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L’aereo schiantato, la sindrome di Sansone e il rischio di vivere

GigerenzerMentre tutti i media dibattono su perché e come sia potuta avvenire una sciagura come quella dell’aereo tedesco andatosi a schiantare per quella che sarebbe corretto far rientrare nella “sindrome di Sansone” del pilota (“muoia Sansone e tutti i Filistei”), nessuno che mi sia capitato di leggere o sentire, ha approfondito il vero tema della questione: la cultura e la conoscenza del rischio. Nessuno che abbia detto a chiare lettere l’unica, vera realtà della vita e, in specie, di quella complessa, zeppa di variabili e articolata come quella dell’era tecnologica: la certezza non esiste.

In aggiunta, ogni aspetto della nostra vita, tanto in casa quanto fuori, tanto muovendoci nel nostro paese quanto viaggiando, tanto facendo qualcosa che non facendola, siamo costantemente esposti a qualche forma di rischio. Il solo fatto di essere vivi, diceva qualcuno, comporta un certo rischio. Pure se ci sediamo a tavola per pranzare con le cose che più ci piacciono, oppure se ogni giorno trascorriamo ore seduti davanti alla tv o al computer, peggio, se seguitiamo ad accenderci una sigaretta ogni volta che ne sentiamo il desiderio, ci esponiamo a rischi crescenti. Tutto sta a stabilire se il rischio che corriamo è “relativo”, e in quale percentuale, oppure “assoluto”.

A maggior ragione se la nostra vita di passeggeri di un aereo è totalmente affidata alle mani e al cervello – possibilmente sano – di chi quell’aereo lo pilota. Ma sapendo di correre questo rischio volando in aereo, scegliamo di non usare mai più questo mezzo di trasporto? Magari scegliendone altri? E’ altamente probabile che per i prossimi mesi una parte di persone, proprio a seguito del suddetto tragico incidente auto ed eterodistruttivo, sceglierà di non volare in aereo. In particolare, utilizzando quella compagnia area.

La stessa cosa accadde all’indomani degli attacchi terroristici aerei alle torri gemelle del World Trade Center dell’11 settembre 2001: nei primi tre mesi successivi i viaggi in auto sulle  strade interstatali, quelle cioè dove si fanno i viaggi più lunghi, aumentò del cinque per cento. «L’aumento dei viaggi in auto ebbe conseguenze gravi. Prima dell’attacco il numero degli incidenti di macchina mortali era assai vicino alla media dei cinque anni precedenti viceversa, questo numero restò sopra la media in ciascuno dei dodici mesi successivi all’11 settembre – e superò anche, quasi sempre, tutti i dati dei cinque anni precedenti. Si stima che complessivamente circa milleseicento americani abbiano perso la vita sulle strade per avere deciso di evitare il rischio di volare».

Queste e tante altre istruttive informazioni e ricerche psicologiche sulla cultura del rischio e su come fare scelte avvedute sulla base della conoscenza di esso, è possibile leggerle nel volume Imparare a rischiare. Come prendere decisioni giuste di Gerd Gigerenzer, direttore del Center for Adaptive Behavior and Cognition del Max Planck Institute di Berlino, uscito in questi giorni da Raffaello Cortina Editore. Gigerenzer, del quale sono usciti altri libri in italiano, ad esempio su come numeri e statistiche di solito vengono presentati a  livello pubblico, alla fine ci ingannino, sostiene giustamente che non impariamo a conoscere il rischio in tutti i suoi aspetti. In sostanza, non siamo “alfabetizzati al rischio”, ad iniziare dalle scuole inferiori e per tutto il percorso scolastico superiore e specialistico. Apprendere a valutare il rischio è tanto, e spesso maggiormente importante, dell’apprendimento culturale e scientifico, oppure dell’imparare ad usare questa o quella tecnologia.

«Nel XXI secolo la velocità mozzafiato dell’innovazione tecnologica renderà l’alfabetizzazione al rischio altrettanto indispensabile del leggere e scrivere nei secoli passati. Chi non l’avrà metterà a rischio la salute e il denaro, oppure potrà essere manipolato fino a riempirsi di speranze e paure irreali. E se qualcuno pensa che i fondamenti dell’alfabetizzazione al rischio vengano già insegnati – be’, in quasi tutti i licei e le facoltà di legge e di medicina un simile insegnamento lo cercherebbe invano. E il risultato è che siamo quasi tutti analfabeti al rischio».

Occorre imparare a conoscere e a gestire il rischio, ci spiega Gigerenzer, e lui, oltre a scriverne, lo fa ogni volta che viene chiamato ad insegnarlo in ogni parte del mondo, anche  davanti a servizi d’informazione internazionali e centrali antiterrorismo di tutto il mondo. Ciò permetterà, dopo un attacco terroristico, un incidente, un atto di follia, un dato che ci colpisce emozionalmente e influisce sulla nostra vita, che ognuno di noi da un rischio scampato in un singolo frangente locale e storico, diventi in seguito vittima di un altro fattore, costantemente presente ed attivo: il nostro cervello.

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3 Risposte

  1. Ritengo le Sue considerazioni molto importanti e,al contempo,,per ia esprienza personale,sono altrettanto convinto che serva immagazzinare ”l’alea” come fatto ineluttabile e,senza la medesima,rimaniamo,constantemente,angosciati.Cordialmete,ezio parenzan

    • Grazie del suo commento: l’alea, come lei dice, è connaturata con la nostra vita, però una “alfabetizzazione del rischio”, come oggi viene studiato, ci consente non soltanto di non essere bloccati dall’angoscia e dalla paura di sbagliare, ma pure di compiere scelte più adeguate.

  2. Bel post io analizzerei soprattutto su una delle illusioni piu grandi del nostro secolo:quella di credere nell’esistenza della certezza….il voler ostinarsi alla ricerca della verità assoluta anche se quest’ultima non esiste…se vediamo oggi come oggi si cerca sempre una spiegazione rigorosa per qualsiasi fenomeno…come se la scienza fosse plausibile solo se conduce ad una verità assoluta già heidegger anni fa dichiarò che la verità non esiste ,esistono solo delle traccie lasciate da essa….il mondo occidentale cosi facendo ha iniziato a perdere la sua spiritualità credendo che si possa fare a meno di essa…dichiarando quel mondo obsoleto.
    L’unica certezza su cui possiamo affidarci è quella della nostra esistenza ….noi siamo vivi siamo essereri sociali….non dobbiamo annichilire verso il non essere….perché non c’è cosa peggiore che essere vivi ma allo stesso tempo non essere

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