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Cancro e psiche: esiste una connessione?


STRESS.jpgDiciamo subito che la risposta definitiva non esiste. Però si è aggiunto uno studio su decine di migliaia di casi, comprendente adolescenti, adulti e anziani, uomini e donne, durato quasi dieci anni in Inghilterra e, in misura minore, in Scozia. Lo studio di epidemiologia osservazionale (pazienti seguiti per anni riguardo le loro diagnosi di malattia e di morte per neoplasie) intendeva indagare, attraverso consensuale studio delle loro cartelle cliniche e somministrazione di questionari sulla salute generale, quali rapporti potessero esserci tra disagio mentale (ansia e depressione, o in termine unico “distress”, lo stress negativo) e sviluppo o aggravamento dei tumori. A dare diffusione dello studio non è una oscura rivistina New Age o di medicina olistica, ma bensì il numero più recente del British Medical Journal.

Se parliamo di psiche in generale, quindi di cervello, sistema nervoso e corpo, non arriveremo mai a capo di una questione così complessa e multifattoriale come quella dei rapporti tra cancro e psiche. Prima di tutto, perché non esiste un solo tipo di cancro. Secondo, perché nello sviluppo dei vari tipi di tumore, entrano in ballo genetica ed epigenetica. Nell’epigenetica, vale a dire i fattori che possono innescare un processo neoplastico, possiamo elencare gli stili di vita (sedentarietà, obesità, fumo, alcol), quelli ambientali (inquinamento, status socio-economico), ma pure quelli psicologici (ansia, depressione, stress). Che ruolo hanno questi ultimi?

Mentre vi sono sempre maggiori evidenze che il disagio psicologico cronico, lo stress cronico, hanno un ruolo importante nello sviluppo e aggravamento delle malattie cardiovascolari (malattie coronariche, infarto e ictus), altrettanto non si può dire del rapporto tra disagio psicologico e cancro. Non lo si può affermare come rapporto diretto, cioè di causa-effetto (il disagio psicologico, lo stress cronico, non provocano il cancro), ma possiamo ipotizzare che vi sia un rapporto “indiretto”: il disagio psicologico, lo stress cronico, sono predittivi di un aggravamento del cancro? Questo studio tende a rispondere affermativamente.

Bella forza, si dirà. Se uno sa di essere un malato grave di cancro, è ovvio che sviluppi ansia e depressione. Certo. Però tra i 163.363 soggetti seguiti dallo studio, vi erano pure casi in cui il cancro non era ancora stato diagnosticato (malattia subclinica). E già manifestavano sintomi di ansia, depressione e stress cronico.

«I nostri risultati – scrivono gli autori – potrebbero essere importanti nel promuovere la comprensione del ruolo del disagio psicologico (distress) sia nell’eziologia che nella progressione del cancro, così come si sta cercando di accertare come questo e altri fattori psicologici (quali lo stress psico-sociale, la cognizione, la personalità, la soddisfazione di vita) possano, eventualmente, giocare un ruolo nella prevenzione e nella prognosi».

Le ipotesi aperte a tale riguardo, sono molteplici, sia organiche che comportamentali. Chi è cronicamente in preda a disagio psicologico, tende ad avere stili di vita meno salutari: magari mangia male, beve, non fa attività fisica regolare, dorme male, fuma, tende a non fare controlli medici regolari, tende a non seguire le prescrizioni e le cure mediche. Come si usa dire in termini popolari: tende a lasciarsi andare. Ma quali meccanismi biologici potrebbero entrare in gioco nei rapporti tra cancro e stress? Come dicono gli autori di questo studio: «L’esposizione ricorrente a stress emotivo potrebbe diminuire  la funzione delle cellule natural killer, implicate nel controllo delle cellule tumorali. Di particolare rilevanza per i tumori ormone-correlato è il suggerimento che i sintomi della depressione potrebbero portare a disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, aumentando le concentrazioni di cortisolo, diminuendo le difese immunitarie e incrementando le risposte infiammatorie, inibendo di conseguenza la riparazione del Dna, sfavorendo così i processi di difesa verso il cancro».

Dallo studio è emerso che la causalità inversa (disagio psicologico che si traduce in comportamenti negativi per la salute) è un fattore di rischio importante non solo per le malattie cardiovascolari, ma pure per i tumori (in particolare per il carcinoma del colon-retto, della prostata, del pancreas, dell’esofago e per la leucemia). Come dicono gli autori “l’avvio dei tumori non è un semplice processo stocastico”, cioè un innescarsi casuale di divisioni cellulari abnormi. Ma dipende anche da noi. Sicuramente da come trattiamo il nostro corpo e il nostro ambiente. Forse anche da come trattiamo la nostra mente e le nostre emozioni. E rimangono validi le plurisecolari indicazioni empiriche: mente sana in corpo sano, cuor allegro il ciel l’aiuta.

G David Batty, reader in epidemiology, Tom C Russ, Marjorie MacBeath intermediate clinical fellow, Emmanuel Stamatakis, associate professor, Mika Kivimäki, professor of social epidemiology. Psychological distress in relation to site specific cancer mortality: pooling of unpublished data from 16 prospective cohort studies
BMJ 2017; 356 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.j108 (Published 25 January 2017)
Cite this as: BMJ 2017;356:j108 http://www.bmj.com/content/356/bmj.j108

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Sei socievole? Ecco il segreto


socialeSul supplemento del Corriere della Sera, La lettura del 21 agosto, un articolo a cura di Giuseppe Remuzzi sviluppa un tema da me ampiamente trattato nel libro “Il cervello anarchico” e ripreso in collaborazione con il coblogger Pierangelo Garzia nel libro “Mitocondrio mon amour” entrambi editi da UTET.  Si tratta delle relazioni fra sistema immunitario e cervello.

In questo articolo di Remuzzi viene riportato uno studio pubblicato dalla rivista Nature e condotto da un gruppo di neuroscienziati dell’Università della Virginia. In tale studio, lavorando su topolini di laboratorio, si  è dimostrato che aumentando la produzione di interferone gamma prodotto dai linfociti T del sistema immunitario i topi diventavano più socievoli. Inibendo invece questa produzione gli animali di laboratorio perdevano socialità fini quasi a diventare autistici. Ma non è finito qui, in quanto i ricercatori sono riusciti a dimostrare che l’attività dell’inteferon gamma si realizzava in prevalenza sulle cellule cerebrali delle regioni prefrontali cioè quel tratto di neo corteccia che ha caratterizzato l’evoluzione dell’homo sapiens.

Da sempre come clinico mi sono impegnato verso i miei pazienti a prescrivere sostanze farmacologiche o fitoterapici attivatori del sistema immunitario al fine di migliorare la loro qualità di vita sia per quanto riguarda il tono dell’umore che la difesa dalle malattie e quest’ultima interessante scoperta conferma l’importanza delle relazioni fra sistema immunitario, sistema neuroendocrino e cervello nella evoluzione dell’homo sapiens. Ricordo il caso di una giovane paziente a cui avevo prescritto il fitoterapico in goccie estratto dal pelargonium sidoides (Kaloba il nome commerciale) indicato come prevenzione sulla bronchiti e molto attivo sulle celle macrofagiche a cui gli amici chiedevano se non avesse assunto cocaina considerata l’allegria che questa sostanza le induceva.

Emozioni, cuore e cervello (terza parte)


BrokenQuando a una persona diciamo “non ti arrabbiare, ti fa male al cuore!”, oggi siamo sostenuti non soltanto dalle constatazioni popolari, ma pure dalla ricerca. Un recente studio australiano rileva che un attacco di rabbia, ma pure un intenso stato d’ansia, in soggetti con occlusione coronarica, possono mettere a rischio di infarto fino a due ore successive all’evento emotivo acuto. Le forti emozioni, soprattutto rabbia e attacchi d’ansia, dicono gli autori di questa ricerca, si accompagnano a una biochimica che dal cervello, attraverso il sistema nervoso periferico, può influenzare direttamente il cuore.

Al punto tale da potersi definire l’evento emotivo acuto come un “trigger” che innesca la reazione cardiaca avversa. Questa la notizia negativa. Quella positiva: possiamo educare la nostra mente e i nostri comportamenti, soprattutto se soffriamo di cuore. Possiamo agire a posteriori, quanto prima possibile, anche farmacologicamente, nel malaugurato caso di un litigio, una potente arrabbiatura, soprattutto in famiglia o al lavoro. Circostanze in cui, dicono i ricercatori, sono stati rilevati gli attacchi emozionali più violenti e deleteri (“mi sentivo molto arrabbiato, il corpo era teso, stringevo i denti ed i pugni”). Ecco che allora, quando si profila una violenta litigata tra partner, o tra colleghi di lavoro, e uno dei due gira i tacchi e se ne allontana, a prima vista può apparire una fuga, ma dal punto di vista di cuore e cervello, la manifestazione di un istinto di sopravvivenza.

E’ come se il cuore e le vie di diffusione del sangue, valvole cardiache e arterie, si restringessero sotto l’influsso delle emozioni distruttive. In particolare della rabbia e di quelle emozioni che, protratte nel tempo, la generano: gelosia, ostilità, rancore, collera. Ancora una volta gli assunti popolari avevano colto nel segno: “hai il cuore di pietra”, “il tuo cuore è chiuso”, “hai un cuore nero”. E oggi la scienza è sempre più sulla via non solo di dimostrarlo, ma anche di proporre rimedi. Magari mediandoli dalle sempiterne tecniche di meditazione orientali, come la respirazione lenta, già suggerita da numerosi cardiologi ai propri pazienti ipertesi e cardiopatici. Tutto ciò si riconduce a un concetto che è clinico, ma suona pure poetico: “coerenza cardiaca” o “coerenza psicofisiologica”.

E’ quando mente e corpo sono in armonia, ci sentiamo in pace con noi stessi, il cuore ha un battito regolare, neanche lo avvertiamo. Se registrassimo l’attività elettrica del cervello con un encefalogramma, le onde cerebrali sarebbero alfa e beta. Condizione per cui, spiegano gli studiosi, l’attività cerebrale si sicronizza con il ciclo cardiaco. Insomma, cuore e cervello suonano assieme la stessa armonia. Le cose si invertono quando siamo preda di emozioni distruttive. La coerenza psicofisiologica salta, e il cuore ne risente. Se le emozioni negative sono croniche e protratte troppo a lungo nel tempo, i rischi per il cuore aumentano. Senza bisogno di tanti strumenti di controllo, ognuno di noi sa che in preda alla rabbia non si sta bene. C’è una sensazione di tensione muscolare. Il cuore batte più forte. Ci sentiamo il volto infuocato.

Tutto ciò corrisponde ad alterazioni psicofisiologiche: aumentano ritmo respiratorio, frequenza cardiaca e tensione arteriosa. E fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, tutta una serie di studi epidemiologici hanno mostrato un rischio più alto di incidenti cardiovascolari nelle persone abitualmente colleriche. Una esplosione di collera non solo può guastare irrimediabilmente i rapporti, ma anche le fibre del nostro corpo. Ed ecco che i cardiologi hanno cominciato a suggerire ai loro pazienti: “cerchi di non prendersela, di non arrabbiarsi troppo”. Non è possibile eliminarla del tutto: la collera è una reazione primordiale, iscritta nel nostre cellule. Però tra reprimere la rabbia e lasciarla esplodere in modo incontrollato, esiste una sana via di mezzo. E’ utile allenarsi: tante piccole prove di collera per arrivare, quando necessita, a non esserne accecati. E lasciando così cuore e cervello un po’ più freddini, ma “coerenti”.

Da secoli il pensiero buddista indica le emozioni distruttive (rabbia, odio, ostilità) come ostacolo non solo all’evoluzione della coscienza personale e delle relazioni umane, ma anche deleterie per la salute del nostro corpo. Alla base di un buon rapporto con noi stessi e gli altri il buddismo indica la necessità di un addestramento mentale per padroneggiare l’espressione e l’intensità delle emozioni tossiche. Le varie scuole di psicoterapia prima e le neuroscienze poi – nonché cardiologia e medicina internistica sul ruolo delle emozioni distruttive nella genesi delle cardiopatie ischemiche -, non fanno che confermare certi assunti del percorso buddista. Tanto che dall’incontro tra il Dalai Lama, massima autorità del buddismo tibetano, e un gruppo di neuroscienziati, più di vent’anni fa, nacque il Mind and Life Institute con lo scopo di mettere a confronto, durante una serie di incontri annuali, scoperte empiriche della pratica buddista e acquisizioni della ricerca sui rapporti mente-cervello.

Non c’è dubbio che, alla lunga, medicina e psicologia abbiano tenuto conto pure di certi Triggering of acute coronary_OKstudi, un tempo considerati più affini alla new age che non alla scienza. Dalle pratiche di meditazione e dalla respirazione yoga sono emerse alcune “applicazioni” pratiche, consone alla vita di noi occidentali. La respirazione lenta, ad esempio, viene spesso suggerita dai cardiologi per ridurre l’impatto delle emozioni negative (angoscia e collera) su cuore e sistema  cardiovascolare. Consiste nel respirare in modo superficiale e lento, due volte al giorno per due settimane, finché ci si abitua alla pratica. Dieci minuti di respirazione addominale  lenta (impiegando almeno tre secondi per inspirare e almeno sei per espirare). Lo scopo finale è quello di adottare, appena sorge una emozione dirompente o uno stato di tensione, una respirazione lenta e superficiale (in particolare una espirazione lenta, come se si avesse davanti alla bocca una candela che deve restare accesa). Con impegno e costanza nella pratica, sembra che i risultati siano garantiti.

Buckley T, Hoo SY, Fethney J, Shaw E, Hanson PS, Tofler GH, Triggering of acute coronary occlusion by episodes of anger, Eur Heart J Acute Cardiovasc Care. 2015 Feb 23.

Episodes of intense anger associated with high risk of heart attack within the next two hours

Emozioni, cuore e cervello (seconda parte)


CuoreCervelloOK«Un altro caso utile per dimostrare quanto lo stress possa compromettere il buon funzionamento del cuore – ricorda Gianfranco Parati – ci viene dalla registrazione di pressione effettuata nelle 24 ore su un lavoratore impegnato tutti i giorni a guidare il tram nel traffico di Milano. Una persona giovane, 39 anni, senza malattie cardiovascolari. Aveva una pressione abbastanza elevata durante il turno lavorativo pomeridiano, mentre si abbassava una volta terminato il turno. Rientrava a casa con valori di poco superiori alla norma, ma si normalizzava per tutto il sonno notturno. Il mattino successivo la pressione schizzava di nuovo a livelli altissimi. Cioè quando ricominciava il turno di lavoro in cui il traffico cittadino è più caotico: dalle 7 alle 13».

Appena si metteva alla guida, la pressione del giovane tramviere saliva in maniera impressionante, molto più che al pomeriggio, raggiungendo valori superiori ai 200 di massima. Che questo dipendesse dallo stress lavorativo e dal particolare impegno che la guida del veicolo rappresentava per questa persona, è stato dimostrato dalla ripetizione del tracciato nello stesso soggetto, durante una giornata in cui non era previsto un turno mattutino. E in quest’ultimo tracciato si constatò che la mattina senza la guida del mezzo, la pressione era decisamente più bassa, simile a quella  osservata durante il turno pomeridiano.

«In simili condizioni, un approccio terapeutico volto a proteggere il paziente – prosegue Parati – non può limitarsi soltanto alla scelta del farmaco che dovrebbe, fra l’altro, occuparsi di controllare una pressione molto diversa, in diversi momenti della giornata.  Quindi avendo bisogno di una modulazione della terapia, di dosi diverse nell’arco della giornata. L’intervento terapeutico deve associarsi alla correzione degli stili di vita e dei turni di lavoro della persona a rischio. Cercando di evitare una esposizione ad eventi stressanti che non riesce a gestire e sono potenzialmente pericolosi».

Facile a dirlo. Meno ad evitarli, gli eventi stressanti e pesanti per la nostra salute. La vita, la nostra in particolare, di genti inurbate del terzo millennio, è fitta di situazioni caotiche, conflittuali, potenzialmente ostili. Non siamo solo individui biologici, dicono gli specialisti della psiche. E neppure soltanto mentali. Ma bensì, soggetti tripartiti: bio-psico-sociali. Vale a dire che sul nostro organismo hanno influenza tanto le componenti biologiche, genetiche e molecolari, quanto quelle mentali che, ancora, quelle sociali, ambientali.

E’ esperienza comune che rapporti soddisfacenti tanto nella vita che nei confronti del partner e, in genere, nell’ambiente familiare, abbiano ripercussioni pure sulla nostra buona salute. Viceversa quando siamo rosi da dubbio, rancore, gelosia, odio, ostilità. Tutto ciò che, da sempre, il pensiero orientale, buddista in particolare, ha indicato come emozioni negative da estirpare, guarda caso, dal nostro cuore.

Dalle nostre parti, anziché santoni e guru, è più facile entrino in scena gli specialisti della mente. Psicologi, psichiatri e neuroscienziati. Tutti a cercare di dimostrare come un certo tipo di personalità (elencate con le lettere dell’alfabeto, A e D) siano più predisposte verso le malattie cardiovascolari e, in particolare, verso i fenomeni ischemici e la cardiopatia coronarica. Anche qui, tuttavia, non è nuovo il desiderio dell’uomo di riuscire ad associare certi tipi di personalità a specifiche patologie.

Già Ippocrate, il padre della medicina da cui il famoso giuramento di chi ne esercita la pratica, più di duemila anni fa, definì la relazione tra tipi di personalità, umore e salute in termini di combinazione tra bile nera e bile gialla. “Non roderti il fegato”, si dice ancora oggi per invitare a lasciare perdere le emozioni distruttive che logorano la mente e il corpo. Oppure: “ti prenderà un colpo”. Intendendo che il cuore si spezzerà di dolore, crepacuore, sotto l’influenza di stimoli negativi provenienti lungo il sistema nervoso autonomo e la cascata di altrettante molecole, dal nome altisonante (glucocorticoidi, catecolamine), legate da matrimonio indissolubile con lo stress, acuto e cronico.

«Credo che la psiche abbia una grandissima influenza sul corpo – afferma Bernard Lown uno dei più grandi cardiologi viventi nonché premio Nobel per la pace a seguito della  sua attività in favore della salute pubblica – e sul cuore in particolare. Questo rapporto è riconosciuto da sempre, tanto è vero che nel linguaggio comune troviamo frasi come “morì col cuore spezzato”, “il suo cuore era pieno fino a scoppiare”, “avere un peso sul cuore” e “ho il cuore in gola”. Una psiche disturbata può creare problemi al cuore, soprattutto attraverso lo stress. Anche gli esperimenti che ho condotto dimostrano questa relazione tra stress e disturbi cardiaci. Sono convinto che i problemi di almeno metà dei miei pazienti sono dovuti allo stress, non a motivi organici».

Enrico Molinari, ordinario di psicologia clinica all’Università Cattolica di Milano, autore assieme a molti altri specialisti internazionali di un poderoso volume intitolato Mente & cuore. Clinica psicologica della malattia cardiaca (Springer), ne è Mente&CuoreOKconvinto quanto Bernard Lown: la nostra vita emotiva è indissolubilmente legata al cuore.

«Stati emotivi come la rabbia – sostiene Molinari – la paura e il risentimento possono essere fattori di rischio per le malattie cardiache. Infatti tali stati emotivi, oltre ad influenzare la comparsa del disturbo cardiaco, ne possono aggravare i sintomi, peggiorare la prognosi e ostacolare la guarigione. Conflitti interpersonali, umiliazioni in pubblico, minacce di separazione dal coniuge, lutti, insuccessi professionali, e a volte anche alcuni incubi, tutte queste sono situazioni che provocano tensione psicologica che si ripercuote sul cuore».

Sembra proprio che quanto è importante nella vita – affetti, lavoro, rapporti – abbia la propria contropartita non solo nel cervello, ma pure nel cuore. Del resto, una parola tuttora usata ma di cui abbiamo accantonato l’etimologia, “ricordare”, lega cuore e cervello in un unico monogramma. Deriva dal latino “cordis”, cuore appunto. Ricordiamo col cervello, certo. La scienza lo dimostra ogni giorno di più. Ma un po’, non sappiamo ancora quanto e come, anche col cuore.

Enzo Soresi: “Come sono giunto ad occuparmi di Pnei e fisiologia delle emozioni”


SoresiEnzoDal 1968 al 1998, per 30 anni, presso la Divisione di pneumologia dell’ospedale Ca’ Granda di Niguarda mi sono impegnato nella diagnosi e nella terapia dei tumori polmonari. In particolare, uno di questi, noto come microcitoma o Small Cell  Lung Cancer, di struttura neuroendocrina, sembrava essere negli anni ’70 un tumore guaribile con la chemio e radio terapia. Purtroppo,  proprio le caratteristiche neuroendocrine che rendevano questo tipo di tumore  molto sensibile alle terapie, nello stesso tempo, ne favorivano la diffusione metastatica ed alla fine era sempre il tumore a vincere la sua battaglia. Dimessomi dall’Ospedale nel ’98,  fu proprio la riflessione su questo tipo di tumore e sulla sua struttura  neuroendocrina a stimolarmi  a scrivere un particolare libro dal titolo Il cervello anarchico edito dalla Utet nel 2005 e giunto oggi alla quarta  ristampa con De Agostini. In questo libro sviluppo la relazione fra sistema neuroendocrino, sistema immunitario e strutture mesolimbiche del cervello cioè le strutture emozionali. Su queste basi è nata, negli Stati Uniti, negli anni ’60, una nuova scienza definita Pnei (Psico Neuro Endocrino Immunologia) di cui il vero  fondatore può essere considerato l’immunologo Edwin Blalock.

Si deve infatti a questo scienziato, fra le tante scoperte, quella che i globuli bianchi linfociti, quando producono anticorpi contro un determinato antigene (blastizzazione) liberano nel sangue, nel contempo, tutti  gli ormoni ipofisari.  Nel mio libro racconto numerosi casi clinici spiegando come l’effetto placebo e l’effetto nocebo siano strettamente correlati  allo stato emozionale del’individuo e quindi come  anche le malattie possano essere  collegate all’assetto psichico del soggetto come peraltro già il filosofo Antifonte  aveva ipotizzato circa 300 anni prima di Cristo lasciando questa massima : “è  il cervello che dirige il corpo verso la salute o  le malattie così come verso tutto il resto”.

La Pnei chiarisce molto bene  il rapporto fra stress e sistema immunitario ed ha consentito di mettere in rilievo il contributo dello stress nell’abbattimento delle difese immunitarie dell’organismo e quindi nell’instaurarsi di condizioni di maggiore vulnerabilità  con un aumento della probabilità di sviluppare malattie anche gravi (1).  La fisiologia dello stress implica l’attivazione dell’asse ipotalamo –ipofisi-surrene che, a sua volta, aumenta la produzione di neurotrasmettitori e ormoni quali adrenalina, noradrenalina e cortisolo.  Le cellule immunitarie, di conseguenza, possono essere marcatamente alterate dall’esposizione cronica allo stress attraverso la eccessiva stimolazione dei  recettori di membrana per i glicocorticoidi.

Nel 2010, dopo la lettura di un libro di una psicanalista di Oxford, Sue Gerhardt,  dal titolo Perché dobbiamo amare i bambini  (Raffaello Cortina), ho organizzato un convegno in cui vari esperti hanno spiegato ciò che questa collega aveva intuito e cioè che il disagio psichico dei bambini, già nei primi anni di vita, vada correlato alla costruzione del cervello che avviene negli ultimi sei mesi di vita fetale e nei primi due anni di vita neonatale. In questa  periodo  si costruiscono oltre ai programmi motori  anche i programmi emozionali, in modo interattivo con l’ambiente, ed è per questo motivo  che la malattia psicosomatica, come da sempre sostenuto dagli psicoanalisti, ha le radici  biologiche in questa fase neonatale.

Sulla base di questi concetti nel 2012 con la collaborazione di due giornalisti scientifici, Pierangelo Garzia ed Edoardo Rosati, abbiamo pubblicato un libro dal titolo Guarire con la nuova medicina integrata (Sperling & Kupfer) in cui si spiega, in particolare in oncologia, l’importanza di  sfruttare le medicine complementari per meglio sostenere l’impatto con la tossicità delle terapie antitumorali  e l’importanza dell’assetto psichico nel sapere affrontare con la adeguata  “resilienza” l’impatto con PNEI_OKla malattia. La resilienza è chiaramente collegata alla costruzione del cervello dei primi anni di vita ma la si può comunque ottimizzare con il supporto di tutti coloro che stanno vicino al malato con affetto e abnegazione. La resilienza in sostanza è la capacità di tollerare uno stress protratto senza che l’equilibrio biologico venga alterato in modo irreversibile. L’influenza che emozioni e credenze consolidate sul proprio sé e nel rapporto con il mondo possono esercitare nella reazione alla malattia , determinano effetti misurabili sulla capacità del corpo di guarire, diminuendo le probabilità di recidiva rafforzando il sistema immunitario nei confronti dei processi cancerogeni (2).

1. Biondi M. Psiconeuroimmunologia , in Pancheri P. , Cassano G. Trattato italiano di psichiatria, Masson, Milano ,1992

2. Faretta E. Trauma e malattia. L’EMDR in psiconcologia,  Mimesis