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Si fa presto a dire placebo

RobertJütte_01Quando si tratta di medicine complementari capita si parli anche di effetto placebo. Chi dice “è tutto placebo” dell’omeopatia o dell’agopuntura, connotando negativamente, se non con disprezzo, il fenomeno. Chi dice “ma guarda che pure gli animali vengono curati con l’omeopatia e non si può certo dire che siano influenzabili dall’effetto placebo come noi”. Chi si limita a constatare che il fenomeno esiste ed ha a che fare con la suggestione. Trattando il fenomeno con sufficienza – somministrare un farmaco o un trattamento fasulli facendo credere che siano efficaci – alla stregua di un gioco di prestigio. Un inganno, però a scopo benefico.

In realtà il fenomeno è molto più complesso, ramificato e interconnesso con tutta una serie di dinamiche. Non ancora del tutto chiarite. Entrano in gioco fattori psicosomatici, l’ambiente culturale e religioso, le attese, le aspettative e le speranze verso chi ci assiste, ci cura e ci somministra medicine e trattamenti. Addirittura, tra i molteplici fattori, l’aspetto e l’arredamento in cui veniamo curati, i colori, gli odori, i profumi. Il colore e l’aspetto dei medicinali. E, naturalmente, il rapporto medico-paziente. La fiducia, l’empatia e il rispetto che riponiamo in quanti ci curano. Non solo medici, ma terapeuti in generale. Che poi sono coloro che, avendo recuperato un rapporto globale con i pazienti, spesso sopperisco alle mancanze relazionali dei medici. Magari trincerati dietro le loro scrivanie, i loro apparati tecnici. Senza il minimo contatto fisico col paziente. Dimenticando che la cura è prima di tutto relazione, accoglienza dell’altro sofferente, in senso globale. Durante l’incontro di studio sul placebo, di cui parliamo più avanti, è infatti riemerso il concetto di “trattare il paziente, non la malattia”.

Dall’etimologia della parola, derivata da un proverbio, che all’origine significava “portare qualcosa di piacevole”, il termine venne coniato dal medico e farmacologo inglese Alexander Sutherland nel 1763 e in seguito introdotto nel linguaggio sanitario dal medico scozzese William Cullen nel 1772. All’origine con placebo  non si intendeva una sostanza inerte, ma, ad esempio, un basso dosaggio di medicamento considerato, dal punto di vista medico, inefficace.

“Nel tardo 18° secolo – dice Robert Jütte – il termine ‘placebo’ entrò a far parte del gergo medico. In contrasto con l’opinione prevalente che indica il medico e farmacologo scozzese William Cullen (1710-1790) come colui che nel 1772 avrebbe introdotto  l’espressione nel linguaggio medico, il credito deve essere dato ad un altro medico inglese, Alexander Sutherland (nato prima del 1730 – morto dopo 1773). La ragione principale della  gestione del placebo alla fine del 18° secolo nella pratica medica è stata motivata dal soddisfare la domanda del paziente e le sue aspettative. Un altro motivo era l’ostinazione del paziente: la motivazione alla base di tali prescrizioni consisteva nel prescrivere farmaci inerti per soddisfare la mente del paziente, e non con il fine di fornire alcun diretto effetto curativo”.

Ad indagare i molteplici e ramificati aspetti dell’effetto placebo – dopo interi trattati e convegni sul tema – ci ha di nuovo provato, a maggio delle scorso anno, un gruppo di studiosi riuniti a Villa La Collina, sulle rive del Lago di Como. Due giorni intensi di confronto tra ricercatori, soprattutto tedeschi, su sollecitazione di Robert Jütte, storico della medicina, in particolare dell’omeopatia e dell’effetto placebo. Tra i relatori del workshop anche un veterinario, per la prima volta ad un convegno sul placebo. Come è emerso dal confronto e dalle ricerche presentate, anche gli animali risentono positivamente o negativamente (esiste anche il contrario: l’effetto nocebo) dal rapporto con il loro curante, oltre che con il loro compagno umano. Chiunque abbia un cane o un gatto sa quanto l’effetto empatico scatti con la parola, la carezza o anche semplicemente lo sguardo indirizzati all’animale domestico. L’omeopatia veterinaria, peraltro, esiste fin dagli inizi del 1800, anche se scarseggiano le pubblicazioni cliniche al riguardo.

Temi e confronti di questo incontro sono ora raccolti nell’ultimo numero di Complementary Therapies in Medicine, in cui emerge come sia necessario andare oltre l’idea lineare di malattia, guardandola invece nella sua prospettiva multifattoriale. In cui l’effetto placebo rientrerebbe nei processi di autoguarigione insiti in ognuno di noi. Di conseguenza viene ribaltata la posizione del placebo: da fatto marginale, si pone come questione centrale della medicina. Dentro questa semplice definizione, vi stanno invece una molteplicità di fattori, un intreccio vasto e variegato tra i poli medico e paziente, salute e malattia, mente e mondo esterno. Un effetto che ha a che fare con la risposta naturale dell’organismo, con ciò che ne sollecita o ne induce la risposta naturale, piuttosto che provocarla.

“Attualmente circa 2000 pubblicazioni hanno a che fare con la risposta al placebo – spiega Paul Enck, Università di Tubinga, Germania – e 150 con la risposta nocebo. Sembra vi sia una certa omogeneità della risposta in condizioni cliniche: tra il 30 e il 40% di tutte le condizioni sembrano mostrare qualche risposta placebo”.

Non è facile definire il placebo, come non lo è farlo per l’empatia, un elemento basilare nel rapporto fiduciario di cura. Per la ricerca, diventa perciò importante mettere a punto un questionario che elenchi gli elementi peculiari di ciò che definiamo empatia. Ognuno di noi chiede vi sia professionalità, competenza tecnico-scientifica, ma, allo stesso tempo,  che vi sia con il curante un “rapporto umano”. Ogni volta che veniamo trattati in modo freddo e distaccato in un ambiente adibito a ricevere e curare le persone – non soltanto dal medico, ma anche da infermieri, segretari o tecnici – ne risentiamo sul piano psicologico. Pure l’accoglienza fa parte della cura. Anzi, ne è un prerequisito fondante.

Infine, se vogliamo, come hanno scritto due studiosi del fenomeno “fino a tempi recenti, la storia delle cure mediche è essenzialmente la storia dell’effetto placebo” (Shapiro A.K., Shapiro E., The placebo: is it much ado about nothing?,
Harrington A., Ed., The placebo effect: an interdisciplinary exploration, 1997, Harvard University Press).ComplementaryMedicineT

Nella foto:  Robert Jütte

Fonti:  Complementary Therapies in Medicine, The Placebo Effect and its Ramifications for Clinical Practice and Research: An Expert Workshop, Lake Como, Italy, 4-6 May 2012, Volume 21, Issue 2, April 2013, Pages 94–97

Intervista audio a Robert Jütte sul placebo (in tedesco)

Vedi anche:  Placebome: si chiariscono gli aspetti genetici e neurofisiologici dell’effetto placebo

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4 Risposte

  1. PRANOTERAPIA : SOLO PLACEBO ?

    Chi scrive é stato medico ospedaliero dal 1968, inizialmente presso la divisione di medicina generale, quindi in qualità di primario di unità operativa di nefrologia e dialisi, infine come Direttore del Dipartimento medico presso l’ospedale di Ceva (CN).
    Da dieci anni mi occupo di Pranoterapia (uso questo termine che, essendo il più vecchio, meglio identifica questa metodica, poiché tutte le altre definizioni hanno il solo scopo di rendere meno ostica l’esposizione di concetti difficilmente spiegabili e poco credibili). Alla luce dei dati raccolti, non reputo necessario modificare un termine universalmente riconosciuto, sebbene siano in uso sinonimi quali: therapeutic touch, pranic healing, bioenergie, campi bionergetici, ecc.
    Dal 1998 ad oggi ho seguito in libera professione, prima intramurale ospedaliera poi autonoma, 900 Pazienti per un totale di 1050 casi, raggruppabili in 38 differenti patologie sistemiche o localizzate, acute o croniche, di tipo degenerativo, infiammatorio, disreattivo ed immunitario. I risultati sono stati da buoni ad ottimi in una percentuale globale del 90%.
    Basandomi su questi dati osservazionali, vorrei spendere poche parole in merito all’acceso confronto fra medicina ufficiale e terapie non convenzionali. Sebbene fino al 1998 io fossi fra gli scettici, dopo l’esperienza vissuta in questi anni, sento il dovere di affermare pubblicamente che la pranoterapia é una via terapeutica efficace per diverse forme patologiche, solitamente ribelli o difficilmente controllabili con terapia medica tradizionale. Ne cito alcune per dare un quadro più comprensibile delle possibilità applicative della pranoterapia: – nevralgia trigeminale, cefalea ribelle, artrite reumatoide, sciatalgia compressiva, periartrite scapolo omerale, tunnel carpale, fibromialgie in genere, psoriasi, dermatiti atopiche, rino-congiuntivite ed asma allergiche – volutamente limito i riferimenti alle forme che prevedono cause organiche, per evitare la troppo facile conclusione che tutto dipenda da semplice suggestione. Anzi il mio intervento é finalizzato a smentire categoricamente che l’effetto sia identificabile con il “placebo”. Prima di tutto perché questi pazienti erano in politerapia farmacologica da diversi anni e seguiti in più riprese da specialisti diversi per cui é semplicemente singolare che nessuno di questi precedenti interventi abbia sortito una qualche sorta di “effetto placebo”; in secondo luogo perché é impensabile che l’effetto placebo si verifichi in una percentuale così alta di soggetti (il 90% delle sintomatologie trattate ha avuto esito buono o ottimo, tale da poter ridurre e spesso sospendere le terapie farmacologiche in atto); in terzo luogo perché il 70 % dei pazienti dichiara apertamente di sottoporsi al trattamento ma di non credere alla pranoterapia, infine perché, prima di iniziare il trattamento, tutti i pazienti avevano sottoscritto un “consenso informato” in cui si evidenziava che “..la pranoterapia non é scienza medica ufficialmente riconosciuta…” e ne venivano esplicitati i limiti.
    E’ scontato che a fronte di queste affermazioni qualcuno possa chiedere quale sia il meccanismo di funzionamento di “un qualcosa” che alcuni relegano addirittura “nell’occultismo”.
    In risposta a tale, più che giustificata, perplessità posso solo argomentare che, se ci fosse la volontà di approfondire seriamente l’argomento, i presupposti scientifici per cui l’interazione fra mediatori chimici e recettori cellulari dipende da fenomeni elettrici sono ormai elementi consolidati della biofisica e dell’elettrofisiologia cellulare.
    Cosa impedisce quindi di andare alla radice del problema ? – Sempre e solo l’interesse di chi finanzia la ricerca !-.
    E’ impensabile che venga attuata una ricerca approfondita sui meccanismi d’azione della Pranoterapia, date le scarse risorse per la ricerca scientifica “pubblica”, considerato il rischio di riduzione delle entrate per l’industria farmaceutica come conseguenza di effetti benefici non legati a farmaci e le spinte corporative del mondo medico non disposto a vedersi tagliare i fondi della ricerca per verificare i “deliri dei ciarlatani”, Tanto per citare le più evidenti cause dell’ostracismo decretato verso questa forma di terapia non convenzionale.
    Continueremo pertanto ad ingurgitare veleni anche quando una semplicissima “passata di mano” metterebbe fine a tanti dolori….ma, ciò che é peggio, rinvieremo la ricerca biofisica di quel tanto da rimanere nel ruolo di acquirenti di brevetti che sono sempre meno dominio della fantascienza.
    Credo che, in tema di MNC (Medicine Non Convenzionali) l’ex Ministro della Sanità On.Storace, fosse sulla giusta via quando affermava la necessità di sgombrare il campo da ogni pregiudizio ed iniziare una ricerca di settore, basata sui moderni criteri della ricerca scientifica. Quando fioriranno queste rose…?

    Dr. Giampaolo Boccardo

  2. Gentile Dott. Boccardo grazie per il suo contributo. Le questioni che lei pone sono legittime e indicano la necessità di approfondire certi temi e certi fenomeni legati alla “interazione terapeutica” (chiamiamola così, che va bene a tutti) tra esseri umani.
    Il sottoscritto ha avuto modo di seguire tutta la problematica che lei indica per anni, avendo tra l’altro conosciuto e frequentato sia Piero Cassoli che Massimo Inardi, entrambi medici e studiosi della pranoterapia.
    Sulle medicine non convenzionali, o meglio, sul concetto di “medicina integrata” che si sta facendo strada, oltre al libro che con il prof. Soresi abbiamo realizzato, le suggerirei di seguire, e magari intervenire, alla pagina FB:
    https://www.facebook.com/pages/La-nuova-medicina-integrata/348053755271792

    • Sono pochi che condividono questi orientamenti ma sempre di più. Continuando a sostenere teorie da sempre valide e volutamente mai approfondite si riuscirà a sfondare il muro di gomma dell’indifferenza che interessi corporativi ed economici da sempre sostengono per evitare quel cambiamento che tutti dicono di volere senza fare nulla per avviarlo.
      All’occasione mi rifarò certamente vivo. Cordialità.

      Giampaolo Boccardo

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