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La malattia psicosomatica

Sabato 5 giugno 2010  presso l’Ordine dei  Medici della provincia di Milano si è tenuto un convegno  dal titolo  Quando il corpo parla al posto della mente : la malattia psicosomatica . In sostanza dalle relazioni tenute dal prof. Carlo Tedesco e dalla  prof.ssa Francesca Neri Bertolini è emerso che la malattia psicosomatica si innesta nella vita neonatale entro i primi anni di vita. Eugenio Gandini ha descritto i primi stadi della formazione della cosiddetta “organizzazione mentale di base” che inizialmente consiste in un stato di non integrazione.

Se il successivo processo di integrazione sarà troppo minacciato da carenze ambientali che portino a stati di tensione intollerabili (angosce), il processo stesso faticherà a procedere e diventerà intollerabile qualunque esperienza che abbia a che fare con il “cambiamento”. Non potendosi scaricare all’ esterno , per l’immaturità del sistema neuromotorio , la tensione si scaricherà allora all’ interno, tendendo a modificare l’ omeostasi, producendo così nel primo periodo della vita risposte organiche dirette. Durante il lavoro psicanalitico il disturbo somatico  scompare, senza parlarne, quando il processo di integrazione del Sè rende pensabile l’angoscia ed inutile quindi la difesa psico – fisica. In sostanza, ha concluso il prof. Todesco, nelle sindromi psicofisiche della prima infanzia e forse in tutta la patologia psicosomatica, il corpo parla non  “per conto” della mente ma  “al posto” della mente, di una mente troppo immatura per possedere un linguaggio.

Si tratterà quindi da parte degli psicoterapeuti ed in generale dei clinici  attenti e preparati di aiutare  il paziente ad elaborare le angosce di base, senza lasciarsi tentare da pur soggettive prospettive di interpretazioni simboliche e relazionali del sintomo somatico. In sostanza si  ritorna al principio di tutto ciò che avviene nei primi anni di vita con la formazione della memoria implicita e con la possibilità di costruire una rete neurale non armonica. Secondo la prof.ssa Bertolini anche l’anoressia mentale va interpretata come una malattia psico somatica . “Quando le cose vanno abbastanza bene il paziente, scoprendo legami fra affetti e sintomi , si stupisce che i suoi sintomi siano portatori di significati fino ad allora privi di interesse per lui e si chiede cosa sia stato fino ad ora di lui o di lei.   In sostanza si chiede che cosa sia stato finora del suo sè , fino ad allora amputato del corpo  e scisso da esso”.

Questo passaggio fra l’ io del paziente che si chiede e il suo sè a cui il paziente chiede : dov’eri è importante perchè mette l’ accento sulla questione che la eventuale guarigione non è conquistata dall’ io , o dall’es o dal superio ma dal sè cioè da quella parte della struttura psichica che non coincide con nessuna delle parti della struttura e che tende a sintetizzarle. Si tratta della tendenza che ogni persona ha a integrare se stessa per sentire di esistere. E’ interessante che rinunciare a tenere dissociato dal sè il corpo sia un processo non facile : spesso finiti i sintomi propriamente anoressici il paziente si trova a vivere difficoltà , anzi vere e proprie angosce se integra nel sè il corpo e se integra il sè nel corpo. Talvolta il paziente sembra non voler guarire, ma il fatto è che guarire è faticoso e passa attraverso la possibilità che angosce di integrazione vengano sopportate ed elaborate.Conclude la  Bertolini : il processo di guarigione dalla anoressia mentale è lento e difficile non tanto per la gravità internistica della malattia ma per il dolore che comporta  l’ affrontare angosce per l’ integrazione.

Come clinico, le rflessioni sono molteplici in quanto la malattia psicosomatica è ridondante in ogni ambulatorio di medicina generale dal banale reflusso esofageo, all’ipocondria , all’asma, alla cefalea. Sempre il medico dovrebbe essere in grado di interpretare i sintomi in modo più ampio che dal  semplice elenco fatto  dal paziente ed intuire in che momento potebbe essere utile  una integrazione clinica con il neuropsichiatra o lo psicologo.

Certo non è semplice nella frenetica vita di oggi proporre una psicoterapia relazionale  però vale la pena, comunque, lanciare un messaggio che faccia riflettere il  paziente su più profonde interpretazioni del suo sintomo organico forse comunque lo metteremo in condizioni di meditare su se stesso e magari cambiare almeno stile di vita mettendosi a praticare, in alternativa alla psicanalisi,  trenta minuti al giorno di feet-walking.

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Una Risposta

  1. Mi permetto di segnalare questo nuovo e interessante blog: http://psicoevoluzione.wordpress.com/
    Spero di non aver disturbato. Grazie per l’ospitalità e buona continuazione.

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