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Il labirinto consapevole

LabirintiFranco Maria Ricci ha segnato la mia formazione. E’ stato un editore coraggioso e illuminato, con un gusto per il bello in editoria e nella cultura difficilmente emulabili. Oggi, praticamente impossibile. Ha pubblicato riviste, ma è riduttivo definirle tali, come FMR e Kos a cui mi sono abbeverato. E la collana di libri curata da Borges, il vertice del fantastico dell’ultimo secolo, a cui una mente attratta dalla molteplicità, complessità e multidimensionalità dell’esistenza deve ogni tanto fare ritorno. Quantomeno per tirare una boccata, vitale, di ossigeno.

Sapevo che da anni Franco Maria Ricci, su ispirazione di Borges, stava lavorando alla realizzazione di un labirinto. Anzi, data la natura esclusiva e originale di Franco Maria Ricci, “il” labirinto. Nel senso che una volta ultimato sarà il labirinto percorribile più grande del mondo. Composto da corridoi di piante di bambù, si estende per tre chilometri. Nel contempo, esce il volume Labirinti, sempre di Franco Maria Ricci.

Il tema del labirinto ha aspetti comuni con le neuroscienze. Tanto da rivelarsi sempre più, il labirinto, una estensione e una rappresentazione simbolica della nostra natura psichica e del travagliato percorso che ognuno di noi affronta nell’arco della vita.

La mente è un labirinto. Non fosse che per l’organo da cui è espressa, il cervello. Diecimila sinapsi per neurone moltiplicate per cento miliardi di neuroni, in grado di contenere tutto ciò che  lo scibile umano ha prodotto, dalle pitture rupestri del paleolitico fino all’iPad.

Ai primi anatomisti, le originarie preparazioni di tessuto nervoso, colorate col metodo inventato da Camillo Golgi (premio Nobel con Ramón y Cajal per la scoperta del neurone), apparvero al microscopio di una complessità inestricabile. Immagini frattali simili ad altre in natura, composte da curve e spirali che si ripetono all’infinito, sia nel micro che nel macro dei tessuti nervosi. Il cervello è un percorso immenso e tortuoso, un labirinto composto da prolungamenti ramificati, dentriti, assoni e vesciole sinaptiche, di cui ora si sta cercando di ricostruire il modello. In un chilo e mezzo di tessuto biologico sono contenuti trilioni di sinapsi e oltre mille chilometri di reti nervose intrecciate tra loro.

“Il vasto e complicato diagramma di connessioni che unisce le cellule nervose”, afferma il neurobiologo Jeff Lichtman dell’Università di Harvard,è poco compreso, in parte perché a differenza di altri apparati che hanno un’organizzazione cellulare singola ripetuta più e più volte, ogni pezzo del circuito cerebrale sembra diverso dagli altri”.

Studiare il cervello cercando di venire a capo della sua complessità, richiede anche senso estetico, oltre che conoscenze scientifiche. Lichtman coniuga le conoscenze sul cervello con quelle dell’informatica. E’ l’ideatore del Brainbow, una metodologia che consente di colorare i singoli neuroni del cervello, attivando al loro interno proteine fluorescenti, in una gamma di circa 90 sfumature diverse. Questo metodo consente di studiare in un modo accurato i campi neurali, dal percorso di vita di un singolo neurone alle modalità di connessione tra più neuroni. Dando così vita alla “connettomica”, una nuova disciplina che si propone di mappare la complessa moltitudine di circuiti neurali che raccoglie, processa e archivia l’informazione nel sistema nervoso.

All’interno dell’ “Human Brain Project” i neuroscienziati sono riusciti a ricostruirne una parte con simulazioni informatiche, corrispondente a circa 10.000 neuroni con altrettante connessioni. Una inezia al confronto del telaio magico della nostra coscienza. Fisici, matematici, bioingegneri e neuroscienziati che lavorano al progetto di un “cervello virtuale” si giustificano dicendo che l’evoluzione del cervello umano ha impiegato qualche milione di anni per essere ciò che oggi conosciamo, mentre in qualche decennio siamo riusciti ad ottenere un modello iniziale.

E’ presumibile che grazie alla velocità con la quale si evolvono i sistemi infornatici – la cosiddetta “legge di Moore” – sarà in futuro possibile avere a disposizione un supercomputer, un vero cervello artificiale, simile a quello umano, da studiare in ogni suo aspetto. Henry Markram, direttore del progetto Blue Brain all’EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne), sta appunto lavorando da quasi un ventennio alla “ingegnerizzazione”, “modelizzazione” della neurocorteccia umana (la parte più alta ed voluta dell’encefalo).

Ricreare per intero il modello “funzionale” del cervello umano, simularne il funzionamento, vorrebbe dire mettere in rete cento miliardi di computer collegati per la cifra astronomica dei rispettivi collegamenti nervosi. Ma il tentativo, più modesto e attuabile, è quello di realizzare programmi che, con meno macchine e maggiori potenze di calcolo, siano in grado di simulare l’attività complessiva del cervello. Ciò è ottenuto creando algoritmi matematici che simulano il funzionamento dei neuroni e delle reti neuronali. Già oggi vi sono simulazioni delle comunicazioni esistenti tra i vari neuroni, mappe neuronali animate corrispondenti all’estensione dell’intera foresta Amazzonica. Questi modelli replicano il funzionamento dei veri neuroni all’interno del tessuto cerebrale. Di questo passo, si punta alla replicazione dell’intero cervello reale, compresi i circuiti che fanno circolare il sangue.

A quel punto emergerebbe l’autocoscienza? Quella che gli scienziati chiamano “singolarità tecnologica”: la consapevolezza delle macchine. Secondo la predizione del matematico Alan Turing, il giorno in cui ci mettessimo a conversare con una macchina nascosta, senza sapere che di apparecchiatura artificiale si tratta, e non rileveremmo alcuna differenza dal conversare con un umano, a quel punto la macchina avrà superato il “test di Turing”: potrà considerarsi autocosciente. Ma fino a quel giorno, dovremo ancora pensare che dal labirintico substrato nervoso del nostro cervello emerge l’autoconsapevolezza, il mistero della coscienza. E’ parere dei neuroscienziato e della maggior parte dei neurofilosifi che la coscienza emerga dall’intricata rete di connessioni nervose. La complessità semplificherebbe se stessa facendo emergere la coscienza. Pochi miliardi di neuroni e relative reti neuronali, fanno la differenza tra noi e gli scimpanzé.

Anche anatomicamente, con le sue circonvoluzioni, il cervello assomiglia ad un labirinto. E l’immagine del labirinto è spesso utilizzata per rappresentare quanto abbiamo all’interno del cranio. Un dedalo di connessioni nervose, pensieri, sensazioni, emozioni, ricordi, processi cognitivi. Un appartato straordinario e delicatissimo. In grado di funzionare anche oltre il secolo di vita, oppure di danneggiarsi improvvisamente e irrimediabilmente. Capace di esprimere le più alte vette del pensiero umano, come di quello più aberrante, crudele e distruttivo. In grado di concepire mondi lontani e inesistenti, ideare invenzioni, progettare edifici, comporre poesie e musiche, concepire bellezze artistiche, trovare modi per curare i propri simili,  oppure decadere a seguito di traumi, insulti vascolari come l’ictus o degenerazioni nervose come l’Alzheimer.

La sfida per gli scienziati sta nel decifrare questo tortuoso e immenso percorso fatto di neuroni, sinapsi, reazioni elettro e biochimiche, cercando al contempo di comprendere come si originano le malattie neurodegenerative. Così da poterle diagnosticare per tempo, prevenirle se possibile, curarle quando ormai si manifestano. Oggi è possibile introdursi attraverso il dedalo di aree e percorsi nervosi grazie alle tecniche di visualizzazione (imaging cerebrale).

Apparecchiature radiologiche come la risonanza magnetica funzionale (fRm) o la tomografia a emissione di positroni (Pet) che, collegate a pc e attraverso software dedicati, ricostruiscono l’immagine del cervello e del sistema nervoso in funzione. Tutto ciò, fino a pochi decenni anni fa, non era neppure lontanamente immaginabile. Gli scienziati del cervello dovevano accontentarsi di studiare l’organo della consapevolezza soltanto a seguito di autopsia, durante interventi di neurochiurgia come iniziò a fare Wilder Penfield, oppure dedurne le alterazioni in un soggetto vivente colpito da malattia o vittima di un trauma cranico, limitarsi a visualizzarlo sommariamente attraverso i raggi X o registrarne le funzionalità per mezzo dell’elettroencefalografia (Eeg).

I neuroradiologi, pochi rispetto all’esigenza e molto ambiti, sono le Arianne del nostro tempo, in grado di introdursi nei meandri del cervello grazie all’imaging cerebrale, stilando diagnosi e tracciando mappe della funzionalità cerebrale. Per anni nei giornali hanno fatto notizia la visualizzazione di questa o quell’area dedicate alle più varie attività cognitive. Tanto da vedere coniate espressioni come “neuroeconomia” e “neuroestetica”.

Non c’è dubbio che  viviamo in piena neurocultura: il cervello fa notizia, con l’aspettativa, o magari l’illusione, che attraverso lo studio di esso si possa comprendere noi stessi, e magari migliorare la nostra vita e il rapporto con gli altri. Secondo altri studiosi del cervello, al contrario, saremmo i promotori di una vera e propria “neuromania”: non MenteLabirintotutto e non sempre dei comportamenti umani è comprensibile attraverso lo studio funzionale del cervello.

Comunque sia, il labirinto che genera la consapevolezza ha, da sempre, non solo la pretesa di studiare se stesso, ma pure di comprendere se stesso. Ma è un labirinto, per quanto immenso e complesso, dotato di ordine, struttura, schema. E potremmo anche aggiungere che, nel momento in cui, tali strutture labirintiche ma ordinate “saltano”, abbiamo il disturbo e la malattia mentale. A volte i medici del cervello e della mente riescono a ripristinarne i percorsi, magari non gli stessi, ma ridonando autonomia all’individuo. A volte, no. Il labirinto è saltato, quella fitta rete di connessioni strutturate è perduta. Per lasciare il posto a una mente destrutturata, a comportamenti disadattivi. A un labirinto senza fine. Senza più ingresso e senza via d’uscita.

Giovedì 14 novembre 2013 ore 18 a Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Via Brera 28, verrà presentato il volume Labirinti di Franco Maria Ricci. 

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4 Risposte

  1. Jacques Attali, economista, banchiere, consigliere molto speciale del presidente francese François Mitterand, una volta ha scritto che «Labirinto è una delle parole chiavi del futuro». Un esempio? Il microprocessore è un labirinto. I videogiochi sono labirinti. La Rete è forse il neo-labirinto per eccellenza, ma secondo Attali anche le reti di potere o di influenza, gli organigrammi, i corsi di laurea universitari, la carriera all’interno di un impresa è un labirinto. E l’impronta digitale è un labirinto che caratterizza l’identità di ogni individuo. Infine, sempre secondo Attali, c’è la psicanalisi che designa l’inconscio come un mostro nascosto in fondo ad un labirinto. Ergo, bisogna imparare a esercitare il «pensiero labirinto».
    Interessante lo sguardo di Umberto Eco sullo stesso tema. Scrive Eco: «(…) il rizoma, o la rete infinita, dove ogni punto può connettersi ad ogni altro e la successione delle connessioni non ha termine teorico perché non esiste più un esterno o un interno: in altri termini, il rizoma può proliferare all’infinito. Inoltre potremmo immaginarlo come una palla di burro, senza confini, all’interno della quale posso perforare senza troppa fatica una parete che separa due condotti creando per ciò stesso un nuovo condotto. Il che equivale a dire che nel rizoma anche le scelte sbagliate producono soluzioni e insieme contribuiscono a complicare il problema. Se anche una Mente può aver pensato il rizoma, non ne avrà però pensata e stabilita in anticipo la struttura. Il rizoma è come un libro in cui ogni lettura cambi l’ordine delle lettere e produca un nuovo testo». Altro che labirinto.
    Ad ogni modo, bentornato Franco Maria Ricci nel panorama editoriale italiano e grazie a Pierangelo Garzia per avercelo ricordato.

  2. Grazie a te per il commento…labirintico, Claudio! C’è da rallegrarsi per il fatto di incontrarsi, e a volte comprendersi, nonostante tutti i labirinti che la mente e la vita ci pongono davanti. Comunque, è davvero uno di quegli argomenti infiniti e senza tempo, da qualsiasi prospettiva lo si approcci.

  3. Una curiosità: da dove è stata tratta l’immagine del cervello come labirinto? Ha un titolo?

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