• Wikio - Top dei blog - Salute

  • agosto: 2017
    L M M G V S D
    « Lug    
     123456
    78910111213
    14151617181920
    21222324252627
    28293031  
  • Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

    Segui assieme ad altri 1.322 follower

  • Statistiche del Blog

    • 247,665 hits

La medicina della relazione


Soresi(Intervista-articolo di Valentina Guzzardo) La connessione tra corpo e mente va riletta alla luce della Psico-neuro-endocrino-immunologia (Pnei), che fa della medicina una scienza olistica.  In questa prospettiva il sintomo è solo la tappa di partenza del percorso di ripristino della comunicazione cellulare attraverso neurotrasmettitori. La terapia manuale è un valido aiuto in tale lavoro di riequilibrio, nell’ottica imprescindibile di un approccio terapeutico sinergico. Parola di Enzo Soresi, diventato autorevole esponente della medicina integrata e libero studioso di Neurobiologia per passione dopo cinquant’anni di carriera nel ruolo di primario di Pneumologia all’Ospedale Niguarda di Milano.

E’ pneumologo e oncologo di fama mondiale e il suo libro, il ‘Cervello Anarchico’ è all’undicesima ristampa eppure ancora si stupisce del successo inesauribile. Da quando dieci anni fa Enzo Soresi è uscito ‘dal giro’ della Sanità con i suoi obblighi e la sua burocrazia, ha un ‘pallino’: la Neurobiologia e divulgare cultura attraverso una visione ampia e aggiornata, senza tabù. Ha aperto per passione Neurobioblog # Connessioni Cervello Mente Corpo, che tiene da cinque anni con il giornalista medico-scientifico Pierangelo Garzia, insieme al quale ha scritto anche ‘Guarire con la nuova medicina integrata’ e ‘Mitocondrio mon amour’. “Divulgare cultura vuol dire potenziare l’effetto placebo – esordisce il Prof. Soresi – Questo è il senso generale della mia azione nella relazione medico-paziente. Quando prescrivo un farmaco a una persona malata spiegandogli come funziona e che senso ha, la medicina sortisce un effetto migliore”.

Cos’è la Psico-neuro-endocrino-immunologia e come ha cambiato il rapporto corpo-mente?

“La Pnei spiega come ogni atto psichico e spinta emozionale modificano la risposta biologica in quanto si è scoperto che il cervello è produttore di sostanze che si parlano col sistema immunitario e  neuroendocrino. Questa nuova scienza nasce dalla profonda conoscenza della comunicazione cellulare e si basa sul colloquio che avviene tra sistema immunitario, neuroendocrino e le strutture profonde del cervello, il sistema limbico. Tutto questo mondo di cellule si parla attraverso neurotrasmettitori, neuropeptidi, ormoni e il colloquio è quello che porta alla salute o alla malattia intesa come espressione di un danno che si sta manifestando nella comunicazione. Quindi le emozioni attivano o disattivano determinate risposte. Ogni reazione fisica è da leggere in senso biologico. La terapia manuale può essere utile sul piano dei neurotrasmettitori: un lavoro di riequilibrio all’interno delle fibre distribuisce meglio la comunicazione. Tale processo è guidato dal sintomo, che è solo il punto di partenza di un percorso. Sono sempre le concomitanze dell’organismo che vanno capite sinergicamente”.

In che modo integra la sua attività coi terapisti manuali?

“La terapia manuale è un’ottima opzione, insieme al movimento fisico, per riattivare i mitocondri, ad esempio. A differenza nostra, loro possono ringiovanire. Meglio stanno, meglio stiamo. Sono loro a darci vita energetica e sono ovunque: nei muscoli, nel cuore (il 40% del volume della cellula cardiaca è occupata dai mitocondri), nel cervello. A mio avviso va integrato tutto. Non a caso io stesso mi faccio trattare da un terapista manuale ogni martedì, oltre a camminare quaranta minuti al giorno almeno tre volte a settimana: più muoviamo il nostro corpo meglio stiamo, tutto va mosso. Un altro esempio è il modo in cui alleno i fumatori. Il segreto è mobilizzazione del diaframma per recuperane la funzione. Il senso generale dell’esercizio fisico, anche in Oncologia, è recuperare ossigeno perché diventa un baluardo contro la malattia. Oltre al movimento fisico e all’approccio psicoterapeutico, nella gestione del malato prevedo anche un lavoro manuale di tipo manipolativo viscerale per togliere l’intrappolamento del nervo frenico e di conseguenza allentare la tensione del muscolo diaframmatico. Qualsiasi atto medico integrato è un atto che punta alla prevenzione del danno organico cioè a ridare equilibrio al sistema: una comunicazione che sia equilibrata. Abbiamo 144 diversi tipi di cellule nel nostro organismo. La comunicazione fra loro si basa su oltre 600 recettori di membrana e circa 1.800 messaggeri cellulari (ormoni, neuropeptidi, citochine): tutte queste connessioni sono un caos e in tale caos il benessere non è semplice. Ogni tipo di relazione medico-paziente-cliente attiva un percorso. Se ho una persona malata di fibrillazione atriale e agisco solo in maniera organica dandogli un anticoagulante e non so nulla del suo mondo emotivo…che peccato, che brutta medicina! Se invece ci si approccia in maniera più ampia non si fa altro che migliorare il vissuto di tutti. E’ questa la verità e la bellezza della nuova medicina e, in definitiva, della vecchia medicina, di cui ci stiamo riappropriando: la relazione. Inoltre oggi abbiamo a disposizione farmaci, fitoterapici, integratori ed una notevole quantità di tecniche complementari da giocare al meglio”.

Quale ruolo assume il farmaco in questo contesto?

“Come dicevo, quando vedo casi dove penso siano utili terapie complementari propongo l’approccio manuale, il Feldenkrais, la Mindfullness, l’omeopatia, l’agopuntura, la fitoterapia…Nel libro ‘Il Cervello Anarchico’, infatti, scrivo che ho tutti i ‘consulenti’ del mondo, mi manca solo lo sciamano perché nel contesto occidentale è la compressa a farne le veci. L’effetto placebo è una realtà biologica. La grande novità è che segue vie biologiche precostituite, impostate nei primi anni di vita. Alcuni studi iniziano a considerarlo a tutti gli effetti un organo – il Placeboma – costruito da un pool di geni finalizzato ad acquisire la ‘funzione’ placebo che risponde in modo personalissimo sulla base di come la persona è stata accudita da piccola, di quello che ha mangiato, di quanto è stata amata, di ciò che gli è successo nei primi anni di vita. In questo periodo dell’infanzia si costruisce tutto il proprio mondo biologico, che è fatto di comunicazioni cellulari: a seconda di come funzionano, quando si assume un farmaco la connessione è maggiore o minore. A dimostrazione di ciò, recentemente è stato osservato che gli antidepressivi funzionano se il placebo è in condizione di farli funzionare. Anche il mito del farmaco va sfatato, dunque, perché la medicina va vista all’interno di un percorso biologico: prima viene la biologia, dopo la compressa. E’ proprio lo sviluppo della medicina in senso biologico e non più meccanicistico ad appassionarmi di più. La nuova grande scienza, grazie alle acquisizioni degli ultimi cinquant’anni, è la Biologia, che dà un senso scientifico alla Medicina: la conoscenza della cellula (che si basa sulla microscopia elettronica e le reazioni istochimiche) è ciò che oggi sta modificando la comprensione della risposta biologica di ciascun individuo. Più conosciamo la comunicazione cellulare più riusciamo a entrare nell’organismo e rimodularlo in senso corretto. E’ questo il senso generale della medicina, della relazione e della farmacologia”.

In che modo cambia l’importanza della terapia manuale alla luce di queste novità?

“Grazie agli studi di Candace Pert (neuroscienziata e farmacologa statunitense) sappiamo che tutti i recettori degli oppioidi sono sia centrali che periferici per cui l’emozione viene espressa ovunque nel corpo. Occorre quindi facilitarne lo scorrimento in modo che non si blocchi e che la liberazione coinvolga l’intero organismo. Il lavoro manuale aiuta questo processo di rilascio di beta-endorfine e dunque l’espansione di emozione organica positiva”.

Ad oggi quante persone sono aperte come lei nel settore?

“Io ritengo che ciascun medico nasca filosofo e debba arrivare alla propria visione della medicina attraverso una cultura generale – dai libri alla musica – per poi farsi portare dalla curiosità, la molla che ha mosso l’Homo Sapiens. Chi viene ai convegni dove presento gli ultimi aggiornamenti su questi temi è sempre entusiasta perché evidentemente ha dentro le stesse cose. Più in generale, ci sono colleghi che paiono finalmente contenti che qualcuno abbia aperto la strada alla biologia e alle emozioni. D’altra parte i medici sono vincolati dalla società contemporanea a situazioni fortemente aggressive che impongono responsabilità personali, medicina difensiva…io stesso ho dovuto vivere in ospedale per anni come una macchina da guerra. Quando ne sono uscito ho potuto riappropriarmi di me stesso, delle mie convinzioni più ampie, rimanendo comunque sempre attento alla medicina scientifica in senso attuale. La Medicina è una scienza in progress”.

Quando sarà una scienza perfetta? 

“Quando avrà la conoscenza di tutto l’organismo e di tale sistema all’interno del cosmo. Quando si saprà tutto di Fisica e di Biologia. E quando, pur avendo la propria specializzazione, si sarà capaci di quello sguardo d’insieme sull’essere umano tra le nostre mani che fa la differenza nella cura”.

 

Per saperne di più: Fascial Crossroads. Roma, 21-22 Ottobre 2017

http://www.fascialcrossroads.it/panoramica_generale_congresso.html

 

Chi ti credi di essere?


newL’anno nuovo del settimanale britannico di divulgazione scientifica New Scientist si apre con una eterna domanda: chi ti credi di essere? Molti di noi tendono a sopravvalutarsi, sia in senso mentale che, soprattutto, riguardo l’attrattiva fisica. Perché aumenta l’autostima e ci fa stare bene. Si chiama superiorità illusoria. Per non incorrere in cocenti delusioni, meglio imparare ad essere più umili. Un buon proposito per il nuovo anno. Anche perché, come dice la psicologa americana Simine Vazire, esperta nello studio della personalità e della conoscenza di se stessi, l’attrattiva fisica, una qualità su cui molti di noi si preoccupano, è molto difficile da auto-giudicare. “La nostra precisione non è pari a zero, ma ci va vicino”, dice Vazire. Ma che c’è di male nel coltivare la superiorità illusoria? Stavolta ci fa luce lo psicologo Zlatan Krizan dello Iowa State University. Krizan fa notare che “per avanzare nella vita e nella società, dobbiamo fare scelte su dove investire i nostri sforzi, e su quali esiti mettere in gioco la nostra autostima. L’imprecisa conoscenza di sé ci porta a fare scelte sbagliate, contribuisce ad entrare in conflitto con gli altri, e, infine, ci rende carenti nei nostri sforzi”. Insomma anche per il nuovo anno rimane imperativo: conosci te stesso e conoscerai il mondo.

Sei socievole? Ecco il segreto


socialeSul supplemento del Corriere della Sera, La lettura del 21 agosto, un articolo a cura di Giuseppe Remuzzi sviluppa un tema da me ampiamente trattato nel libro “Il cervello anarchico” e ripreso in collaborazione con il coblogger Pierangelo Garzia nel libro “Mitocondrio mon amour” entrambi editi da UTET.  Si tratta delle relazioni fra sistema immunitario e cervello.

In questo articolo di Remuzzi viene riportato uno studio pubblicato dalla rivista Nature e condotto da un gruppo di neuroscienziati dell’Università della Virginia. In tale studio, lavorando su topolini di laboratorio, si  è dimostrato che aumentando la produzione di interferone gamma prodotto dai linfociti T del sistema immunitario i topi diventavano più socievoli. Inibendo invece questa produzione gli animali di laboratorio perdevano socialità fini quasi a diventare autistici. Ma non è finito qui, in quanto i ricercatori sono riusciti a dimostrare che l’attività dell’inteferon gamma si realizzava in prevalenza sulle cellule cerebrali delle regioni prefrontali cioè quel tratto di neo corteccia che ha caratterizzato l’evoluzione dell’homo sapiens.

Da sempre come clinico mi sono impegnato verso i miei pazienti a prescrivere sostanze farmacologiche o fitoterapici attivatori del sistema immunitario al fine di migliorare la loro qualità di vita sia per quanto riguarda il tono dell’umore che la difesa dalle malattie e quest’ultima interessante scoperta conferma l’importanza delle relazioni fra sistema immunitario, sistema neuroendocrino e cervello nella evoluzione dell’homo sapiens. Ricordo il caso di una giovane paziente a cui avevo prescritto il fitoterapico in goccie estratto dal pelargonium sidoides (Kaloba il nome commerciale) indicato come prevenzione sulla bronchiti e molto attivo sulle celle macrofagiche a cui gli amici chiedevano se non avesse assunto cocaina considerata l’allegria che questa sostanza le induceva.

Personalità, geni e sistema immunitario: gli estroversi sono più a rischio di infiammazione?


ConnessioniVarie scuole di pensiero, sia occidentali che soprattutto orientali, sostengono da sempre che il nostro carattere e la nostra personalità hanno una influenza diretta sul nostro stato di salute. La psicologia, a sua volta, ha negli anni delineato una serie di tipologie psicologiche maggiormente soggette ad atteggiamenti e comportamenti deleteri o salutari. Non vi è dubbio che in certe tipologie di personalità vi sia una maggiore propensione allo stress, a non valutare il rischio di certe situazioni, scelte e comportamenti, ad assumere regolarmente sostanze nocive, a non seguire una regolarità nei pasti e nel sonno, ad alimentarsi in maniera scorretta e ad avere stili di vita non salutari. Tutto ciò, con l’andare del tempo, non può che tradursi in danni sull’organismo.

Ben diverso però discutere di come il modello dei tratti di personalità “Big Five” (estroversione, nevrosi, piacevolezza, coscienziosità e apertura all’esperienza) abbia una diretta correlazione con i sistemi biologici del nostro corpo e, di conseguenza, con lo stato di salute o di malattia. La domanda che viene da porsi è: c’è una relazione tra la nostra personalità e il nostro sistema immunitario, che non siano genericamente i derivati comportamentali di stress, disturbi dell’umore, atteggiamenti e comportamenti dannosi?

Una recente ricerca guidata da Steve Cole (professore di medicina, psichiatria e scienze comportamentali, nonché psiconeuroimmunologo della University of California di Los Angeles – UCLA) ha cercato di rispondere a questa domanda, trovando indicazioni che una relazione tra personalità e maggiori o minori difese immunitari sembra esserci. E sicuramente si tratta di una promettente via da seguire per capire come certe persone siano più soggette ad ammalarsi, e come di conseguenza sia possibile rafforzarle attraverso terapie e stili di vita adeguati.

Dato per assunto che il sistema immunitario ha una stretta relazione con il nostro sistema nervoso (basti pensare a quanto indotto dall’influenza, con il rilascio di citochine da parte delle cellule immunitarie che sembrano attraversare la barriera ematoencefalica interferendo con l’attività dei neuroni, oppure alla tendenza ad essere letargici e ritirarsi in risposta alle infezioni), questo filone di ricerca suggerisce che vi sia una “risposta immunitaria comportamentale” caratteristica per i vari tipi di personalità. Se vogliamo, è anche un nuovo percorso di ricerca che potremmo definire “epigenetica psicologica”, psicologia epigenetica, oppure epigenetica della personalità.

“Secondo questo approccio teorico – dicono gli autori della ricerca – gli individui che hanno relativamente deboli risposte biologiche di tipo immunitario, si ipotizza mostrino risposte immunitario-comportomentali più forti, come evitare gli estranei (ad esempio, introversione), ridotto comportamento esplorativo (cioè bassa apertura all’esperienza), e un maggiore comportamento danno-evitante (cioè coscienziosità)”.

Così come una fisiologia di tipo “allostatico” (che cioè deve continuamente trovare un adattamento rispetto all’ambiente e alle molteplici situazioni) suggerisce che  le difese biologiche di tipo immunitario possano essere up-regolate nei soggetti che “soffrono di estese esposizioni al pericolo o allo stress, e potrebbero quindi sperimentare un elevato rischio di lesioni o infezioni, oppure negli individui altamente socievoli che affrontano una maggiore esposizione alle malattie trasmissibili”.

Dobbiamo inoltre considerare la personalità attuale di ognuno di noi come il frutto di un processo evolutivo durato milioni di anni. Dei quali, neppure un secolo fa si moriva per le infezioni più banali. Di conseguenza, la personalità degli umani si è strutturata, primariamente, nello sforzo di combattere le malattie. Un carattere estroverso può ad esempio essere maggiormente portato a praticare attività fisica e ad essere più robusto nell’età giovanile.

L’altro lato della medaglia è che l’infiammazione sostenuta nell’arco della vita, può aprire le porte a una serie di malattie metaboliche, cardiovascolari e oncologiche. Da qui, anche se è complesso cambiare la personalità di ognuno di noi, la possibilità di studiare interventi mirati sia terapeutici che di stili di vita per porre argine all’attivazione genica pro-infiammatoria di taluni soggetti.

Fin qui gli studiosi dei collegamenti tra personalità e salute hanno elaborato una nutrita messe di interpretazioni teoriche, lasciando tuttavia poco definiti i meccanismi biologici che mediano tali rapporti. La nuova ricerca di cui parliamo (Kavita Vedhara, professore di psicologia della salute, Università di Nottingham, Regno Unito), ha invece preso in esame 121 studenti sani ai quali è stato fatto compilare un questionario di personalità per valutare i cosiddetti tratti “Big Five”. Agli studenti è stato inoltre chiesto di altri comportamenti e sili di vita, come fumare, bere, esercizio fisico o meno, che potrebbero essere associati ad alcuni tipi di personalità.  Agli studenti è stato poi prelevato un campo di 5 ml di sangue periferico ai fini di una analisi dell’espressione genica. E’ stata quindi valuta l’attività di 19 geni coinvolti nella risposta infiammatoria, così come dei geni coinvolti nella produzione di anticorpi e di difese contro le infezioni virali.

Quello che è emerso è, a prima vista, sorprendente. Anche tenendo conto dell’analisi del comportamento, come ad esempio il consumo di alcol, in media i geni che innescano l’infiammazione sono per il 17 per cento più attivi negli estroversi che negli introversi. Mentre negli studenti che avevano un punteggio alto per la coscienziosità, l’attivazione dei geni pro-infiammatori è risultata inferiore del 16 per cento rispetto ai soggetti meno coscienziosi. Negli altri geni del sistema immunitario non sono emerse altre differenze evidenti.

Ma ciò, come si diceva, è sorprendente soltanto in apparenza. E’ ad esempio risaputo che fattori come lo stress, specie se protratto o addirittura cronico, può aumentare l’attività dei geni infiammatori. Cosicché le persone maggiormente coscienziose potrebbero avere minore stato infiammatorio perché si prendono maggiore cura di se stessi rispetto agli estroversi, con conseguenti meno probabilità di infortunarsi o attorniarsi di persone malate che potrebbero passare i germi.

Diciamo che per il tratto immuno-comportamentale della tipologia “coscienzioso” potremmo riadattare la definizione di “gene egoista”.  Ben pochi di essi forse farebbero i medici, i volontari in soccorso di persone disagiate, né tantomeno andrebbero a curare i malati di Ebola. Viceversa però, c’è chi considera che seppure l’estroverso abbia una maggiore attivazione dei geni pro-infiammatori, sia tuttavia più portato ad avere atteggiamenti altruistici, e la felicità che deriva dal portare aiuto e dall’avere uno scopo nella vita, è dimostrato possa ridurre l’infiammazione. Morale: se vuoi essereCoverOK altruista, sappi che c’è un prezzo da pagare (in senso immunitario), ma ne ricaverai pure benefici.

Tutto ciò è molto affascinante e apre una infinità di considerazioni, di cui siamo soltanto all’inizio. Il sogno della vecchia medicina psicosomatica sta gradualmente diventando realtà grazie alle scoperte della psiconeuroimmunologia. Conviene per ora moderarsi nelle speculazioni intellettualistiche concludendo con gli autori di questo lavoro: “sebbene i meccanismi biologici di queste associazioni restano da definire in ricerche future, i dati presentati possono gettare nuova luce sulle associazioni epidemiologiche a lungo osservate tra la personalità, la salute fisica e la longevità umana”.

Kavita Vedhara, Sana Gill,Lameese Eldesouky,Bruce K. Campbell, Jesusa M.G. Arevalo, Jeffrey Ma,Steven W. Cole, Personality and gene expression: Do individual differences exist in the leukocyte transcriptome?, Psychoneuroendocrinology (2015) 52, 72—82

Linda Geddes, Do you have a healthy personality?, New Scientist 3005, 24 January 2015, 10-11.

Vedi anche:

Epigenetica, ambiente e malattie. Intervista ad Andrea Fuso

David Perlmutter: epigenetica, scelte di vita, salute e longevità