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La medicina della relazione


Soresi(Intervista-articolo di Valentina Guzzardo) La connessione tra corpo e mente va riletta alla luce della Psico-neuro-endocrino-immunologia (Pnei), che fa della medicina una scienza olistica.  In questa prospettiva il sintomo è solo la tappa di partenza del percorso di ripristino della comunicazione cellulare attraverso neurotrasmettitori. La terapia manuale è un valido aiuto in tale lavoro di riequilibrio, nell’ottica imprescindibile di un approccio terapeutico sinergico. Parola di Enzo Soresi, diventato autorevole esponente della medicina integrata e libero studioso di Neurobiologia per passione dopo cinquant’anni di carriera nel ruolo di primario di Pneumologia all’Ospedale Niguarda di Milano.

E’ pneumologo e oncologo di fama mondiale e il suo libro, il ‘Cervello Anarchico’ è all’undicesima ristampa eppure ancora si stupisce del successo inesauribile. Da quando dieci anni fa Enzo Soresi è uscito ‘dal giro’ della Sanità con i suoi obblighi e la sua burocrazia, ha un ‘pallino’: la Neurobiologia e divulgare cultura attraverso una visione ampia e aggiornata, senza tabù. Ha aperto per passione Neurobioblog # Connessioni Cervello Mente Corpo, che tiene da cinque anni con il giornalista medico-scientifico Pierangelo Garzia, insieme al quale ha scritto anche ‘Guarire con la nuova medicina integrata’ e ‘Mitocondrio mon amour’. “Divulgare cultura vuol dire potenziare l’effetto placebo – esordisce il Prof. Soresi – Questo è il senso generale della mia azione nella relazione medico-paziente. Quando prescrivo un farmaco a una persona malata spiegandogli come funziona e che senso ha, la medicina sortisce un effetto migliore”.

Cos’è la Psico-neuro-endocrino-immunologia e come ha cambiato il rapporto corpo-mente?

“La Pnei spiega come ogni atto psichico e spinta emozionale modificano la risposta biologica in quanto si è scoperto che il cervello è produttore di sostanze che si parlano col sistema immunitario e  neuroendocrino. Questa nuova scienza nasce dalla profonda conoscenza della comunicazione cellulare e si basa sul colloquio che avviene tra sistema immunitario, neuroendocrino e le strutture profonde del cervello, il sistema limbico. Tutto questo mondo di cellule si parla attraverso neurotrasmettitori, neuropeptidi, ormoni e il colloquio è quello che porta alla salute o alla malattia intesa come espressione di un danno che si sta manifestando nella comunicazione. Quindi le emozioni attivano o disattivano determinate risposte. Ogni reazione fisica è da leggere in senso biologico. La terapia manuale può essere utile sul piano dei neurotrasmettitori: un lavoro di riequilibrio all’interno delle fibre distribuisce meglio la comunicazione. Tale processo è guidato dal sintomo, che è solo il punto di partenza di un percorso. Sono sempre le concomitanze dell’organismo che vanno capite sinergicamente”.

In che modo integra la sua attività coi terapisti manuali?

“La terapia manuale è un’ottima opzione, insieme al movimento fisico, per riattivare i mitocondri, ad esempio. A differenza nostra, loro possono ringiovanire. Meglio stanno, meglio stiamo. Sono loro a darci vita energetica e sono ovunque: nei muscoli, nel cuore (il 40% del volume della cellula cardiaca è occupata dai mitocondri), nel cervello. A mio avviso va integrato tutto. Non a caso io stesso mi faccio trattare da un terapista manuale ogni martedì, oltre a camminare quaranta minuti al giorno almeno tre volte a settimana: più muoviamo il nostro corpo meglio stiamo, tutto va mosso. Un altro esempio è il modo in cui alleno i fumatori. Il segreto è mobilizzazione del diaframma per recuperane la funzione. Il senso generale dell’esercizio fisico, anche in Oncologia, è recuperare ossigeno perché diventa un baluardo contro la malattia. Oltre al movimento fisico e all’approccio psicoterapeutico, nella gestione del malato prevedo anche un lavoro manuale di tipo manipolativo viscerale per togliere l’intrappolamento del nervo frenico e di conseguenza allentare la tensione del muscolo diaframmatico. Qualsiasi atto medico integrato è un atto che punta alla prevenzione del danno organico cioè a ridare equilibrio al sistema: una comunicazione che sia equilibrata. Abbiamo 144 diversi tipi di cellule nel nostro organismo. La comunicazione fra loro si basa su oltre 600 recettori di membrana e circa 1.800 messaggeri cellulari (ormoni, neuropeptidi, citochine): tutte queste connessioni sono un caos e in tale caos il benessere non è semplice. Ogni tipo di relazione medico-paziente-cliente attiva un percorso. Se ho una persona malata di fibrillazione atriale e agisco solo in maniera organica dandogli un anticoagulante e non so nulla del suo mondo emotivo…che peccato, che brutta medicina! Se invece ci si approccia in maniera più ampia non si fa altro che migliorare il vissuto di tutti. E’ questa la verità e la bellezza della nuova medicina e, in definitiva, della vecchia medicina, di cui ci stiamo riappropriando: la relazione. Inoltre oggi abbiamo a disposizione farmaci, fitoterapici, integratori ed una notevole quantità di tecniche complementari da giocare al meglio”.

Quale ruolo assume il farmaco in questo contesto?

“Come dicevo, quando vedo casi dove penso siano utili terapie complementari propongo l’approccio manuale, il Feldenkrais, la Mindfullness, l’omeopatia, l’agopuntura, la fitoterapia…Nel libro ‘Il Cervello Anarchico’, infatti, scrivo che ho tutti i ‘consulenti’ del mondo, mi manca solo lo sciamano perché nel contesto occidentale è la compressa a farne le veci. L’effetto placebo è una realtà biologica. La grande novità è che segue vie biologiche precostituite, impostate nei primi anni di vita. Alcuni studi iniziano a considerarlo a tutti gli effetti un organo – il Placeboma – costruito da un pool di geni finalizzato ad acquisire la ‘funzione’ placebo che risponde in modo personalissimo sulla base di come la persona è stata accudita da piccola, di quello che ha mangiato, di quanto è stata amata, di ciò che gli è successo nei primi anni di vita. In questo periodo dell’infanzia si costruisce tutto il proprio mondo biologico, che è fatto di comunicazioni cellulari: a seconda di come funzionano, quando si assume un farmaco la connessione è maggiore o minore. A dimostrazione di ciò, recentemente è stato osservato che gli antidepressivi funzionano se il placebo è in condizione di farli funzionare. Anche il mito del farmaco va sfatato, dunque, perché la medicina va vista all’interno di un percorso biologico: prima viene la biologia, dopo la compressa. E’ proprio lo sviluppo della medicina in senso biologico e non più meccanicistico ad appassionarmi di più. La nuova grande scienza, grazie alle acquisizioni degli ultimi cinquant’anni, è la Biologia, che dà un senso scientifico alla Medicina: la conoscenza della cellula (che si basa sulla microscopia elettronica e le reazioni istochimiche) è ciò che oggi sta modificando la comprensione della risposta biologica di ciascun individuo. Più conosciamo la comunicazione cellulare più riusciamo a entrare nell’organismo e rimodularlo in senso corretto. E’ questo il senso generale della medicina, della relazione e della farmacologia”.

In che modo cambia l’importanza della terapia manuale alla luce di queste novità?

“Grazie agli studi di Candace Pert (neuroscienziata e farmacologa statunitense) sappiamo che tutti i recettori degli oppioidi sono sia centrali che periferici per cui l’emozione viene espressa ovunque nel corpo. Occorre quindi facilitarne lo scorrimento in modo che non si blocchi e che la liberazione coinvolga l’intero organismo. Il lavoro manuale aiuta questo processo di rilascio di beta-endorfine e dunque l’espansione di emozione organica positiva”.

Ad oggi quante persone sono aperte come lei nel settore?

“Io ritengo che ciascun medico nasca filosofo e debba arrivare alla propria visione della medicina attraverso una cultura generale – dai libri alla musica – per poi farsi portare dalla curiosità, la molla che ha mosso l’Homo Sapiens. Chi viene ai convegni dove presento gli ultimi aggiornamenti su questi temi è sempre entusiasta perché evidentemente ha dentro le stesse cose. Più in generale, ci sono colleghi che paiono finalmente contenti che qualcuno abbia aperto la strada alla biologia e alle emozioni. D’altra parte i medici sono vincolati dalla società contemporanea a situazioni fortemente aggressive che impongono responsabilità personali, medicina difensiva…io stesso ho dovuto vivere in ospedale per anni come una macchina da guerra. Quando ne sono uscito ho potuto riappropriarmi di me stesso, delle mie convinzioni più ampie, rimanendo comunque sempre attento alla medicina scientifica in senso attuale. La Medicina è una scienza in progress”.

Quando sarà una scienza perfetta? 

“Quando avrà la conoscenza di tutto l’organismo e di tale sistema all’interno del cosmo. Quando si saprà tutto di Fisica e di Biologia. E quando, pur avendo la propria specializzazione, si sarà capaci di quello sguardo d’insieme sull’essere umano tra le nostre mani che fa la differenza nella cura”.

 

Per saperne di più: Fascial Crossroads. Roma, 21-22 Ottobre 2017

http://www.fascialcrossroads.it/panoramica_generale_congresso.html

 

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Aiuto la muffa cattiva!


 

MuffaTra le moderne fissazioni salutistiche va aggiunta la “micotossicosi”. La muffa nera cattiva. «La muffa nera visibile negli appartamenti e negli edifici può portare a vaghi e soggettivi sintomi di perdita di memoria, incapacità di concentrarsi, stanchezza e mal di testa che sono stati segnalati da persone che hanno erroneamente creduto di soffrire di “micotossicosi”», come dice un recente articolo scientifico. Cioè: certa gente pensa di avere questi sintomi a causa della muffa nera cattiva nell’ambiente in cui vive o lavora. Sulla terra si stima che esistano milioni di tipi di muffe. Si parla tanto del microbioma intestinale, o di altre parti del corpo, ma esiste pure un microbioma degli edifici, delle case (muffe, funghi, batteri) che convive con noi. Tutti questi microrganismi convivono con noi da milioni di anni e non sono di per sé tossici, tranne che in certe circostanze. Ad esempio nei casi di cosiddetta “edilizia malata” (per esempio, il fungo aspergillo o il batterio Legionella, entrami dannosi per l’apparato respiratorio) o di  deficit delle difese immunitarie, per altre malattie, del nostro corpo. Ma, generalmente, «gli esseri umani non sono esposti a micotossine sufficienti per sviluppare la malattia, a meno che non consumino quantità tossiche di micotossine o che siano esposti a intense tempeste di polveri organiche».

Andrea T Borchers,Christopher Chang,M.Eric Gershwin, Mold and Human Health: a Reality Check, Clinical Reviews in Allergy & Immunology, June 2017, Volume 52, Issue 3, pp 305–322

Lo sciamano cheesecake


SinghA chi non piace il cheesecake? La tesi che lo sciamano, senza offesa, sia simile all’invenzione del cheesecake è contenuta in una recente pubblicazione di Manvir Singh (Dipartimento di biologia evolutiva umana, Harvard University). Contrariamente alle tesi che vedevano nello sciamano un ciarlatano, uno psicotico, un prete ispirato, un performer, uno psicoanalista, un custode o un medico, Singh aggiunge alla lista la categoria partirita dallo psicologo evoluzionista, sempre harvardiano, Steven Pinker: “uno squisito prodotto confezionato per solleticare i punti sensibili delle nostre strutture mentali”.
E in effetti, lo sciamano, come il cheesecake, funziona ancora oggi. Viene inviato pure nelle nostre società avanzate. Anche in situazioni e convegni ipertecnologici. Perché?
Perché sollecita le nostre strutture mentali. Risponde a esigenze profonde della nostra mente. Stuzzica emozioni, timori e paure vecchi come le stratificazioni del nostro cervello. «Nello stesso modo in cui – spiega Singh – l’evoluzione culturale e le pasticcerie hanno ideato dolci configurati per i nostri organi di senso dell’età della pietra. L’evoluzione culturale e artisti ingegnosi hanno raccolto miti e costumi che colpiscono le nostre psicologie per placare le nostre ansie».
Che un buon cheesecake plachi l’ansia, non c’è dubbio. Salvo poi, dopo averlo ingurgitato, farci venire l’ansia di ingrassare. Detto questo, l’articolo scientifico di Singh è interessante e, prima di questa spiazzante conclusione, passa il rassegna il fenomeno dello sciamanismo nelle culture umane.
Ah, un’ultima cosa: quello nella foto non è uno sciamano. È il dottor Manvir Singh della Harvard University.