con questo voglio dire che l’essere umano si adatta molto facilmente ai cambiamenti. Queste ricerche avranno enorme sviluppo in futuro”.

Ben diverso, naturalmente, il discorso se parliamo di disabilità e, quindi, la possibilità di poter controllare direttamente, ad esempio, una sedia a rotelle (progetto sviluppato da Toyota). Oppure di soluzioni microelettroniche sperimentate di recente su non vedenti che abbiano preservato il nervo ottico. Insomma, la via verso un’umanità “potenziata” dalla miniaturizzazione elettronica è aperta. Secondo chi  vi scorge l’aspetto oscuro, sarebbe l’ennesimo tentativo di metterci tutti quanti sotto controllo. In definitiva: un vero e prorio Grande Fratello alla Orwell. Secondo altri, un futuro da cyborg non farebbe che ampliare le nostre possibilità di umani. E destinarci a un radioso avvenire, post-umano.