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Addio a Carlo Lorenzo Cazzullo, psichiatra

Se ne è andato ieri a 95 anni Carlo Lorenzo Cazzullo, nella sua Milano. Era nato a Gallarate (Varese) il 30 gennaio 1915

Ora tutti parleranno del “padre della psichiatria italiana”. E in effetti lo era, essendo riuscito a separare la neurologia dalla psichiatria attraverso una legge che, dopo molte peripezie e anticamere, si vide approvare, lui democristiano, anche dai comunisti (aveva curato, da par suo, il figlio di un parlamentare del PC e questi gli fu riconoscente). E successivamente a creare, in pratica, tutte le cattedre e gli istituti di psichiatria esistenti in Italia.

Memorabili le sue lezioni e i suoi seminari all’Istituto di psichiatria, da egli fondato nel 1959, e all’Ospedale psichiatrico Paolo Pini, quartiere milanese di Affori (solo “Affori” per Cazzullo), a cui, negli anni Sessanta e Settanta, oltre agli studenti e specializzandi, poteva accadere partecipassero anche giornalisti come Giampaolo Pansa. O, come egli stesso rammentava divertito, un vigile urbano “appassionato di psichiatria”. Erano gli anni dell’antipsichiatria, di Basaglia, e Cazzullo seguiva invece una via psichiatrica più cauta, conscia delle difficoltà che la disciplina avrebbe dovuto ancora affrontare. Sia sul piano scientifico che clinico.

Erano gli anni in cui arrivò una delegazione di psichiatri dalla Cina comunista (c’è una bella foto di Cazzullo che parla ai colleghi del celeste impero, tutti riuniti attorno ad un tavolone). Oppure studiosi diventati di culto, come lo psicoanalista Michael Balint. Per tutta la vita Cazzullo è stato un entusiasta, pur con momenti di stanchezza e malinconia. Da cui però sapeva riprendersi, grazie al suo grande amore per la psichiatria, la neurologia e, in seguito, le neuroscienze. Ma anche per la cultura in generale, specialmente quella classica, storica e filosofica. E per la musica. Sempre attento e vigile sulle nuove scoperte in campo scientifico e medico, non soltanto psichiatrico. Sempre pronto ad ascoltare persone di ogni età, anche giovanissime. Sempre rapido nell’apprendere qualcosa di nuovo.

Ho avuto la fortuna di frequentare la sua casa e l’ampio studio ricolmo di libri e onorificenze,  all’ultimo piano di Piazza Duse 1 a Milano, in coincidenza della fermata metrò di Palestro, percorrendo l’arco proprio di fronte al museo di Storia naturale. Lo incontrai a lungo, raccogliendo ore e ore di registrazione, difficoltosamente trascritte, e copie di documenti, per ricavarne una biografia. Ai due lati del vasto, elegante e raffinato appartamento vecchio stile, con bellissime balconate, vi erano i due studi: il suo e quello della moglie, la neuropsichiatra infantile Adriana Guareschi Cazzullo.

Con quella sua voce particolare, riconoscibilissima, quel suo modo di essere burbero e dolce, Cazzullo era unico. Anzi, “il Cazzullo”, come amava definirsi con un sorrisino ironico. Adorava l’ironia sottile e la battuta fulminante. Anche ultraottantenne non risparmiava giudizi e critiche, sempre motivate, ma lapidarie. Era un uomo, oltre che uno scienziato della psiche, generoso, irruento, creativo, coraggioso, energico, preparatissimo. Non da tutti amato, certo, ma come accade a coloro che hanno carattere e fanno storia.

Un anno mi mostrò sconfortato una lettera della Società italiana di neurologia in cui gli veniva negata l’associazione onoraria. Una nota di un amico neurologo aggiungeva che ne era molto dispiaciuto, ma la votazione era andata così. “E’ una vita che pago la quota – commentò Cazzullo – alla soglia dei novant’anni e dopo tutto quello che ho fatto, ho semplicemente chiesto che mi riconoscessero come socio onorario. Pazienza”.

Che cosa aveva fatto di tanto sconvolgente Cazzullo? Ci aveva messo vent’anni per separare le due discipline: la neurologia dalla psichiatria. Prima esisteva solo la neuropsichiatria. Ma una volta laureatosi con Besta a Milano e recatosi appena terminata la guerra, nel 1946, come ricercatore in neurofisiologia, grazie a una borsa,  al Rockefeller Institute for Medical Research di New York, studiosi del calibro di R. Lorente de Nò e A. Ferraro, oltre al premio Nobel Herbert Gasser, lo convinsero che era giunto il momento, anche per l’Italia, di far percorrere differenti strade accademiche e scientifiche a due discipline così complesse e vaste, pur con evidenti punti di contatto e sovrapposizione, come la neurologia e la psichiatria.

Ed è così che Cazzullo inizia la sua lunga e tribolata, ma anche entusiasmante, avventura per far nascere la psichiatria italiana.  Formando intere generazioni di psichiatri. Oltre a tracciare percorsi di ricerca e intervento clinico, come ad esempio quello attualissimo della riabilitazione psichiatrica, assolutamente innovativi. Ma, come la psicoanalisi ci insegna, Cazzullo era conscio di rappresentare, nel bene e nel male, la figura paterna. Per alcuni versi da temere, rispettare, ma anche rimuovere. Finché ha potuto Cazzullo ha rappresentato l’autorità e l’autorevolezza nelle sessioni nazionali e internazionali di psichiatria. Ma al di là di questo, ritengo, soprattutto un esempio di serietà professionale, rettitudine, coerenza e dedizione al lavoro con cui confrontarsi.

La vita di Cazzullo è un film. A New York incontrò Don Luigi Sturzo, rifugiato, e Arturo Toscanini. Da entrambi venne ricevuto per la raccolta fondi che il giovane Cazzullo stava facendo per far avanzare la neuropsichiatria italiana. Sempre a New York, con i fondi raccolti acquistò uno dei primi elettroencefalografi da inviare al Besta di Milano (chissà se in qualche scantinato c’è ancora: sarebbe ottimo per una mostra rievocativa). Ci aveva messo un mese, in nave, per raggiungere la Grande Mela. E trovò ospitalità in una trattoria con annessa camera gestita da italiani a Little Italy. Toscanini accettò di dare un contributo economico solo a patto che Cazzullo, nell’arco di una settimana, riuscisse a raccogliere una certa cifra. Il giovane Cazzullo riuscì ovviamente nell’impresa, e Toscanini aggiunse la sua parte.

E’ già un film la vita di Cazzullo. Mi tornano alla mente le immagini che sapeva evocare con i suoi appassionati racconti. Lui all’Ospedale militare di Milano che riesce a salvare un buon numero di ricoverati dalla deportazione in campo di concentramento. Cazzullo aveva fatto ragioneria, prima di iscriversi a medicina, e aveva studiato, bene, il tedesco. Questo gli permise di cogliere una telefonata in cui il comandante tedesco – con il quale aveva contatti in qualità di ufficiale medico – diceva ai suoi che l’indomani avrebbero fatto un rastrellamento all’Ospedale militare. Cazzullo si precipitò all’ospedale e convinse ad andarsene quanti più poté (non tutti avevano ancora la consapevolezza di cosa volesse dire “campo di concentramento”, alcuni pensavano di poter andare a lavorare in Germania e quindi stare meglio).

“Il giorno dopo – mi raccontò Cazzullo – arrivò il comandante con le camionette. Entrò nei reparti e li trovò semivuoti. Vestito di tutto punto, con la divisa, il berretto con la visiera e gli stivali, si voltò verso di me e mi lanciò uno sguardo che mi gelò il sangue. Carlo sei morto, ho pensato. Invece, si voltò verso i suoi e urlando Schnell Schnell!, se ne andarono”.

Cazzullo tra l’altro aveva militato nelle fila partigiane di Giustizia e Libertà: da quei ricordi, a cui teneva molto, ricavò un volumetto pubblicato da Sperling & Kupfer nel 2005 (Un medico per la libertà). Una volta, mi raccontò, dovette starsene nascosto all’interno di un altare. Un’altra scampò, oltre a quella dell’Ospedale militare, ad una esplosione. “Ho evitato la morte almeno due o tre volte”, commentava con un sorriso.

Grandissimo il suo amore per la famiglia e gli adorati nipoti. Centinaia le storie relative ai suoi pazienti, anche famosi, che ha seguito e curato nell’arco di una vita. Anche negli ultimi anni, finché ha potuto. Molti di loro si sono sentiti e si sentiranno orfani. Ad un paziente che gli avevo inviato, disse: “Lei non ha bisogno di farmaci. Esca di più e vada a ballare”. Lo congedò con una terapeutica pacca sulle spalle. E il paziente seguì, con successo, il suggerimento del professore. Dopo una vita trascorsa con pazienti psichiatrici, sapeva ben distinguere tra il paziente bisognoso di psicofarmaci e quello che si nega all’esistenza. Ma tutti – più volte ne sono stato testimone – lo potevano raggiungere  con una telefonata, a cui cercava sempre di rispondere e rassicurare.  Lo stesso Cazzullo, del resto, vedovo della prima giovane moglie e giovane padre, aveva ben conosciuto la notte oscura dell’anima. “Ne venni fuori – raccontava – quando gli americani mi invitarono a tenere un ciclo di lezioni negli Stati Uniti. Sulla depressione”.

E’ stato un maestro. Ha aperto molti fronti in psichiatria biologica e psicofarmacologia. Era nato scienziato e ricercatore, ed era diventato pure un ottimo clinico e un grande docente. Molto saggio. Mi risuonano nella mente alcune sue sollecitazioni. Tipo: “Perché non mi hai chiamato ieri?”. “Professore, pensavo di disturbarla”. “Non pensare, verifica!”

Aggiornamenti – Nel Dizionario delle Scienze psicologiche di Luciano Mecacci (Zanichelli, 2012) alla voce dedicata a Carlo Lorenzo Cazzullo si legge: “Seppure di orientamento biologico (fu tra i primi studiosi italiani della psichiatria di indirizzo pavloviano), ha contribuito a uno sviluppo della psichiatria italiana aperto alle nuove correnti psicoterapeutiche di impostazione clinica e relazionale”.

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6 Risposte

  1. Questa è la storia di una vita come dovrebbe essere quella di ogni medico, al servizio degli ammalati, pertanto l’amore per le discipline umanistiche e per la scienza medica rigorosa.

    Dott. Gaetano Rizzitelli

  2. Sono stato , come moltissimi altri , allievo di Cazzullo e mi commuove leggere questi cenni biografici: non avevo mai focalizzato che anche il Professore avesse, come tutti,qualche momento di depressione. Amava molto la vita ed era aperto alle novità specialmente scientifiche e culturali. Mi ha dato grandi lezioni di psichiatria e non solo. Mi ha sempre incoraggiato. Lo saluto, grato per la sua generosità, bontà e grandezza.

  3. Sapere che ci sono stati uomini cosi’ illuminati e pronti capire ed a rispettare il malato e la famiglia che ha affrontanto la malatia stessa(schizzofrenia) ed avere trasmesso quanto acquisito ai suoi “discepoli” è rincuorante e ho letto con interesse l’articolo “scizzofrenia un drammatico isolamento” da lei consigliato. Mi ha permesso di scrollarmi qualche senso di colpa,ci sono cose che sono al di sopra del singolo famigliare,abbandonato a se stesso e colpevolizzato.( vedi dottori – stretti famigliari).Un grazie a menti cosi’.

  4. Sono stato un allievo del Professore dal 1980- data in cui varcai da allievo interno la soglia della clinica psichatrica GUARDIA II dell’università di Milano al 1988 , anno in cui mi specializzai in psichiaTRIA .

    Ebbi Cazzullo sia Presidente della mia sessione di laurea nel 1984 con una tesi sperimentale di psicosomatica psicoanalitica della grave Obesità ,sia alla sessione di specializzazione nel 88, con un lavoro sulla arte terapia in Psichiatria.

    L’ultima volta che l’ho sentito è stato per telefono e me l’aveva passato Massimo Clerici . Cazzullo voleva ringraziarmi per il ricordo della sua figura che avevo tracciato nell’introduzione al mio primo libro edito da FRanco ANGELI , sulla Psichiatria e l’Aids. Volle farmi capire che si ricordava bene di me descrivendomi anche fisicamente e mi confidò che molti dei suoi allievi che aveva piazzato un po’ dappertutto si erano mostrati ingrati e si erano- italianamente -” bell e che” scordati di Lui. Io, che non ero stato piazzato proprio da alcuna parte,ora mi ricordavo di LUI e lo onoravo in un libro. Cazzullo fu il primo a cogliere , ancor prima dello scoppio della pandemia Aids,le gravi implicazioni psicologiche e psicopatologiche di questa misteriosa e nuova malattia infettiva. Il mio libro sulla Psichiatria Aids, preceduto da un’altro edito da Masson a cura di Costanzo Gala e Andrea Pergami, è lìeffetto del suo insegnamento . Per il suo carattere unico nel panorama italiano sono stato invitato a partecipare al film documentario appena uscito nelle sale italiane e già premiato “Il sesso confuso, racconti di mondi nell’era dell’Aids” con la regia di Andrea Adriatico e Giulio Corbelli. Ne fu felice e mi fece felice con quella telefonata .

    In un epoca in cui non ci sono + Maestri e quelli che ci sono vengono ostracizzati e isolati,mi piace dire di avere avuto dei Mestri , invece, e che uno di questi è senz’altro stato Cazzullo. Quando arrivava in Istituto, tremavano tutti, era severo e carismatico , con quella sua voce sottile e nasale , ma come dice Garzia era capace anche di grande gentilezza e tenerezza. IL Carisma era molto grande .
    Seppe introdurre vari temi per primo in italia, fra quelli non psicobiologici che erano pur tuttavia molto curati e rappresentati in istituto: la psicosomatica ,la psichiatria di collegamento o liaison con tutti i reparti di medicina e chirurgia del policlinico di milano, obbligando chirurghi e internisti a fare i conti con la dimensione psichica della malattia sempre rimossa e negata , l’agopuntura, la psichiatria dei trapianti,il rapporto medico paziente -metodo Balint, le tecniche riabilitative arte terapeutiche, la psicopatologia del comportamento alimentare .

    A dueu , Professore…con grande riconoscenza per gli insegnasmenti ricevuti,

    Guglielmo Campione

  5. Grazie Guglielmo per questo tuo ricordo di Cazzullo. Sarebbe bello intervenissero altri suoi allievi, tra le centinaia che lo hanno frequentato.
    Certo che era duro “il Cazzullo”: pretendeva. Era severo con se stesso e di, conseguenza, con i suoi accoliti.
    Era come un comandante che forma alla resistenza i suoi combattenti. Con la malattia mentale non sono ammesse leggerezze, e tu lo sai bene. Lo sapeva ancor più Cazzullo che aveva vissuto gli opedali psichiatrici, la contenzione forzata e tutta l’era pre-scientifica e pre-farmacologica della psichiatria.
    Anche per questo Cazzullo si è impegnato così intensamente, così a fondo e per tutto l’arco della sua vita per far diventare la psichiatria una disciplina scientifica degna di considerazione e dignità al pari delle altre specialità mediche.
    Se non altro, la medicina italiana, e in particolare, la psichiatria, gli dovrebbero essere grate per questo.
    Ma è ancora presto per un’analisi storica della figura e del rilievo di Carlo Lorenzo Cazzullo. Verrà il tempo.
    Dotato di grande vivacità mentale e intuito, come dici giustamente, capì subito le implicazioni psicopatologiche dell’infezione da HIV. Oltre che dei fattori psicologici che ne pregiudicano la prevenzione: non dimentichiamo che Cazzulo fece parte anche di importanti commissioni dell’allora Ministero della Sanità.
    Lo incontrai, e ne parlammo a lungo, nel corso della Conferenza Internazionale sull’AIDS che si tenne a Firenze nel 1991. Rendedomi conto di quanto il suo acume di medico a tutto tondo, non solo di psichiatra, avesse ancora una volta centrato un problema dalle grosse implicazioni psicosociali, oltre che sanitarie.

  6. Ur blog post, “Addio a Carlo Lorenzo Cazzullo, psichiatra Neurobioblog” was very
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