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Aiuto la muffa cattiva!


 

MuffaTra le moderne fissazioni salutistiche va aggiunta la “micotossicosi”. La muffa nera cattiva. «La muffa nera visibile negli appartamenti e negli edifici può portare a vaghi e soggettivi sintomi di perdita di memoria, incapacità di concentrarsi, stanchezza e mal di testa che sono stati segnalati da persone che hanno erroneamente creduto di soffrire di “micotossicosi”», come dice un recente articolo scientifico. Cioè: certa gente pensa di avere questi sintomi a causa della muffa nera cattiva nell’ambiente in cui vive o lavora. Sulla terra si stima che esistano milioni di tipi di muffe. Si parla tanto del microbioma intestinale, o di altre parti del corpo, ma esiste pure un microbioma degli edifici, delle case (muffe, funghi, batteri) che convive con noi. Tutti questi microrganismi convivono con noi da milioni di anni e non sono di per sé tossici, tranne che in certe circostanze. Ad esempio nei casi di cosiddetta “edilizia malata” (per esempio, il fungo aspergillo o il batterio Legionella, entrami dannosi per l’apparato respiratorio) o di  deficit delle difese immunitarie, per altre malattie, del nostro corpo. Ma, generalmente, «gli esseri umani non sono esposti a micotossine sufficienti per sviluppare la malattia, a meno che non consumino quantità tossiche di micotossine o che siano esposti a intense tempeste di polveri organiche».

Andrea T Borchers,Christopher Chang,M.Eric Gershwin, Mold and Human Health: a Reality Check, Clinical Reviews in Allergy & Immunology, June 2017, Volume 52, Issue 3, pp 305–322

Lo sciamano cheesecake


SinghA chi non piace il cheesecake? La tesi che lo sciamano, senza offesa, sia simile all’invenzione del cheesecake è contenuta in una recente pubblicazione di Manvir Singh (Dipartimento di biologia evolutiva umana, Harvard University). Contrariamente alle tesi che vedevano nello sciamano un ciarlatano, uno psicotico, un prete ispirato, un performer, uno psicoanalista, un custode o un medico, Singh aggiunge alla lista la categoria partirita dallo psicologo evoluzionista, sempre harvardiano, Steven Pinker: “uno squisito prodotto confezionato per solleticare i punti sensibili delle nostre strutture mentali”.
E in effetti, lo sciamano, come il cheesecake, funziona ancora oggi. Viene inviato pure nelle nostre società avanzate. Anche in situazioni e convegni ipertecnologici. Perché?
Perché sollecita le nostre strutture mentali. Risponde a esigenze profonde della nostra mente. Stuzzica emozioni, timori e paure vecchi come le stratificazioni del nostro cervello. «Nello stesso modo in cui – spiega Singh – l’evoluzione culturale e le pasticcerie hanno ideato dolci configurati per i nostri organi di senso dell’età della pietra. L’evoluzione culturale e artisti ingegnosi hanno raccolto miti e costumi che colpiscono le nostre psicologie per placare le nostre ansie».
Che un buon cheesecake plachi l’ansia, non c’è dubbio. Salvo poi, dopo averlo ingurgitato, farci venire l’ansia di ingrassare. Detto questo, l’articolo scientifico di Singh è interessante e, prima di questa spiazzante conclusione, passa il rassegna il fenomeno dello sciamanismo nelle culture umane.
Ah, un’ultima cosa: quello nella foto non è uno sciamano. È il dottor Manvir Singh della Harvard University.

Blue Whale: cybersantoni della morte


13-goethe-werther-grangerIl Blue Whale non è nulla di nuovo. È l’attualizzazione di quell’istinto di morte che percorre da sempre l’animo umano. Specie quello afflitto e tormentato dei giovani di oggi. Ma pure di ieri. Il criminale, o i criminali, che se lo sono inventato, hanno sfruttato l’effetto mimico, emulativo, che da sempre circonda il suicidio. Ampliandolo grazie alla diffusione della rete globale. Intercettando molti dei potenziali disperati, depressi, specie giovani, raggiunti dalla rete. È l’attualizzazione dell’effetto Werther. Dopo la pubblicazione de “I dolori del giovane Werther” di Goethe, in cui il protagonista si suicida, dilaniato dai tormenti di un amore impossibile e di una vita fatta di convenzioni (ieri come oggi, oggi come ieri, questa è la terra), negli anni seguenti i giovani europei si vestirono come lui, e qualche migliaio di giovani si tolsero la vita per emulare Werther. Stiamo parlando degli anni successivi al 1770.

A quell’effetto mimico, noto da secoli, il criminale psicopatico che si è inventato il Blue Whale, e tutti coloro che ne riproducono gli intenti criminali, ha aggiunto misteri da quattro soldi, autolesionismi, rituali che affascinano sempre (sentendosi parte di qualcosa di esclusivo che gli altri non sanno, come una setta), una contro-iniziazione (le prove che nelle culture del passato i giovani dovevano affrontare per entrare nel mondo suicide_quotedegli adulti) che si concludono con il “premio” della definitiva uscita di scena. Bel premio. Bella ricompensa. Bella trovata. Non c’è nulla di eroico nel Blue Whale. Solo farsi manipolare da menti perverse e criminali. Che si divertono a manovrare i propri simili come burattini votati al martirio. Hanno ragione quegli psicologi e psichiatri che il suicidio non deve essere tabù: se ne deve affrontare l’argomento con i giovani. Se ne deve parlare. Ci si deve confrontare. Per non lasciarli povere, inconsapevoli e illuse vittime dei cybersantoni della morte. Del resto il fenomeno è assimilabile, in tempi più recenti, ai suicidi di massa di alcune sette distruttive, indotti dai rispettivi fondatori e leader. Quelli erano santoni della morte, questi cybersantoni della morte. Ma il fenomeno è identico.

# Vedi anche:

Il problema delle sette. E dei loro adepti

I “Culti distruttivi”: la seduttività di un partner ignoto

 

Medico quantistico? Ti pago in quanti!


Shantena-Augusto-SabbadiniSulla fisica quantistica se ne raccontano tante. Il più delle volte, panzane. Fidando sul fatto che la maggior parte ne capisce poco o nulla. Quindi fa un atto di fede. Sulle paroline magiche della nuova fisica (una per tutte, entanglement). Accomunate alle esigenze di sempre: stare bene, fare i soldi, avere successo. Il cervello quantico. Cambia la tua vita con la quantistica. Influenza la realtà con la mente quantica. Sì, come no. E poi, ancora. Medicina quantistica. Psicoterapia quantica. Diagnostica quantica. Salame ai quanti.

Grazie all’amico Maurizio Rosenberg Colorni – ideatore, fondatore, direttore, ma soprattutto anima, della gloriosa  e rimpianta casa editrice Red – ieri sera ho partecipato a una conversazione ristretta con il fisico e sinologo, Shantena Augusto Sabbadini. Lo avevo incontrato parecchi anni fa, Shantena, in veste di consulente scientifico alla Fondazione Eranos, in Svizzera, ad Ascona. Il luogo in cui sono transitati e si sono confrontati tra loro personaggi come Jung, Rudolf Otto, Mircea Eliade, Karl Kerényi, Erich Neumann, Adolf Portmann, Daisetz Teitaro Suzuki e molti altri. Dalle trascrizioni di quegli incontri erano nati i Quaderni di Eranos, editi in Italia dalla casa editrice Red. Così mi ero recato a Eranos,  dietro suggerimento di Maurizio Rosenberg Colorni, per intervistare Rudolf Ritsema che, dopo una vita di studi sul Libro dei Mutamenti, aveva pubblicato, con l’allievo fisico-sinologo Sabbadini, la nuova edizione dell’I Ching.

Tornando a ieri sera e alla fisica quantistica, è sempre una esperienza profonda, ricca, pacificante, ascoltare la generosa conoscenza condivisa di Shantena Augusto Sabbadini. Un diamante della cultura anni Sessanta del secolo scorso, che seppe Pellegrinaggiconiugare la conoscenza della hard science con percorsi millenari delle culture tradizionali. Senza però mai banalizzare, come in tempi recenti. Ecco perché, dietro le mie insistenti e incalzanti domande, ho ulteriormente compreso che la biologia, la medicina, le neuroscienze e soprattutto le terapie “quantistiche”, al momento, sono solo speculazioni intellettuali. Spesso palle. Affascinanti, ma palle. Non esiste uno straccio di lavoro scientifico che coniughi la medicina, ma neppure la biologia molecolare, alla fisica quantistica. Lo fanno gli omeopati, per giustificare le cure omeopatiche. Ma se vogliono accordare credito scientifico alla loro pratica terapeutica, così facendo, aggiungono errore ad errore. Nulla esclude che esiteranno in futuro discipline e magari terapie che si avvarranno delle conoscenze quantistiche, dice Shantena, ma oggigiorno abbiamo compreso poco, con grosse difficoltà cognitive, come la dimensione quantistica operi a livello ultramicroscopico, figuriamoci a livello macro. Delle cellule. Dell’organismo umano, dei suoi apparati, della struttura e delle connessioni del cervello.

Se volete un po’ di sana speculazione filosofica sulla fisica quantistica, ben fatta, senza strabordare, leggetevi il libro di Sabbadini: Pellegrinaggi verso il vuoto. Ripensare la realtà attraverso la fisica quantistica. E, se vi appassionate, date un’occhiata al suo ricco, altrettanto generoso, sito. Oltre alle sue lezioni e conferenze, in italiano e in inglese, in rete.

Sito ufficiale di Shantena Augusto Sabbadini 

Viaggiare nel tempo, con una formula


MacchinaTempoViaggiare nel tempo (il mio sogno di sempre) è possibile. Almeno dal punto di vista fisico-matematico. Lo scrive, con tanto di formula, il fisico e matematico Ben Tippett (che già a vederlo in foto diresti che è un viaggiatore temporale) della University of British Columbia (Canada), su “Classical and Quantum Gravity”. Fin dal 1885 quando HG Wells pubblicò il suo romanzo “La macchina del tempo” (da cui i successivi film), è nata la curiosità circa i viaggi nel tempo – e gli scienziati hanno lavorato per risolvere o confutare la teoria, dice Tippett . Nel 1915 Albert Einstein ha presentato la sua teoria della relatività generale, affermando che i campi gravitazionali sono causati da distorsioni nel tessuto dello spazio e del tempo. Lasciando intuire che, forse, è possibile inserirsi nelle maglie di questo “tessuto”. Secondo le moderne concezioni fisico-matematiche non sarebbe corretto pensare al tempo come una dimensione a se stante, separata dalle tre dimensioni spaziali. Le quattro dimensioni dovrebbero essere immaginate simultaneamente, spiega Tippet, collegate in direzioni diverse, come un continuum spazio-tempo. In pratica, viaggiare nel tempo sarebbe come viaggiare nello spazio. Sebbene un tipo particolare di spazio, tipo quello dei buchi neri. In prossimità dei quali il tempo rallenta. Di conseguenza, il tempo è soggetto alla forza gravitazionale, ne è influenzato e, teoricamente, può essere “modificato”, così come si può avere una distorsione del campo gravitazionale.

«HG Wells ha reso popolare il termine “macchina del tempo” e ci ha lasciato col pensiero che un esploratore avrebbe bisogno di una “macchina o un contenitore speciale” per realizzare effettivamente il viaggio nel tempo», dice Tippett. «Mentre è matematicamente BenTippett.jpgpossibile immaginare i viaggi nel tempo, non è ancora possibile costruire una macchina spazio-tempo, perché abbiamo bisogno di materiali – che noi chiamiamo materia esotici – in modo da piegare lo spazio-tempo in modalità oggi impossibili, ma che potremmo scoprire in futuro». Perciò preparatevi. Anche se c’è da aspettare ancora molto tempo per viaggiare nello spazio-tempo, dopo potrete sempre tornare indietro. E recuperare il tempo perduto nell’attesa. Più o meno.

Patty Wellborn, UBC instructor uses math to investigate possibility of time travel. UBC Okanagan News, April 27, 2017

Bevi diet? Meglio l’acqua!


CervelloDiet.jpgSe bevi soft drink pensando che ti faccia bene, ti sbagli. O meglio: magari ti fa bene alla linea, ma rischi qualcosa di peggio. Stando almeno a un nuovo studio pubblicato dalla maggiore rivista medica che si occupa della prevenzione e della cura dell’ictus, “Stroke”. Era già accaduto per certi dolcificanti. Usarli abitualmente al posto dello zucchero per non ingrassare, è risultato comunque dannoso. Qualcosa di simile si sta evidenziando per le bevande dietetiche: consumarne ogni giorno espone ad un rischio maggiore di ictus ischemico e di Alzheimer.

Del resto, le bevande dietetiche sono per l’appunto dolcificate artificialmente con sostanze quali  saccarina, acesulfame, aspartame, neotamo, sucralosio. Ma attenzione: in questo studio, pubblicato da “Stroke”, non si parla di rapporto di causa-effetto, ma bensì di correlazione. Tuttavia si tratta di uno studio esteso, con caratteristiche del campione da tenere in considerazione. Si tratta di un campione di oltre 4.000 volontari seguiti per più di dieci anni. Lo studio ha seguito 2.888 persone a partire dall’età di 45 anni esaminando la maggiore probabilità di ictus. Inoltre, 1.484 partecipanti di 60 anni o più anziani sono stati studiati per l’aumentato rischio di demenza. Va aggiunto che è probabile che tali consumatori abituali e giornalieri di bevande dietetiche lo avevano fatto proprio perché affetti da obesità e diabete. Malattie che espongono maggiormente ai rischi di danni cardio e cerebrovascolari.

In ogni caso, i risultati sono stati adeguati a variabili quali l’età, il sesso, l’apporto calorico, qualità della dieta, l’attività fisica e il fumo. I dati della ricerca sono stati così commentati da Matthew Pase, ricercatore in neurologia della Boston University School of Medicine: «Abbiamo scoperto che le persone che consumavano bevande dietetiche su base giornaliera hanno avuto tre volte più probabilità di sviluppare sia ictus e che demenza nell’arco di 10 anni rispetto a quelli che non avevano consumato bevande dietetiche». In definitiva, uno studio che fornisce ulteriori prove per collegare il consumo di bevande dolcificate artificialmente con il rischio di ictus. E ciò non assolve l’uso giornaliero di bevande zuccherine, che hanno un effetto deleterio sul cervello. Come commenta nel suo blog la Boston University School of Medicine: “I dati del Framingham Heart Study (FHS) hanno dimostrato che le persone che consumano più di frequente bevande zuccherate, come bibite e succhi di frutta, hanno maggiori probabilità di avere carenze di memoria, minori volumi cerebrali in generale e piccoli volumi dell’ippocampo, zona del cervello importante per la memoria”. Conclusioni pratiche: meglio preservare il cervello e la memoria. Ricordandosi di bere acqua.

Heike Wersching, Hannah Gardener, Ralph L. Sacco, Sugar-Sweetened and Artificially Sweetened Beverages in Relation to Stroke and Dementia Are Soft Drinks Hard on the Brain? https://doi.org/10.1161/STROKEAHA.117.017198 Stroke. 2017; STROKEAHA.117.017198  Originally published April 20, 2017

BU School of Medicine, Daily Consumption of Sodas, Fruit Juices and Artificially Sweetened Sodas Affect Brain. Thursday, April 20th, 2017 in Featured, In the Media, Research

Il mio nome è Stronzo Bestiale, scienziato


TruffaC’è un gran mercato dietro l’etichetta “rivista scientifica”. Come è possibile immaginare. Tanto che vi sono cosiddette “riviste scientifiche” (Open Access) in cui non pubblichi per merito, ma perché paghi. Ma anche qui non si può generalizzare: vi sono Open Access più serie e meno serie. In ogni caso, le pubblicazioni scientifiche più serie vanno su riviste i cui lavori vengono sottoposti a “revisione paritaria” (peer review). Ma pure qui non mancano gli interessi economici e le frodi. Non dimentichiamo che curriculum accademici, carriere universitarie, finanziamenti e premi per il punteggio ottenuto (impact factor) sono in funzione di dove pubblichi i tuoi articoli scientifici. Ma per alcuni, anche quanto pubblichi.  Un elenco di pubblicazioni scientifiche in inglese, considerevolmente lungo, fa sempre impressione. E non tutti vanno a verificare la qualità di quanto e dove hai pubblicato. Soprattutto con il proliferare delle pubblicazioni scientifiche in rete. Non ci sono solo le “fake news”, in definitiva facili da sgamare e neutralizzare. Ben più gravi sono le news e addirittura le pubblicazioni della “fake science”. Specie se in campo medico o, in generale, in tutti quei settori che hanno ricadute sulla vita e sulla salute pubbliche.

Sul tema delle pubblicazioni scientifiche farlocche (ma è capitato, in anni passati, anche in campo letterario) è tornata di recente “Nature” richiamando la definizione critica, già adottata nel settore, di “riviste predatorie”. Le pseudoriviste scientifiche che vanno a caccia di autori paganti. Un po’ come una prostituta a caccia di clienti. Forse si potrebbe pure calcare la mano definendole “riviste prostitute”. Fregandosene della qualità e attendibilità di quanto pubblicano. E pure degli autori. Una dimostrazione? Nel 2015 “Nature” ha creato un profilo scientifico fasullo, con tanto di curriculum, appartenenza universitaria e foto carina di una professoressa universitaria in storia della scienza. Ebbene, ha ricevuto un nutrito numero di inviti ad entrare in comitati editoriali di riviste “scientifiche”. Oltre ad essere citata. Il nome? Anna O. Szust. In polacco “Oszust” significa “una truffa”. Ma c’è chi è andato oltre. C’è chi ha aggiunto il nome del suo cane tra gli autori della pubblicazione, vedendoselo citato nel corso degli anni. E chi, per ripicca, si è firmò “Stronzo Bestiale” perché un suo lavoro sulla dinamica molecolare venne respinto, finendo poi pubblicato in un’altra rivista di fisica. E, ovviamente, Stronzo Bestiale è stato citato anche distanza di anni. A dimostrazione che a essere stronzo, qualcosa ci si guadagna sempre. Specie se bestiale.

Piotr Sorokowski, Emanuel Kulczycki, Agnieszka Sorokowska& Katarzyna Pisanski, Predatory journals recruit fake editor, Nature|Comment, 22 March 2017

Gina Kolata, A Scholarly Sting Operation Shines a Light on ‘Predatory’ Journals, The New York Times, March 22, 2017

Anjana Ahuja, Dr Fraud and the strange case of the online science journals, The Financial Times, April 17, 2017

Cat Ferguson, Should papers be retracted if one of the authors is a total asshole?, Retraction Watch, October 9th, 2014