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14 foto del cervello di Einstein

Ogni tanto si torna a parlare del cervello di Einstein. Donato alla scienza, come si suol dire, 57 anni fa. Quando morì all’età di 76 anni, per la rottura di un aneurisma dell’aorta addominale. Poche ore dopo il suo decesso all’ospedale di Princeton, il figlio Hans Albert e l’amico ed esecutore delle sue volontà Otto Nathan, diedero il permesso di conservarne e studiarne il cervello. Nel peregrinare dei documenti e degli studi, non mancano momenti di tinti di “giallo”. Ad esempio, il corpo fu cremato, ma il referto di autopsia è sparito e non si trova più da 18 anni. In compenso è stato sequenziato il suo DNA, anche se i risultati non sono mai stati pubblicati.

In tutti questi anni gli studi per cercare di capire se il supporto cerebrale potesse indicare qualche ragione della sua genialità sono proseguiti a fasi alterne, anche a seguito del progredire della tecnologia biomedica. Ad esempio, al cervello integro di Einstein, prima della dissezione e della “ripartizione” del materiale cerebrale ai ricercatori, vennero scattate una serie di fotografie. Da anni, di queste foto non parlava più nessuno. Ora, grazie a 14 foto inedite, Dean Falk, antropologa della Florida State University, e collaboratori, hanno svolto una nuova ricerca sul cervello di Einstein pubblicandone i risultati sull’ultimo numero di “Brain” (The cerebral cortex of Albert Einstein: a description and preliminary analysis of unpublished photographs).

I ricercatori hanno confrontato il cervello di Einstein con 85 cervelli “normali” e, alla luce degli attuali studi di imaging funzionale, hanno interpretato le sue caratteristiche particolari. “Anche se la dimensione e la forma asimmetrica del cervello di Einstein erano normali – ha detto Dean Falk a “ScienceDaily” – , la corteccia prefrontale, somatosensoriale, motoria primaria, parietale, temporale e occipitale, sono stati straordinari. Questi possono aver fornito le basi neurologiche per alcune delle sue abilità visuospaziali e matematiche, per esempio”.

Interessante ma, tuttavia, aggiungo, certi resoconti, per quanto affascinanti, vanno presi con beneficio d’inventario.
Questi studi vengono svolti “a posteriori”. Sapendo che si tratta del cervello di Einstein. Per essere corretti, si sarebbe dovuto far studiare le immagini a ricercatori che non sapevano né da dove provenissero né tantomeno a quale cervello si riferissero. Anche per non rischiare di cadere in quella “neuromania” di cui parlano in un loro saggio lo psicologo cognitivo Paolo Legrenzi e il neuropsicologo Carlo Umiltà.

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