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Perché le diete non funzionano? L’effetto iatrogeno della restrizione cognitiva


PesoLe Scienze di questo mese pubblica un articolo dal titolo significativo: “Le verità confuse sulla perdita di peso”. Ne sono autrici Susan B. Roberts e Sai Krupa Das entrambe del Jean Mayer USDA Human Nutrition Research Center on Aging alla Tufts University (Medford/Somerville, Usa). Il fatto che sovrappeso e obesità siano così, e sempre più, diffusi nel mondo, tanto da parlarsi di “globesità”, la dice lunga sul fatto che nessuno sia ancora stato in grado di attuare metodiche in grado di contenere, se non di ridurre, il fenomeno in modo significativo. Annotando quanto le diete alla moda, reality televisivi e forza di volontà alla fine non abbiano lasciato il segno, le due ricercatrici statunitensi spiegano che il loro ventennale lavoro è per la maggior parte consistito nello sfidare “dogmi comuni” aprendo “porte per nuovi approcci”.  In questa ottica, aperta a nuove proposte e nuovi approcci, ospitiamo questo contributo della psicologa Anne Galles  della Open School Studi Cognitivi di Milano. 

Un individuo segue una dieta dimagrante non appena esercita un controllo di ordine cognitivo sul proprio comportamento alimentare con l’obiettivo di dimagrire o di non ingrassare. L’individuo si nutre quindi con una modalità riflessiva. Si fida di credenze che definiscono le condotte alimentari maggiormente adatte al suo progetto di dimagrimento. Tali credenze riguardano le quantità di alimenti da consumare, la loro composizione, gli abbinamenti autorizzati, i metodi di cottura e di condimento, gli orari e le modalità di consumo.

 

Alcuni dati a supporto della condanna categorica delle diete dimagranti

L’inefficacia e la iatrogenicità delle diete dimagranti dovrebbero portare a una tutela della popolazione, all’abbandono definitivo di tali pratiche da parte dei medici – o per lo meno alla loro sospensione – nell’attesa di avere dati integrativi. Converrebbe quindi orientarsi verso altri metodi per trattare i problemi ponderali (Apfeldorfer & Zermati, 2007). Per illustrare questa sentenza perentoria, gli autori citano lo studio di Stunkard e McLaren-Hume, già nel lontano 1959, che dimostra che soltanto il 5% delle persone che seguono una dieta dimagrante riesce a perdere peso senza poi riprenderlo (Apfeldorfer & Zermati, 2001). I dati più recenti non sono maggiormente incoraggianti (Zermati & Apfeldorfer, 2010): la metanalisi di Anderson (2001) relativa a ventinove trattamenti dimagranti dimostra che la perdita di peso di soggetti il cui peso medio è di cento chili, non supera i tre chili a cinque anni dall’inizio della dieta; lo studio di Phelan (2003) coinvolge 2400 soggetti e conclude che il 94% delle persone che hanno perso peso l’hanno riacquistato interamente dopo due anni.

Come spiegare quindi il paradossale e sfrenato entusiasmo per i trattamenti dimagranti? Le diete sono inefficaci nella gestione dei problemi ponderali eppure non sono mai state così popolari: lo spostamento dei canoni sociali verso un fisico snello ha generato un aumento della prevalenza delle diete e questo ha fatto sì che il pattern alimentare “normale” per la donna nord-americana sia proprio essere a dieta (Polivy & Herman, 1987)

 

Cos’è una dieta dimagrante?

Per capire cosa intendiamo con il termine dieta dobbiamo prima definire cos’è un comportamento alimentare normale o fisiologico. Esso è caratterizzato da tre criteri (Apfeldorfer & Zermati, 2007):

– Il comportamento alimentare è un comportamento controllato: le teorie della regolazione fisiologica fanno dipendere il comportamento alimentare da circuiti omeostatici la cui funzione è assicurare la stabilità di alcuni valori biologici (massa grassa, nutrimenti e micronutrienti). Nel caso della massa grassa, l’omeostasi si traduce concretamente in un peso stabile o set point. Ogni scarto rispetto al set point si esprime in un fabbisogno che provocherà la ricerca e l’assimilazione degli alimenti che porteranno l’energia o dei nutrimenti che colmeranno il fabbisogno.

– Il comportamento alimentare è un comportamento motivato: le informazioni sulla variazione delle riserve energetiche raggiungono il cervello tramite la variazione delle concentrazioni di leptina e di glucosio nel sangue. Tali informazioni giungono alla coscienza sotto forma di sensazioni alimentari: la comparsa, la diminuzione e la scomparsa del fabbisogno energetico prenderanno successivamente la forma di sensazioni di fame, di appagamento e di sazietà. Le informazioni relative ai fabbisogni di micronutrienti si traducono in appetiti specifici: la loro comparsa e la loro scomparsa attivano aree emotive del cervello e l’atto di colmare il fabbisogno si esprime attraverso la soddisfazione.

– Il comportamento alimentare è un comportamento sensato ovvero gli alimenti e le modalità per consumarli sono supportati da rappresentazioni mentali legate alla cultura o alla storia di vita che contribuiscono al sentimento di sicurezza nel quale si dovrebbe collocare l’atto alimentare.

Come possiamo quindi definire una dieta? Dal suo carattere ipocalorico? Dal fatto che precluda alcuni alimenti vietati? Dalla frustrazione generata? Queste caratteristiche appaiono parziali e non esaustive. Secondo gli autori, un individuo segue una dieta dimagrante non appena esercita un controllo di ordine cognitivo sul proprio comportamento alimentare con l’obiettivo di dimagrire o di non ingrassare. L’individuo si nutre quindi con una modalità riflessiva. Si fida di credenze che definiscono le condotte alimentari maggiormente adatte al suo progetto di dimagrimento. Tali credenze riguardano le quantità di alimenti da consumare, la loro composizione, gli abbinamenti autorizzati, i metodi di cottura e di condimento, gli orari e le modalità di consumo.

Assistiamo quindi a uno spostamento da una teoria psicogena del sovrappeso, ormai superata, verso un ruolo preponderante delle conseguenze degli sforzi per dimagrire: le caratteristiche psicologiche delle persone in sovrappeso non sarebbero dei tratti personologici ma sarebbero dovute al fatto che questi individui tentano di rimanere al di sotto al proprio peso forma o set point lottando costantemente contro i meccanismi di regolazione biologica. Questo fenomeno farebbe nascere negli individui stati mentali paragonabili a quelli delle persone in stato di deprivazione alimentare come l’iperfocalizzazione sul cibo, la difficoltà di concentrazione, l’irritabilità e l’iperemotività.

 

La teoria della restrizione cognitiva per spiegare l’inefficacia delle diete

I dati sull’inefficacia delle diete si spiegano quindi come la sconfitta ineluttabile di un controllo cognitivo del comportamento alimentare nel medio e lungo termine. Si parla di restrizione cognitiva per indicare non uno bensì due stati che si alternano a un ritmo variabile:

uno stato di ipercontrollo durante il quale l’individuo inibisce le proprie sensazioni alimentari e padroneggia il proprio comportamento alimentare;

uno stato di disinibizione e perdita di controllo sotto forma di compulsioni e abbuffate.

La sperimentazione storica di Herman e Mack (1975) illustra questo fenomeno: viene offerto ai soggetti dell’esperimento un pasto a base di gelato, senza nessuna limitazione quantitativa; in base ai gruppi sperimentali, questo pasto è preceduto da nessuno, uno oppure due milk-shake (è il cosiddetto preload). I risultati mostrano che, dopo aver assimilato due milk-shake, le persone avendo una regolazione alimentare soddisfacente (unrestrained eaters) mangiano meno gelato durante il pasto successivo; al contrario, e con un preload equivalente (ovvero due milk-shake), le persone in stato di restrizione cognitiva (restrained eaters) mangiano successivamente una maggiore quantità di gelato: questo fenomeno di contro regolazione alimentare si spiegherebbe grazie all’effetto di trasgressione del divieto (abstinence violation effect) che si traduce nel seguente pensiero: “ho già sgarrato quindi non serve più a nulla controllarmi”.

Gli stessi risultati emergono quando si manipola la variabile di percezione dell’abbondanza delle porzioni di cibo (Polivy, Herman, & Deo, 2010): quando la fetta di pizza mangiata in fase di preload appare più grande, i restrained eaters tendono a mangiare, in una seconda fase dell’esperimento, una maggiore quantità di biscotti rispetto agli unrestrained eaters.

Anche la deprivazione pregressa di cioccolato per una settimana induce i restrained eaters a mangiare una maggiore quantità di cioccolato, rispetto agli altri gruppi di controllo, una volta che l’alimento è di nuovo disponibile (Polivy, Coleman, & Herman, 2005).

La restrizione cognitiva appare quindi come un meccanismo che modifica l’espressione di una fame fisiologica. L’individuo in stato di restrizione cognitiva non prova sensazioni nitide di fame o di sazietà e si colloca in una zona di indifferenza biologica (Herman, Polivy, Lank, & Heatherton, 1987). Diventa quindi ipersensibile ai fattori esterni, emotivi e sociali e mangia in base all’ambiente o alle sue credenze.

A livello clinico, la restrizione cognitiva è descritta come un passaggio da un tentativo di controllo mentale verso un controllo sempre più emotivo del comportamento alimentare. Secondo Apfeldorfer e Zermati (2007) questo passaggio avviene in quattro fasi:

fase 1: le sensazioni alimentari sono percepite ma deliberatamente ignorate. Vengono adottate alcune regole dietetiche (non mangiare tra i pasti, fare tre pasti al giorno, evitare alcuni alimenti, ecc.). Per seguire queste regole l’individuo deve ignorare le proprie sensazioni alimentari ed elaborare alcune strategie (ad esempio, non trovarsi in presenza di alimenti non autorizzati);

fase 2: le sensazioni alimentari sono percepite ma non possono più essere rispettate. Il comportamento dell’individuo è progressivamente dominato da schemi di pensiero dicotomici del tipo “se mangio un alimento vietato, devo mangiarne tanto perché non potrò più mangiarlo in futuro” oppure “se mangio tanti alimenti autorizzati mi passerà la voglia di mangiare quelli vietati”. Questi schemi inducono emozioni centrate sulla paura di aver fame, sulla paura che manchi il cibo, sulla colpa e sulla frustrazione. Sono quindi le credenze e le emozioni che controllano il comportamento alimentare a discapito delle sensazioni fisiologiche;

fase 3: le sensazioni alimentari non sono più percepite. L’individuo non prova né fame, né sazietà né appetiti specifici. A questo punto il controllo cognitivo diventa l’unico controllo possibile del comportamento alimentare;

fase 4: il comportamento alimentare è in balia delle emozioni. L’individuo non riesce più a controllare volontariamente il suo comportamento alimentare sul lungo termine. Alterna periodi di controllo mentale a periodi di controllo emotivo che possono tradursi in pasti esageratamente abbondanti, compulsioni a mangiare o vere e proprie abbuffate. Una minore resistenza fisica e mentale, degli eventi di vita oppure la semplice trasgressione di un divieto alimentare può scatenare una perdita di controllo.

La restrizione cognitiva si può inoltre manifestare con quattro gradi di gravità: leggera (so di aver fame ma non devo mangiare), moderata (so di non aver più fame ma non riesco a fermarmi), severa (non so più se ho ancora fame oppure se ho mangiato abbastanza), terminale (mangio senza aver fame e non riesco più a controllare nulla).

 

Quali implicazioni terapeutiche? 

Il semplice fatto di seguire una dieta dimagrante oppure un programma di alimentazione “equilibrata” sia su richiesta medica sia in modo spontaneo induce l’individuo ad abbandonare un’alimentazione intuitiva a favore di un’alimentazione riflessiva, fondata su delle credenze. Questo tipo di comportamento alimentare corrisponde a una restrizione cognitiva o “controllo mentale dell’alimentazione”. Il livello di restrizione cognitiva può variare da una semplice sconnessione dalle proprie sensazioni alimentari a veri e propri disturbi del comportamento alimentare. La restrizione cognitiva deve quindi essere considerata alla meglio come un fattore di rischio per i disturbi del comportamento alimentare e alla peggio come un disturbo del comportamento alimentare in sé. Di fronte a un paziente in stato di restrizione cognitiva, il primo obiettivo sarà di aiutarlo a ritrovare un comportamento alimentare guidato dai suoi sistemi di regolazione fisiologica e dalle sue preferenze alimentari. Una psicoterapia a orientamento cognitivo consentirà di lavorare sui processi di pensiero disfunzionali che portano a ignorare le proprie sensazioni di fame e sazietà e a mangiare in base a dei criteri esterni. Il fatto di mangiare seguendo invece i propri criteri interni dovrebbe consentire alle persone di recuperare un peso forma che dipende a sua volta dalla propria eredità genetica, dal proprio stile di vita e dalla propria storia alimentare e ponderale. Questo set point è, oggettivamente, il peso auspicato, anche se non corrisponde alle tabelle del peso ideale o ai criteri di moda. Il lavoro sul comportamento alimentare per abbandonare lo stato di restrizione cognitiva deve spesso essere accompagnato da un lavoro psicoterapeutico per identificare risposte non alimentari a problemi di natura non alimentare (emotivi, relazionali) e per accettare e convivere con il proprio set point (Apfeldorfer & Zermati, 2001).

 

(Ripreso con autorizzazione dell’autrice da State of Mind )

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Dal mare al cervello: l’alga che lo ripara


AlgheOKLe alghe sono usate da secoli, specie dai popoli asiatici e in particolare dai giapponesi, ad uso alimentare e terapeutico. Una ricerca resa pubblica in queste ore apre addirittura delle speranze nella riparazione del tessuto cerebrale danneggiato a causa di ictus o traumi. La lesione nervosa, e le conseguenze funzionali che ne derivano, è sostenuta dal processo infiammatorio e cicatriziale che consegue al trauma. “Questo arresta o impedisce il processo di guarigione. Quindi è fondamentale trovare un modo naturale per fermare l’infiammazione e la cicatrizzazione, incoraggiando  la guarigione”, ha spiegato il bioingegnere australiano Richard Williams. Richard Williams del Royal Melbourne Institute of Technology  (RMIT University Melbourne) e David Nisbet, anche lui bioingegnere dell’ Australian National University , hanno creato una  “impalcatura (scaffold) di idrogel” che pare funzioni nei cervelli danneggiati.  E da cosa è ricavato questo idrogel, questa specie di colla naturale per riparare i tessuti nervosi danneggiati? Dalle alghe.

“La lesione traumatica del cervello provoca devastanti danni funzionali a lungo termine, poiché la naturale risposta infiammatoria alla lesione previene la ricrescita”, ha dichiarato Williams. È qui che entra in gioco il nuovo utilizzo di alghe di Williams e Nisbet. Lavorando con la compagnia biofarmaceutica tasmaniana Marinova, i ricercatori hanno unito un naturale polisaccaride (molecola di zucchero) antinfiammatorio trovato in alghe con brevi peptidi (piccole proteine) per creare l’impalcatura idrogel che si abbina alla struttura del tessuto cerebrale sano. “Abbiamo usato frammenti di queste proteine ​​per formare un idrogel artificiale che il corpo riconosce come tessuto sano. Abbiamo poi guarnito questa rete con gli zuccheri presenti nell’alga per creare il sistema idrogel antinfiammatorio “, ha dichiarato Williams. “Le alghe fermano la cicatrizzazione e l’impalcatura lascia crescere le cellule. Questo potenzialmente consente un approccio completamente biologico con biomateriali per curare i danni causati da lesioni cerebrali traumatiche e ictus, permettendo al cervello di ripararsi. Per la prima volta abbiamo dimostrato che possiamo progettare un costrutto di tessuti che consente la ricrescita in tessuti cerebrali danneggiati, aumentando il potenziale di riparazione e rigenerazione”, ha detto Nisbet.

A occhio, anche soltanto pensando a ruolo degli zuccheri nel cervello, e in questo caso stiamo parlando di zuccheri naturali ricavati dalle alghe e trasformati in idrogel iniettabile nel tessuto nervoso danneggiato, la strada sembra promettente. Staremo a vedere da altre sperimentazioni. Ma se fosse vero, i due giovani bioingegneri sarebbero già avviati al Nobel. Confermando la regola che le innovazioni e le scoperte in campo biomedico, oggi arrivano dalla stretta collaborazione tra bioingegneri, fisici, statistici, informatici e medici.

Francesca L. Maclean, Yi Wang, Rohan Walker, Malcolm K. Horne, Richard J. Williams, and David R. Nisbet, Reducing Astrocytic Scarring after Traumatic Brain Injury with a Multifaceted Anti-Inflammatory Hydrogel System, ACS Biomaterials Science and Engineering, Publication Date (Web): August 15, 2017

Una casa pulita da lasciare senza fiato


Pulizia.jpgAvere la casa linda e disinfettata con prodotti candeggianti può avere un prezzo. Forse anche caro. Il prezzo da pagare nel tirare a lucido e disinfettare la casa, o altri ambienti, con candeggine, prodotti a base di  alcool, perossido di idrogeno e quaternari di ammonio, può tradursi nella possibilità di contrarre malattie respiratorie serie e debilitanti come la Bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva), l’asma e l’enfisema.

A sostenerlo stavolta non è una ricerca da poco, svolta per un breve lasso di tempo su un campione ridotto di persone, ma bensì uno studio ampio ed esteso, della durata di 30 anni condotto su una popolazione di 55.000 infermieri degli Stati Uniti. Lo studio congiunto dell’Harvard University e del  French National Institute of Health and Medical Research (Inserm) ha rilevato che quanti usano prodotti detergenti e disinfettanti anche soltanto una volta alla settimana hanno un’alta probabilità di sviluppare malattie respiratorie, in una percentuale pari al 32%. Se tali prodotti vengono usati tutti i giorni, o più volte alla settimana, il rischio aumenta.

Era noto il rischio respiratorio, anche se mai studiato a fondo, di chi usa prodotti disinfettanti a spruzzo di tale genere, per la pulizia. Così come il ruolo del fumo, delle polveri inquinanti e dei prodotti ignifughi presenti nei tappeti e nei mobili, ad esempio. Per la prima volta viene però messo in evidenza il legame tra malattie respiratorie e prodotti per la pulizia domestica. Lo studio, ripeto, è da tenere in seria considerazione. Ciò non vuole dire che dobbiamo trasformare casa in un porcaio, ma magari pulirla rivolgendosi a prodotti più ecologici di quelli elencati. E per gli operatori sanitari, costretti ad usare disinfettanti, fare uso di accorgimenti appropriati, ad esempio mascherine adeguate, per non ammalarsi a loro volta.

Nicola Slawson, Regularly using bleach linked to higher risk of fatal lung disease, The Guardian, Monday 11 September 2017

Amen per il cervello delle donne


amenIn anni passati scrissi un servizio per un settimanale femminile, corredato da foto scientifiche originali, sul cervello femminile. Non vi erano ancora in corso molte ricerche né pubblicazioni sulle differenze di genere a livello cerebrale. In quegli anni ci fu chi riscontrò una maggiore e migliore connessione tra i due emisferi cerebrali del cervello femminile, grazie alle fibre nervose del corpo calloso che li collega. Da cui una ipotetica compresenza di maggiore scambio tra il cervello “intuitivo” e quello “razionale”.

Lo studio delle differenze tra il cervello maschile e femminile ha registrato un periodo di grande interesse negli scorsi anni, per poi rientrare con la sentenza: non vi sono sostanziali differenze tra i due cervelli. Se può essere vero, e in parte lo è, dal punto di vista anatomico, morfologico, rimangono ancora da approfondire le differenze funzionali. Come funzionano i due cervelli, maschile e femminile. A quali disturbi e malattie vanno incontro più frequentemente. Che dipendono, ad esempio, dal differente assetto endocrino tra maschi e femmine, dagli ormoni e dalla circolazione sanguigna. Un nuovo studio molto esteso su maschi e femmine (26.683 pazienti con condizioni psichiatriche e 119 sani) ha impiegato tecniche di visualizzazione cerebrale (neuroimaging funzionale), nello specifico la tecnica Spect (tomografica a emissione di singolo fotone).

Lo studio in questione mirava ad accertare se vi può essere una correlazione tra il maggiore flusso sanguigno, e quindi il maggiore apporto di ossigeno ai neuroni e a determinate aeree cerebrali nelle donne, il che può essere visto come un vantaggio in termini di migliore funzionalità cerebrale, ma forse pure come svantaggio nella predisposizione a malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. Le aree in cui i cervelli delle donne si trovavano significativamente più attivi in ​​termini di flusso sanguigno erano la corteccia prefrontale , che aiuta a controllare gli impulsi e mantenere l’attenzione e le parti limbiche o emotive del cervello, che gestiscono l’umore e l’ansia. Uno di quei lavori su cui molti giornalisti e media si butteranno a pesce, perché pare confermare molte osservazioni empiriche che ognuno di noi fa nella vita quotidiana, sul modo di funzionare delle teste maschili rispetto a quelle femminili. Sarebbe una conferma, anche semplicistica a ben vedere, di taglio apprentemente “scientifico”.

Resta solo da aggiungere che il ricercatore principale dello studio, firmatario del lavoro, brain-blood-activity.jpgè uno psichiatra dalla reputazione controversa: Daniel Amen. Uno di quei palestrati medici statunitensi, californiani, delle star e dei ricconi, con cliniche intestate a proprio nome, molto addentro ai meccanismi di marketing, che fanno un sacco di soldi pure con libri (pubblicati anche in italiano), programmi tv, corsi e conferenze, del genere “cambia la tua età e la tua vita col cervello”. Un guru della nuova e redditizia religione del corpo. Attendiamo dunque conferme o smentite a questo studio che, sulla carta, pare stimolante. Ma per potere dire Amen, dobbiamo attendere altro.

Nella foto della scansione:  in rosso, il flusso sanguigno che risulterebbe aumentato nel cervello delle donne. Immagine diffusa, manco a dirlo, dalle “Amen Clinics”.

Amen DG, Trujillo M, Keator D, Taylor DV, Willeumier K, Meysami S, Raji CA, Gender-Based Cerebral Perfusion Differences in 46,034 Functional Neuroimaging Scans, Journal of Alzheimer’s Disease, 2017 Aug 4. doi: 10.3233/JAD-170432.

 

La medicina della relazione


Soresi(Intervista-articolo di Valentina Guzzardo) La connessione tra corpo e mente va riletta alla luce della Psico-neuro-endocrino-immunologia (Pnei), che fa della medicina una scienza olistica.  In questa prospettiva il sintomo è solo la tappa di partenza del percorso di ripristino della comunicazione cellulare attraverso neurotrasmettitori. La terapia manuale è un valido aiuto in tale lavoro di riequilibrio, nell’ottica imprescindibile di un approccio terapeutico sinergico. Parola di Enzo Soresi, diventato autorevole esponente della medicina integrata e libero studioso di Neurobiologia per passione dopo cinquant’anni di carriera nel ruolo di primario di Pneumologia all’Ospedale Niguarda di Milano.

E’ pneumologo e oncologo di fama mondiale e il suo libro, il ‘Cervello Anarchico’ è all’undicesima ristampa eppure ancora si stupisce del successo inesauribile. Da quando dieci anni fa Enzo Soresi è uscito ‘dal giro’ della Sanità con i suoi obblighi e la sua burocrazia, ha un ‘pallino’: la Neurobiologia e divulgare cultura attraverso una visione ampia e aggiornata, senza tabù. Ha aperto per passione Neurobioblog # Connessioni Cervello Mente Corpo, che tiene da cinque anni con il giornalista medico-scientifico Pierangelo Garzia, insieme al quale ha scritto anche ‘Guarire con la nuova medicina integrata’ e ‘Mitocondrio mon amour’. “Divulgare cultura vuol dire potenziare l’effetto placebo – esordisce il Prof. Soresi – Questo è il senso generale della mia azione nella relazione medico-paziente. Quando prescrivo un farmaco a una persona malata spiegandogli come funziona e che senso ha, la medicina sortisce un effetto migliore”.

Cos’è la Psico-neuro-endocrino-immunologia e come ha cambiato il rapporto corpo-mente?

“La Pnei spiega come ogni atto psichico e spinta emozionale modificano la risposta biologica in quanto si è scoperto che il cervello è produttore di sostanze che si parlano col sistema immunitario e  neuroendocrino. Questa nuova scienza nasce dalla profonda conoscenza della comunicazione cellulare e si basa sul colloquio che avviene tra sistema immunitario, neuroendocrino e le strutture profonde del cervello, il sistema limbico. Tutto questo mondo di cellule si parla attraverso neurotrasmettitori, neuropeptidi, ormoni e il colloquio è quello che porta alla salute o alla malattia intesa come espressione di un danno che si sta manifestando nella comunicazione. Quindi le emozioni attivano o disattivano determinate risposte. Ogni reazione fisica è da leggere in senso biologico. La terapia manuale può essere utile sul piano dei neurotrasmettitori: un lavoro di riequilibrio all’interno delle fibre distribuisce meglio la comunicazione. Tale processo è guidato dal sintomo, che è solo il punto di partenza di un percorso. Sono sempre le concomitanze dell’organismo che vanno capite sinergicamente”.

In che modo integra la sua attività coi terapisti manuali?

“La terapia manuale è un’ottima opzione, insieme al movimento fisico, per riattivare i mitocondri, ad esempio. A differenza nostra, loro possono ringiovanire. Meglio stanno, meglio stiamo. Sono loro a darci vita energetica e sono ovunque: nei muscoli, nel cuore (il 40% del volume della cellula cardiaca è occupata dai mitocondri), nel cervello. A mio avviso va integrato tutto. Non a caso io stesso mi faccio trattare da un terapista manuale ogni martedì, oltre a camminare quaranta minuti al giorno almeno tre volte a settimana: più muoviamo il nostro corpo meglio stiamo, tutto va mosso. Un altro esempio è il modo in cui alleno i fumatori. Il segreto è mobilizzazione del diaframma per recuperane la funzione. Il senso generale dell’esercizio fisico, anche in Oncologia, è recuperare ossigeno perché diventa un baluardo contro la malattia. Oltre al movimento fisico e all’approccio psicoterapeutico, nella gestione del malato prevedo anche un lavoro manuale di tipo manipolativo viscerale per togliere l’intrappolamento del nervo frenico e di conseguenza allentare la tensione del muscolo diaframmatico. Qualsiasi atto medico integrato è un atto che punta alla prevenzione del danno organico cioè a ridare equilibrio al sistema: una comunicazione che sia equilibrata. Abbiamo 144 diversi tipi di cellule nel nostro organismo. La comunicazione fra loro si basa su oltre 600 recettori di membrana e circa 1.800 messaggeri cellulari (ormoni, neuropeptidi, citochine): tutte queste connessioni sono un caos e in tale caos il benessere non è semplice. Ogni tipo di relazione medico-paziente-cliente attiva un percorso. Se ho una persona malata di fibrillazione atriale e agisco solo in maniera organica dandogli un anticoagulante e non so nulla del suo mondo emotivo…che peccato, che brutta medicina! Se invece ci si approccia in maniera più ampia non si fa altro che migliorare il vissuto di tutti. E’ questa la verità e la bellezza della nuova medicina e, in definitiva, della vecchia medicina, di cui ci stiamo riappropriando: la relazione. Inoltre oggi abbiamo a disposizione farmaci, fitoterapici, integratori ed una notevole quantità di tecniche complementari da giocare al meglio”.

Quale ruolo assume il farmaco in questo contesto?

“Come dicevo, quando vedo casi dove penso siano utili terapie complementari propongo l’approccio manuale, il Feldenkrais, la Mindfullness, l’omeopatia, l’agopuntura, la fitoterapia…Nel libro ‘Il Cervello Anarchico’, infatti, scrivo che ho tutti i ‘consulenti’ del mondo, mi manca solo lo sciamano perché nel contesto occidentale è la compressa a farne le veci. L’effetto placebo è una realtà biologica. La grande novità è che segue vie biologiche precostituite, impostate nei primi anni di vita. Alcuni studi iniziano a considerarlo a tutti gli effetti un organo – il Placeboma – costruito da un pool di geni finalizzato ad acquisire la ‘funzione’ placebo che risponde in modo personalissimo sulla base di come la persona è stata accudita da piccola, di quello che ha mangiato, di quanto è stata amata, di ciò che gli è successo nei primi anni di vita. In questo periodo dell’infanzia si costruisce tutto il proprio mondo biologico, che è fatto di comunicazioni cellulari: a seconda di come funzionano, quando si assume un farmaco la connessione è maggiore o minore. A dimostrazione di ciò, recentemente è stato osservato che gli antidepressivi funzionano se il placebo è in condizione di farli funzionare. Anche il mito del farmaco va sfatato, dunque, perché la medicina va vista all’interno di un percorso biologico: prima viene la biologia, dopo la compressa. E’ proprio lo sviluppo della medicina in senso biologico e non più meccanicistico ad appassionarmi di più. La nuova grande scienza, grazie alle acquisizioni degli ultimi cinquant’anni, è la Biologia, che dà un senso scientifico alla Medicina: la conoscenza della cellula (che si basa sulla microscopia elettronica e le reazioni istochimiche) è ciò che oggi sta modificando la comprensione della risposta biologica di ciascun individuo. Più conosciamo la comunicazione cellulare più riusciamo a entrare nell’organismo e rimodularlo in senso corretto. E’ questo il senso generale della medicina, della relazione e della farmacologia”.

In che modo cambia l’importanza della terapia manuale alla luce di queste novità?

“Grazie agli studi di Candace Pert (neuroscienziata e farmacologa statunitense) sappiamo che tutti i recettori degli oppioidi sono sia centrali che periferici per cui l’emozione viene espressa ovunque nel corpo. Occorre quindi facilitarne lo scorrimento in modo che non si blocchi e che la liberazione coinvolga l’intero organismo. Il lavoro manuale aiuta questo processo di rilascio di beta-endorfine e dunque l’espansione di emozione organica positiva”.

Ad oggi quante persone sono aperte come lei nel settore?

“Io ritengo che ciascun medico nasca filosofo e debba arrivare alla propria visione della medicina attraverso una cultura generale – dai libri alla musica – per poi farsi portare dalla curiosità, la molla che ha mosso l’Homo Sapiens. Chi viene ai convegni dove presento gli ultimi aggiornamenti su questi temi è sempre entusiasta perché evidentemente ha dentro le stesse cose. Più in generale, ci sono colleghi che paiono finalmente contenti che qualcuno abbia aperto la strada alla biologia e alle emozioni. D’altra parte i medici sono vincolati dalla società contemporanea a situazioni fortemente aggressive che impongono responsabilità personali, medicina difensiva…io stesso ho dovuto vivere in ospedale per anni come una macchina da guerra. Quando ne sono uscito ho potuto riappropriarmi di me stesso, delle mie convinzioni più ampie, rimanendo comunque sempre attento alla medicina scientifica in senso attuale. La Medicina è una scienza in progress”.

Quando sarà una scienza perfetta? 

“Quando avrà la conoscenza di tutto l’organismo e di tale sistema all’interno del cosmo. Quando si saprà tutto di Fisica e di Biologia. E quando, pur avendo la propria specializzazione, si sarà capaci di quello sguardo d’insieme sull’essere umano tra le nostre mani che fa la differenza nella cura”.

 

Per saperne di più: Fascial Crossroads. Roma, 21-22 Ottobre 2017

http://www.fascialcrossroads.it/panoramica_generale_congresso.html

 

Aiuto la muffa cattiva!


 

MuffaTra le moderne fissazioni salutistiche va aggiunta la “micotossicosi”. La muffa nera cattiva. «La muffa nera visibile negli appartamenti e negli edifici può portare a vaghi e soggettivi sintomi di perdita di memoria, incapacità di concentrarsi, stanchezza e mal di testa che sono stati segnalati da persone che hanno erroneamente creduto di soffrire di “micotossicosi”», come dice un recente articolo scientifico. Cioè: certa gente pensa di avere questi sintomi a causa della muffa nera cattiva nell’ambiente in cui vive o lavora. Sulla terra si stima che esistano milioni di tipi di muffe. Si parla tanto del microbioma intestinale, o di altre parti del corpo, ma esiste pure un microbioma degli edifici, delle case (muffe, funghi, batteri) che convive con noi. Tutti questi microrganismi convivono con noi da milioni di anni e non sono di per sé tossici, tranne che in certe circostanze. Ad esempio nei casi di cosiddetta “edilizia malata” (per esempio, il fungo aspergillo o il batterio Legionella, entrami dannosi per l’apparato respiratorio) o di  deficit delle difese immunitarie, per altre malattie, del nostro corpo. Ma, generalmente, «gli esseri umani non sono esposti a micotossine sufficienti per sviluppare la malattia, a meno che non consumino quantità tossiche di micotossine o che siano esposti a intense tempeste di polveri organiche».

Andrea T Borchers,Christopher Chang,M.Eric Gershwin, Mold and Human Health: a Reality Check, Clinical Reviews in Allergy & Immunology, June 2017, Volume 52, Issue 3, pp 305–322

Lo sciamano cheesecake


SinghA chi non piace il cheesecake? La tesi che lo sciamano, senza offesa, sia simile all’invenzione del cheesecake è contenuta in una recente pubblicazione di Manvir Singh (Dipartimento di biologia evolutiva umana, Harvard University). Contrariamente alle tesi che vedevano nello sciamano un ciarlatano, uno psicotico, un prete ispirato, un performer, uno psicoanalista, un custode o un medico, Singh aggiunge alla lista la categoria partirita dallo psicologo evoluzionista, sempre harvardiano, Steven Pinker: “uno squisito prodotto confezionato per solleticare i punti sensibili delle nostre strutture mentali”.
E in effetti, lo sciamano, come il cheesecake, funziona ancora oggi. Viene inviato pure nelle nostre società avanzate. Anche in situazioni e convegni ipertecnologici. Perché?
Perché sollecita le nostre strutture mentali. Risponde a esigenze profonde della nostra mente. Stuzzica emozioni, timori e paure vecchi come le stratificazioni del nostro cervello. «Nello stesso modo in cui – spiega Singh – l’evoluzione culturale e le pasticcerie hanno ideato dolci configurati per i nostri organi di senso dell’età della pietra. L’evoluzione culturale e artisti ingegnosi hanno raccolto miti e costumi che colpiscono le nostre psicologie per placare le nostre ansie».
Che un buon cheesecake plachi l’ansia, non c’è dubbio. Salvo poi, dopo averlo ingurgitato, farci venire l’ansia di ingrassare. Detto questo, l’articolo scientifico di Singh è interessante e, prima di questa spiazzante conclusione, passa il rassegna il fenomeno dello sciamanismo nelle culture umane.
Ah, un’ultima cosa: quello nella foto non è uno sciamano. È il dottor Manvir Singh della Harvard University.