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Il grande inganno sulla prostata, secondo Richard J. Ablin


il-grande-inganno-sulla-prostata-2442Non bastavano i complotti sugli Ufo, la manipolazione mentale, gli omicidi misteriosi e la fine del mondo. Ora abbiamo pure il complotto della prostata. A parte le battute, tra medici, ma non solo, basta vedere le paginate in rete, se ne parla da decenni. Vale a dire: lo screening Psa (antigene prostatico specifico), l’esame che valuta il rischio di cancro alla prostata, è affidabile? Sottoporsi a una biopsia prostatica è sempre necessario? E, soprattutto, farsi o non farsi operare alla prostata? Quando, perché e come?

Quello che è una sorta di incubo per gli uomini (equivalente della preoccupazione per la salute del seno nella donna), secondo Richard J. Ablin, professore di immunopatologia all’Università dell’Arizona, nonché pioniere nella ricerca sul cancro alla prostata e nella immunoterapia, si tratta di un “grande inganno”. Come recita il titolo del volume in uscita da Raffaello Cortina Editore. Inganno che avrebbe danneggiato milioni di uomini nel mondo.

Ablin lo dichiara in queste pagine: la sua battaglia “contro il Psa” è ormai più che trentennale. Alla fine, sulla base del fatto che il colleghi gli facessero notare che le sue tesi fossero sempre più condivise, si è risolto a trattarne in questo saggio. La questione ha infiammato il dibattito tra gli addetti ai lavori anche sulle pagine delle riviste mediche più prestigiose a livello internazionale, come nel caso del British Medical Journal (BMJ) che nel numero di maggio di quest’anno ha pubblicato una analisi, a firma dello stesso Ablin e altri, in cui si chiede “l’accesso a tutti i dati clinici nel processo di finanziamento pubblico, per risolvere le controversie intorno allo screening con l’antigene prostatico specifico per il cancro della prostata ” (Ian E Haines, Richard J Ablin, George L Gabor Miklos, Screening for prostate cancer: time to put all the data on the table, BMJ. 2016 May 25;353:i2574)

Questo libro di Ablin, e relativi tesi supportate da documentazione scientifica, nonché una nutrita schiera di interviste a colleghi e non che Albin ha effettuato in merito alla loro opinione sullo screening con Psa, ha fatto discutere in lingua originale e farà discutere pure da noi. Vedremo crearsi i soliti due schieramenti: favorevoli e contrari alla prevenzione del cancro alla prostata (anche con test Psa). Se ne avvertono i primi segnali mediatici, già in queste ore, tipo il seguente: “Cancro alla prostata, Ben Stiller salvo grazie al test del Psa”.

Il volume di Richard J. Ablin, non certo l’olistico o naturopata dell’ultim’ora, cade in un momento particolare, caldissimo nel nostro paese. Rischiando di situarsi in quella linea grigia di detrattori delle cure ufficiali del cancro. Sarebbe un errore madornale, oltre che una occasione persa per fare chiarezza su un tema controverso. Perché non è il caso di questo documentatissimo libro, che investe di riflesso la questione generale della ricerca biomedica e delle conclusioni a cui giunge per attuare talune terapie, con relativi costi per la sanità pubblica. Il saggio di Ablin va letto con attenzione, studiato e approfondito confrontando i dati disponibili. A supporto o a revisione critica. Prima di sparare cazzate a casaccio su un tema tanto delicato, complesso e multifattoriale come quello oncologico. Siccome un tumore non è uguale all’altro, va prevenuto, tenuta sotto periodica osservazione l’eventuale manifestarsi ed evoluzione o meno, controllato e seguito nel tempo a seconda della tipologia. Così come per la terapia da attuare in caso di necessità (chirugica, radio e chemioterapica o immunoterapica che sia). O nulla del tutto,  se non necessario. Insomma, tenendo conto dei vari fattori in gioco. In cui la pelle del paziente non è un aspetto secondario.

Sei socievole? Ecco il segreto


socialeSul supplemento del Corriere della Sera, La lettura del 21 agosto, un articolo a cura di Giuseppe Remuzzi sviluppa un tema da me ampiamente trattato nel libro “Il cervello anarchico” e ripreso in collaborazione con il coblogger Pierangelo Garzia nel libro “Mitocondrio mon amour” entrambi editi da UTET.  Si tratta delle relazioni fra sistema immunitario e cervello.

In questo articolo di Remuzzi viene riportato uno studio pubblicato dalla rivista Nature e condotto da un gruppo di neuroscienziati dell’Università della Virginia. In tale studio, lavorando su topolini di laboratorio, si  è dimostrato che aumentando la produzione di interferone gamma prodotto dai linfociti T del sistema immunitario i topi diventavano più socievoli. Inibendo invece questa produzione gli animali di laboratorio perdevano socialità fini quasi a diventare autistici. Ma non è finito qui, in quanto i ricercatori sono riusciti a dimostrare che l’attività dell’inteferon gamma si realizzava in prevalenza sulle cellule cerebrali delle regioni prefrontali cioè quel tratto di neo corteccia che ha caratterizzato l’evoluzione dell’homo sapiens.

Da sempre come clinico mi sono impegnato verso i miei pazienti a prescrivere sostanze farmacologiche o fitoterapici attivatori del sistema immunitario al fine di migliorare la loro qualità di vita sia per quanto riguarda il tono dell’umore che la difesa dalle malattie e quest’ultima interessante scoperta conferma l’importanza delle relazioni fra sistema immunitario, sistema neuroendocrino e cervello nella evoluzione dell’homo sapiens. Ricordo il caso di una giovane paziente a cui avevo prescritto il fitoterapico in goccie estratto dal pelargonium sidoides (Kaloba il nome commerciale) indicato come prevenzione sulla bronchiti e molto attivo sulle celle macrofagiche a cui gli amici chiedevano se non avesse assunto cocaina considerata l’allegria che questa sostanza le induceva.

Cos’è l’ISTDP, Intense Short-Term Dynamic Psychoterapy


Triangoli(post di Ludmilla Soresi) ISTDP Intense Short-Term Dynamic Psychoterapy, ossia, psicoterapia intensiva a breve termine di orientamento psicodinamico. Approccio che sviluppò lo psichiatra Davanloo e, successivamente, elaborò A. Abbass (presso il cui Centro si è formata E.Poli).

Si tratta di un approccio in cui il terapeuta è attivo nel processo che porta a un cambiamento nel paziente. Nel percorso psicoterapico, il terapeuta si avvale di tecniche quali inchiesta, pressure, challenge, utilizzate in modo contestuale, vale a dire valutando, di volta in volta, quanto il paziente è in grado di tollerare emotivamente e come risponde agli interventi del terapeuta, che oscillano da un versante più supportivo a uno più espressivo-elaborativo.

L’obiettivo degli interventi, effettuati osservando su quali vie il paziente tende a scaricare l’ansia, è quello di giungere al “break through”, cioè all’accesso consapevole alle emozioni inconsce parte del “nucleo affettivo centrale”, emozioni che, represse, agiscono comunque manifestandosi nei sintomi espressi dal comportamento/atteggiamenti/pensieri/parole del paziente.

E. Poli integra a questo approccio la sua capacità (Certificato EsaC-Emotional Skills and Competencies, Paul Ekman International) di identificare le microespressioni facciali delle 7 emozioni di base universali che studiò P.Ekman negli anni Settanta, mostrando ad abitanti della Papua Nuova Guinea, con nessun contatto con la popolazione civilizzata dell’Occidente, immagini di espressioni facciali umane di occidentali. Attraverso questo esperimento, egli riscontrò che venivano riconosciute: rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disgusto, disprezzo. Ekman e Friesen elaborarono, altresì, uno strumento (Facial Action Coding System) per codificare queste emozioni di base, innate, che già aveva rilevato Darwin (“L’espressione delle emozioni nell’uomo e nell’animale”).

Oncologia di precisione: un caso, ma che costi!


Donna di 54 anni in chemio e radioterapia per tumore del pancreas con malattia in progressione. Biopsia epatica ed identificazione di un marker tumorale che consente un trattamento biologico per bocca. Dopo pochi giorni di terapia, evidente risposta clinica con milioni di cellule tumorali distrutte. Unico problema: il farmaco reperito in Svizzera ha un costo di 9.000 euro per un mese di terapia ! È il primo clamoroso esempio di una oncologia di precisione che con l’amico oncologo Claudio Verusio abbiamo affrontato in questi ultimi mesi.

OncologiaPrecisioneOK

Si può derubare con l’ipnosi?


RobbinsNe parla oggi su “Repubblica” il giornalista e scrittore Piero Colaprico: filippini di Milano derubati con tecniche ipnotiche. Tecniche che in realtà non sono ipnosi in senso stretto, ma un insieme di procedure psicologiche che deviano l’attenzione, inducono confusione mentale, aprono le porte alla suggestione e alla manipolazione.

Lo raccontavo proprio una settimana fa a una affollata classe di studenti del secondo anno di psicologia clinica della Cattolica di Milano, ai quali tenevo una lezione sul “cervello illuso”, su invito del loro docente Enrico Molinari. Avevo pure chiesto se qualcuno di loro era stato derubato in pubblico, sulla metro. Una ragazza raccontò che alcuni le si erano accostati nella metro parlandole in inglese e chiedendole informazioni mentre le mostravano una cartina. Un altro, apparentemente indipendente, appena si fermò la metro in stazione, si mise ad urlare che la “stavano derubando”. Fatto sta che tanto l’avvisatore che i tizi che le chiedevano informazioni, si dileguarono in fretta. Con il cellulare della ragazza che “tenevo in mano”.

Sono tecniche di sviamento dell’attenzione e di induzione di stati di suggestione, in cui è più facile essere manipolati, che i prestigiatori e i mentalisti conoscono molto bene.  Lo stesso Colaprico, nel suo articolo, annota:  «le vittime sono incappate in ciò che i mentalisti e i prestigiatori chiamano “rottura dello schema”». Si tratta di un insieme di tecniche di imbroglio e sviamento dell’attenzione (misdirection) che confluiscono nella sottrazione di oggetti, sia di valore che  non (orologi, portafogli, ma pure occhiali) che alcuni prestigiatori specializzati in “pickpocket” utilizzano con il massimo della maestria. Teniamo conto che un ladro, un borsaiolo, può allenarsi ore e ore ogni giorno, sotto la guida di “maestri borsaioli”, maestri nell’arte dell’inganno e della truffa. Quanti di noi si allenano altrettanto per fronteggiare gente simile? Si veda ad esempio quanto un prestigiatore come Apollo Robbins, considerato il massimo esecutore di pickpocket, per fortuna ad uso di spettacolo, mostra durante una conferenza TED (il filmato su Youtube è stato visto da oltre sei milioni di persone). E del resto, tecniche simili, come ho scritto nel mio saggio “Le basi cerebrali e culturali della magia” (Magia, 2015) sono comuni a truffe, inganni e imbrogli.

Uno psichiatra e studioso di tecniche magiche come Matteo Rampin, consulente e docente anche per le forze di polizia, ci ha del resto scritto sopra un intero trattato, assieme ad prestigiatore e funzionario bancario del settore antifrode, Ruben Caris: “Fraudologia. Teoria e tecniche della truffa”. In seguito, lo stesso Rampin, ha rincarato la dose pubblicando:  “Manuale del borseggiatore. Scienza e tecnica del furto con destrezza”. Che si spera sempre non finisca nelle mani sbagliate, tipo i derubatori di filippini.

Che poi i turlupinati e derubati siano soprattutto filippini, potrebbe non essere un caso, ma una scelta 51AF6WI3OVL._SX343_BO1,204,203,200_deliberata. Sulla base di cosa? Una maggiore attitudine delle persone di quella nazionalità a seguire gli ordini, ad adeguarsi alle richieste, ad accondiscendere, in definitiva quella che gli etnologi chiamarono “mentalità coloniale”. Un po’ come accade agli anziani, continuamente vittime di raggiri, truffe e imbrogli, in un mondo che, come cantava Venditti, è sempre più di ladri. Imparare almeno a riconoscere e a difendersi dalle tecniche di manipolazione mentale, tuttavia, non sarebbe male. E neppure così complicato

Per approfondire:

Piero Colaprico, “A me gli occhi e dammi i soldi”. L’ipnotizzatore di colf che spaventa Milano

Fraudologia: imparare a truffare per non essere truffati. Ovvero: l’effetto “nonna di cappuccetto rosso”

Batteri alla riscossa: la fine degli antibiotici?


SuperbatteriSi sa da decenni che abusare di antibiotici porta allo sviluppo di ceppi batterici resistenti e ci potremmo trovare di fronte a infezioni batteriche, specie in ambiente ospedaliero (le cosiddette “infezioni nosocomiali”), difficili da debellare. Stiamo creando, nostro malgrado, dei veri e propri “superbatteri” con cui se la dovranno vedere medici e pazienti dei prossimi anni.

Ora la minaccia si fa ancora più seria e drammatica: potremmo trovarci a fronteggiare infezioni al momento impossibili da debellare. Perché è cambiata la genetica di certi batteri in funzione dell’uso degli antibiotici noti. Tanto da resistere a qualsiasi antibiotico. Tanto da diventare “panresistenti”: Fantamedicina? Purtroppo realtà.

Qualche mese fa in Cina e Danimarca sono stati individuati ceppi batterici resistenti alla colistina (antibiotico di vecchia generazione caduto in disuso per la sua nefrotossicità, ma scelta estrema in infezioni particolari). Ciò sta mettendo in allarme infettivologi, microbiologi ed epidemiologi. Tanto che uno di loro ha affermato: “Sono più spaventato dalla resistenza agli antibiotici che dai cambiamenti climatici – hanno maggiori probabilità di uccidere la mia famiglia”.

L’uso massiccio e improprio degli antibiotici è anche una conseguenza di come essi vengono impiegati nell’allevamento animale. Nel corso del 2015 sono stati utilizzati 63.000 tonnellate di antibiotici per aumentare la taglia e proteggere dalle infezioni il bestiame da allevamento per uso alimentare. Nonostante che una sentenza europea abbia vietato l’uso di antibiotici come promotori della crescita del bestiame. Sentenza che ha avuto un seguito più che limitato e ancora minore potrebbe averne con l’arrivo di carni dal libero mercato. Probabilmente, il gene che ha fornito la resistenza batterica alla colistina, si è evoluto da un allevamento di maiali in Cina. Un’altra ossessione da aggiungere a quelle attuali per il cibo e, sicuramente, un altro punto a favore di vegetariani e vegani.

Immunoterapia: una svolta contro il cancro?


-archive-1835_cd578251Dalla rivista “Internazionale” (8-14 aprile 2016) ho tratto questo interessante articolo  per una nuova terapia contro il cancro a cui avevo già accennato nel libro “Mitocondrio mon amour” scritto con il coblogger Pierangelo Garzia. Si tratta di una nuova generazione di farmaci anticancro chiamati inibitori dei chekpoint immunitari che stanno ottenendo risultati, in alcuni casi così spettacolari,  per cui gli scienziati la considerano una svolta epocale nella lotta contro i tumori.

La storia di questa cura è iniziata negli anni ’60 quando il medico giapponese Tasuku Honjo seppe che un suo compagno di studi era morto per un tumore allo stomaco. Da quel momento, come immunologo,  si è impegnato nella ricerca e nel ’92 studiando i T-linfociti  ha scoperto una proteina, la PD-1,  che impediva al sistema immunitario di andare fuori controllo, in altre parole come se fungesse da freno di sicurezza.  La sua riflessione quindi fu quella di bloccare la PD-1 e permettere al sistema immunitario di aggredire a ruota libera il tumore.

Il sistema immunitario in teoria ci dovrebbe difendere ogni giorno dalla crescita  di cellule tumorali ma uno dei motivi per cui il tumore si sviluppa è prprio quello che riesce a silenziare il sistema immunitario. Honjo ebbe l’intuizione di cercare qualcosa che  attivava il recettore PD-1 e sintetizzò una proteina che si legava al recettore e lo attivava nota come PD-L1 .

Altri ricercatori hanno poi scoperto che le cellule tumorali producono PD-L1 in modo da attivare il freno recettoriale noto come PD-1 e quindi autopromuoversi e permettere al tumore di proliferare. A questo punto Honjo ha prodotto un anticorpo monoclonale in grado di bloccare la PD-1 e consentire al sistema immunitario di attivarsi il più possibile. Dopo parecchi anni di perplessità le case farmaceutiche si sono finalmente impegnate nella produzione di questi nuovi farmaci  noti come inibitori della PD-1 ed in testa a tutti ci sono il Nivolumab ed il pembrolizumab. Questi farmaci hanno pochi effetti collaterali  con alte probabilità di essere attivi per anni ed hanno il vantaggio di aggredire la cellula tumorale anche se continua  a mutare  antigenicità. Sono inoltre già allo studio nuovi farmaci in grado di bloccare la proteina che consente al tumore di svilupparsi e cioè la PD-L1. Finora il farmaco più interessante si è rivelato l’ atezolizumab prodotto dalla Roche  che ha allungato la vita dei pazienti di 8 mesi.

In sostanza questa nuove terapie aprono prospettive terapeutiche che finalmente impostano una alleanza con il nostro organismo sfruttando il sistema immunitario e senza aggredire oltre alla cellule tumorali anche le cellule sane  come a tutt’oggi è avvenuto con la chemioterapia. Un caso clinico  paradigmatico ,  in relazione a questo nuovo tipo di terapie,  lo sto seguendo da qualche tempo  in collaborazione con l’oncologo ospedaliero a cui l’ho affidato. Si tratta di una donna di circa 60 anni portatrice di tumore polmonare, recidivato dopo tre anni dall’intervento. Il  trattamento con nivolumab è in corso da circa 6 mesi e la risposta è ancora difficile da valutare in quanto sembra che in parte il tumore sia in regressione  ed in parte in progressione. Si tratterà, nel tempo,  di valutare come integrare con altre terapia (radio, chemio, terapie integrate?)  questo nuovo tipo di terapia  tenendo conto che le condizioni generali della paziente sono assolutamente normali e che TasukuHojo.jpgnessuna tossicità si è osservata fino ad oggi.

Si apre, con tutta probabilità, un nuovo scenario per i trattamenti oncologici che finalmente  vedrà l’abbandono dei protocolli e lascerà alla esperienza del singolo terapeuta la decisione verso  il miglior percorso terapeutico idoneo a quel tipo di paziente per quel tipo di malattia tumorale.