• Wikio - Top dei blog - Salute

  • ottobre: 2017
    L M M G V S D
    « Set    
     1
    2345678
    9101112131415
    16171819202122
    23242526272829
    3031  
  • Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

    Segui assieme ad altri 1.334 follower

  • Statistiche del Blog

    • 254,271 hits

Amen per il cervello delle donne


amenIn anni passati scrissi un servizio per un settimanale femminile, corredato da foto scientifiche originali, sul cervello femminile. Non vi erano ancora in corso molte ricerche né pubblicazioni sulle differenze di genere a livello cerebrale. In quegli anni ci fu chi riscontrò una maggiore e migliore connessione tra i due emisferi cerebrali del cervello femminile, grazie alle fibre nervose del corpo calloso che li collega. Da cui una ipotetica compresenza di maggiore scambio tra il cervello “intuitivo” e quello “razionale”.

Lo studio delle differenze tra il cervello maschile e femminile ha registrato un periodo di grande interesse negli scorsi anni, per poi rientrare con la sentenza: non vi sono sostanziali differenze tra i due cervelli. Se può essere vero, e in parte lo è, dal punto di vista anatomico, morfologico, rimangono ancora da approfondire le differenze funzionali. Come funzionano i due cervelli, maschile e femminile. A quali disturbi e malattie vanno incontro più frequentemente. Che dipendono, ad esempio, dal differente assetto endocrino tra maschi e femmine, dagli ormoni e dalla circolazione sanguigna. Un nuovo studio molto esteso su maschi e femmine (26.683 pazienti con condizioni psichiatriche e 119 sani) ha impiegato tecniche di visualizzazione cerebrale (neuroimaging funzionale), nello specifico la tecnica Spect (tomografica a emissione di singolo fotone).

Lo studio in questione mirava ad accertare se vi può essere una correlazione tra il maggiore flusso sanguigno, e quindi il maggiore apporto di ossigeno ai neuroni e a determinate aeree cerebrali nelle donne, il che può essere visto come un vantaggio in termini di migliore funzionalità cerebrale, ma forse pure come svantaggio nella predisposizione a malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. Le aree in cui i cervelli delle donne si trovavano significativamente più attivi in ​​termini di flusso sanguigno erano la corteccia prefrontale , che aiuta a controllare gli impulsi e mantenere l’attenzione e le parti limbiche o emotive del cervello, che gestiscono l’umore e l’ansia. Uno di quei lavori su cui molti giornalisti e media si butteranno a pesce, perché pare confermare molte osservazioni empiriche che ognuno di noi fa nella vita quotidiana, sul modo di funzionare delle teste maschili rispetto a quelle femminili. Sarebbe una conferma, anche semplicistica a ben vedere, di taglio apprentemente “scientifico”.

Resta solo da aggiungere che il ricercatore principale dello studio, firmatario del lavoro, brain-blood-activity.jpgè uno psichiatra dalla reputazione controversa: Daniel Amen. Uno di quei palestrati medici statunitensi, californiani, delle star e dei ricconi, con cliniche intestate a proprio nome, molto addentro ai meccanismi di marketing, che fanno un sacco di soldi pure con libri (pubblicati anche in italiano), programmi tv, corsi e conferenze, del genere “cambia la tua età e la tua vita col cervello”. Un guru della nuova e redditizia religione del corpo. Attendiamo dunque conferme o smentite a questo studio che, sulla carta, pare stimolante. Ma per potere dire Amen, dobbiamo attendere altro.

Nella foto della scansione:  in rosso, il flusso sanguigno che risulterebbe aumentato nel cervello delle donne. Immagine diffusa, manco a dirlo, dalle “Amen Clinics”.

Amen DG, Trujillo M, Keator D, Taylor DV, Willeumier K, Meysami S, Raji CA, Gender-Based Cerebral Perfusion Differences in 46,034 Functional Neuroimaging Scans, Journal of Alzheimer’s Disease, 2017 Aug 4. doi: 10.3233/JAD-170432.

 

Annunci

Cromosomi in più nel cervello: Alzheimer e cellule iperploidi


Il prossimo 21 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’ Alzheimer. Un’occasione per riflettere se le continue acquisizioni in neuroscienze stiano conducendo anche a scoperte utili per la cura delle malattie neurodegenerative e, in particolare, di una tra le più temute e, a tutt’oggi, irrisolte:  l’Alzheimer.

Sugli aspetti genetici e molecolari si sta indagando da tempo, e alcuni traguardi di rilievo sono stati raggiunti. Che tuttavia non si sono tradotti in possibilità terapeutiche efficaci né, tantomeno, risolutive. Anche perché quasi tutte centrate sulle placche proteiche di beta-amiloide, senza tuttavia ottenere grossi vantaggi sui sintomi progressivi della malattia. Altrettanto dicasi per la proteina tau che si sviluppa all’interno dei neuroni delle persone colpite da Alzheimer. Ma la domanda cruciale che oggi i ricercatori si stanno ponendo è: l’ammasso di queste proteine intracellulari sono la causa o l’effetto di qualcos’altro a monte?

Si delinea qualcosa di apparentemente nuovo che, se confermato, aprirà la strada a nuove indagini e future possibilità di trattamento. Forse più attuabili nelle forme ereditarie. Nel cellule cerebrali delle persone colpite da Alzheimer, stando alle nuove scoperte, sussisterebbe una condizione nota come “iperploidia”, ovvero un numero superiore a due set cromosomici che sarebbe normale attendersi. Nel cervello normale circa il 10 per cento delle cellule sono iperploidi, mentre nei soggetti studiati, negli stadi precoci della malattia di Alzheimer, la quantità risultava doppia. E tali cellule andavano incontro a morte nelle fasi finali della malattia, lasciando il cervello privo di neuroni. Nelle ricerche successive, si è cercato di comprendere se le cellule iperploidi anormali fossero diffuse ovunque, oppure fossero confinate nelle aree cerebrali più colpite dalla malattia di Alzheimer. La risposta sperimentale ha evidenziato una dispersione uniforme nel cervello sano, mentre le cellule anormali, nel caso di soggetti colpiti da Alzheimer, si limitavano strettamente alle regioni deputate alla formulazione del “pensiero” e della “memoria”. Le aree più colpite dall’Alzheimer.

Come ha riferito nel maggio scorso la rivista New Scientist, in un articolo di Andy Coghlan, il gruppo di  ricerca cappeggiato da Thomas Arendt presso l’Università di Leipzig in Germania, ha esaminato i tessuti prelevati da  cervelli sani e dai cervelli di quanti avevano una diagnosi di morbo di Alzheimer, al momento della morte, o mostrassero segni iniziali della malattia. La ricerca ha evidenziato che circa il 10 per cento dei neuroni nel cervello delle persone sane conteneva più di due set di cromosomi, una condizione nota come iperploidia. La scoperta sorprende  in quanto tutte le cellule del corpo umano si suppone che contengono solo due set di cromosomi. Non solo, ma ancora più importante è il fatto che nel periodo appena precedente allo sviluppo del morbo di Alzheimer, o nei primi stadi della malattia, la Arendt e colleghi hanno scoperto che le cellule iperploidi erano una quantità  doppia rispetto al comune. E, nella fase finale del morbo di Alzheimer,  delle cellule cerebrali perdute, il 90 per cento erano iperploidi (American Journal of Pathology, DOI: 10.2353/ajpath.2010.090955).    

 Andando più nel sottile, le cellule cerebrali iperploidi delle persone malate di Alzheimer contengono differenze sostanziali da quelle delle persone malate. E nonostante non si conosca ancora a fondo il ruolo delle cellule iperploidi nel cervello sano, il quello malato sembrano essere il maldestro risultato di duplicazione cellulare, portando con sé, come conseguenza, un elevato, e anormale, numero di cellule iperploidi.

E’ ancora prematuro dire se vi sia un ruolo diretto dell’anormale numero di cellule iperploidi nella genesi del’Alzheimer, per ora si tratta semplicemente di una correlazione. Tuttavia siamo di fronte ad una nuova evidenza sperimentale di cui tener conto, in una patologia neurodegenerativa che tuttora non lascia speranze.

I passi successivi, già avviati da altri gruppi di ricerca (ad esempio in Spagna, José María Frade e colleghi all’Istituto Cajal di Madrid) sono volti a chiarire una serie di interrogativi: la quantità di cellule extra sono già presenti nel cervello del feto che in seguito, da adulto, svilupperà la malattia di Alzheimer, oppure chi si ammala da adulto produce più cellule del dovuto a seguito della malattia? E infine: se questa iperproduzione di cellule ha un ruolo nella malattia, come rallentarla o addirittura bloccarla? Domande aperte, a cui la ricerca successiva dovrà dare risposte. Intanto, si è avviata una nuova   fase di fiducia tra i ricercatori.

News: La Fondazione Manuli, che si impegna per l’aiuto concreto ai malati di Alzheimer e alle loro famiglie, il 20 settembre 2011 terrà a Milano il convegno “L’isola in città come miglioramento della qualità di vita della persona con Alzheimer. Quali risultati?”.