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A proposito di longevità e respiro


RespiroRecentemente ho letto un libro di un medico apneista, Mike Maric, dal titolo “La scienza del respiro” edito da Vallardi in cui si conferma l’importanza di respirare meno… Da anni, seguendo le ricerche di Buteiko, cerco di convincere i miei pazienti ipertesi , tachicardici, ansiosi ed insonni a seguire la tecnica proposta già negli anni ’30 da questo medico russo, consistente in una respirazione circolare che prevede complessivamente 4 respiri al minuto contro i 12 abituali. Gli effetti di questa relativa ipossia sono molteplici e si possono così riassumere :

rigenerazione dei mitocondri

miglioramento del sonno

riduzione dello stress

ottimizzazione del sistema neuro vegetativo

riduzione della pressione arteriosa

riduzione della frequenza cardiaca

aumento delle prestazioni fisiche e mentali

attività anti-aging

Per chi fosse interessato a capire il tipo di tecnica respiratoria da seguire, lo invito a leggere il libro del dr. Maric assai esaustivo in tal senso.

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Daniela Mari: come diventare centenari


a-spasso-con-i-centenari_pcTutti vorremmo vivere a lungo. Invecchiando bene. Magari, non invecchiando. Siccome quest’ultimo obbiettivo non è ancora possibile, dobbiamo puntare sui primi due. Come farlo? Le risposte possibili sono diverse, ma se vogliamo restringerle a tre, potrebbero essere: sana e limitata alimentazione, attività fisica moderata ma regolare, controlli medici regolari, a seconda delle fasce d’età e del rischio familiare.

Oggi abbiamo molte conoscenze disponibili per stare bene e invecchiare bene. Inoltre, vi sono medici che si occupano dell’aging, di comprendere come una persona sta invecchiando e aiutarla a farlo in modo salutare. Ad esempio i geriatri. Che, da un certo punto di vista, hanno introdotto al loro interno una rivoluzione culturale. In passato, ad esempio quando studiavo medicina a Pavia (garantisco, qualche decennio fa), il geriatra era il medico delle malattie dei vecchi. Curava. Tamponava. Poveri corpi spesso malmessi. Derelitti. Pieni di acciacchi. Dolori di tutti i tipi.

Era anche divertente sentirli fare lezione, i geriatri. Data la latitudine padana, avevano spesso a che fare con vecchi contadini. Bruciati dal sole. Consumati dalla fatica. “Vedete”, ci illustrava il docente, “queste sono le classiche profonde rughe incrociate nella parte posteriore del collo, segno del fatto di stare molte ore piegati sulla terra, sotto il sole battente…”. Vecchi contadini a cui chiedevi se consumavano alcol. Rispondevano in dialetto: “No dottore, solo qualche bicchiere di buon vino, e magari un ammazzacaffè dopopranzo e dopocena…”. Qualche bicchiere di buon vino spesso ammontava a un litro e mezzo di fiasco, più qualche grappino. Ma oggi, anche tra quelli che sono diventati agricoltori, la vecchiaia non è più quella di una volta. Tutti sappiamo cosa bisogna fare per cercare di stare bene nell’intero ciclo vitale. Cosa fare e cosa evitare, ad esempio il fumo e i superalcolici (neppure troppo vino, sebbene di quello buono). E i geriatri sono diventati i medici che studiano e curano non solo le malattie dell’età avanzata, ma pure coloro che aiutano a invecchiare bene.

Uno di questi geriatri, gerontologi, scienziati dell’aging, è Daniela Mari. Docente di geriatria all’Università di Milano, ha diretto l’Unità geriatrica del Policlinico milanese, scienziata nota a livello internazionale per i suoi studi sui centenari, ho avuto modo di conoscerla e frequentarla sia per ragioni professionali che familiari. Posso perciò dire a ragion veduta che Daniela Mari è una geriatra, un medico di eccezionale competenza, ma pure una persona, una donna, di straordinaria umanità. Ciò che ognuno di noi vorrebbe trovare in un medico. Specialmente se figlio di genitori anziani. In quei momenti drammatici, dolorosi, che colpiscono ogni famiglia. Specialmente se anziani a nostra volta. Con tutti i timori, paure e fragilità del caso.

Daniela Mari è autrice di un saggio di recente uscita: “A spasso con i centenari. L’arte di invecchiare bene” (ilSaggiatore). Un libro in cui Daniela Mari distilla  sapientemente tutte le sue conoscenze di medico e scienziato dell’invecchiamento. Ma non solo. In questo bellissimo libro, toccante, poetico, persino commovente, abbiamo modo di apprezzare le straordinarie doti narrative di Daniela Mari. Donna di ottime letture storiche e filosofiche, ama il cinema, la musica, l’opera, ma pure la letteratura contemporanea. Sul suo comodino, come ci riferisce in uno dei vari passaggi autobiografici, tra le altre letture, che immaginiamo numerose e di vario genere, c’è “Underworld” di Don DeLillo.  E la pratica sportiva. Sciatrice ed escursionista.

Faccio spoiler, come si dice oggi, nulla togliendo alla gioia, persino all’entusiasmo nel leggere uno dei libri più appassionanti che abbiamo avuto tra le mani negli ultimi anni, ma devo assolutamente citarne il finale, straordinario come tutto il resto: “Come un libro è delimitato dalle sue copertine, le nostre vite lo sono da nascita e morte. Un libro, anche da chiuso, può comprendere paesaggi lontani e avventure fantastiche: dovrebbe essere così anche per noi uomini. Immaginate il libro della vostra vita: non abbiate paura di ciò che è fuori dalle copertine e non preoccupatevi di quanto è lungo. L’unica cosa che conta è farne una bella storia”.

Daniela Mari l’ha fatta e la sta facendo una bella storia. Non solo con questo saggio. Uno dei suoi maggiori successi anche come medico. Perché è un libro terapeutico. Inoltre, è un libro che fa sorgere molte considerazioni. Mille domande. Ne abbiamo rivolta qualcuna all’autrice.

Professoressa Mari, a parte la genetica, quali sono i fattori esterni, epigenetici, che ci possono fare invecchiare bene?

Avere buoni geni aiuta, ma sulla longevità la genetica pesa per il 25% circa. L’epigenetica, scienza che studia i cambiamenti dell’attività dei geni che non comportano variazioni nel DNA, ma che possano essere ereditati anche dalle generazioni successive, ci insegna che fattori ambientali come l’alimentazione, l’inquinamento e lo stress possono attivare o silenziare alcune sequenze di geni. Con uno stile di vita attivo e non sedentario e una dieta adeguata, come la nostra mediterranea, si possono “guidare” i geni verso la longevità, anche se non abbiamo avuto genitori centenari.

L’ambiente influisce, come è dimostrato dal fatto che i giapponesi di Okinawa che sono emigrati in Canada, per esempio, non invecchiano come quelli restati nel paese d’origine: il cambiamento drastico di alimentazione, dei comportamenti culturali e ambientali fa perdere il vantaggio dato dai geni. Dal punto di vista fisico è importante mantenere la propria autonomia, sforzandoci di non impigrirci, anche quando ci sembra di stare meglio chiusi nella pace della nostra casa. Non dimentichiamo poi che la prevenzione resta un cardine importante per una lunga vita: gli studi su ampi campioni di popolazione ci hanno da tempo confermato l’importanza di tenere sotto controllo i fattori di rischio cardiovascolari, quali gli alti livelli di colesterolo, l’ipertensione arteriosa, il fumo di sigaretta e l’obesità, che non risparmiano nessuna fascia sociale.

Tutto questo da solo potrebbe non bastare, perché molte ricerche dimostrano che mantenere l’autostima e aspettative positive sul proprio invecchiamento, ha un impatto maggiore oltre che sulla durata, anche sulla qualità della vita rispetto all’età cronologica. Il caso della Signora Agata di 104 anni che durante un’intervista della Rai a casa sua, si è cambiata due volte di abito e di gioielli per sua scelta ben descrive un carattere positivo e combattivo, anche per altri aspetti che descrivo nel libro.

Il caso delle due gemelle da lei studiate, di cui una si ammalò di Alzheimer e l’altra no, sono una dimostrazione di quanto influiscano i fattori epigenetici? Nello studiare questo caso avete individuato differenze significative nei fattori ambientali, sili di vita, alimentazione o altro che possano rendere ragione di tale differente destino delle due?

Le due gemelle erano ambedue portatrici dell’allele ApoE ε4, che è il fattore di rischio genetico più importante per l’insorgenza della malattia di Alzheimer sporadica a esordio tardivo. In ambedue le gemelle vi era un’ipometilazione del DNA di tutti i promotori dei geni studiati. In particolare l’espressione genica della proteina precursore dell’amiloide, della sirtuina 1 e del PIN1 erano espresse in quantità aumentata nella gemella affetta da AD rispetto a quella sana.

L’effetto epigenetico era dovuto a un’aumentata espressione genica di due isoforme di deacetilasi istoniche (HDAC2 e HDAC9). Non è stato possibile stabilire nelle due gemelle quali fattori ambientali abbiano portato nella vita adulta  a un fenotipo differente, uno sano e uno con AD, se non il riscontro di personalità differenti. Sappiamo da molti studi che i pensieri e le emozioni nelle prime fasi della vita lasciano il segno sul nostro epigenoma ed influenzano, nella vita adulta, la reattività allo stress e la salute, fisica e mentale.

Nel suo libro analizza anche gli stili di vita odierni così ossessionati dal mantenere un aspetto giovanile: siamo destinati a diventare dei Dorian Gray, giovani fuori e decrepiti dentro?

Mi auguro proprio di no, anche se gli stimoli che a volte ci vengono dalla pubblicità rendono difficile l’accettazione dei cambiamenti che il passare del tempo comporta.

Credo che sia importante in alcuni momenti della nostra vita frenetica, riuscire a trovare il tempo di fermarsi per vedere in che direzione stiamo andando, quali valori abbiamo perso e quanto, come dici bene tu, siamo diventati decrepiti dentro. Invecchiare è un’arte nel senso etimologico della parola “andare verso”, ma è anche una preparazione, perché l’invecchiare ci può cogliere quasi all’improvviso. E’ necessario “prendere le misure” di una realtà che devi affrontare con un nuovo spirito per potervisi adattare.

Quanto conta la salute del cervello e l’allenamento cognitivo per un buon invecchiamento?

La salute del cervello è una componente essenziale di un invecchiamento felice. Entra in gioco l’’importanza della riserva cognitiva, che è costituita dalle conoscenze e dalle abilità che acquisiamo nell’arco della vita, e non solo nella prima infanzia, e che ci permette di resistere più a lungo ai processi degenerativi cerebrali.

Studiare, apprendere, conoscere, viaggiare, visitare un museo, una mostra, leggere: tutte queste attività vanno a costruire una difesa preziosissima contro le malattie che causano un decadimento cerebrale. Il cervello che invecchia è plastico e può sempre apprendere cose nuove, e, per esempio, suonare uno strumento musicale è un allenamento cerebrale straordinario, anche in tarda età. Ed è dimostrato da studi recenti che scegliere trenta, quaranta minuti prima di dormire una melodia preferita può facilitare sia l’addormentamento, sia prevenire i risvegli precoci, riducendo l’utilizzo dei farmaci ipnotici, molto dannosi per i nostri neuroni. Anche l’attività fisica, in molti studi si è rivelata un fattore protettivo contro il decadimento cognitivo, proprio come la dieta e le nostre abitudini culturali.

Telomeri e mitocondri sono davvero correlati ai processi di invecchiamento? Se sì, impareremo a prendercene cura? In certe culture, come quella ebraica, l’eredità materna è fondamentale: perché ereditiamo i mitocondri solo dalla madre? Ciò condiziona la nostra vita biologica?

I telomeri sono sequenze ripetute di DNA all’estremità dei cromosomi che costituiscono specie di cappuccio a protezione della parte terminale del cromosoma stesso dal deterioramento. Ciascun telomero, al concepimento, è lungo 15000 unità (basi), a ogni divisione una parte di queste unità non viene copiata, così la lunghezza del telomero a poco a poco diminuisce, e diventa sempre più breve, finché la cellula perde la capacità di dividersi e muore. L’invecchiamento si accompagna all’accorciamento dei telomeri e all’accumulo di mutazioni nella regione telomerica. Dunque, la riduzione della lunghezza dei telomeri emerge anche, di riflesso, come fattore predittivo per lo sviluppo di malattie e il decorso di alcune di queste, inclusi i tumori.

Dopo la scoperta di un enzima, la telomerasi,  che è valso il premio Nobel nel 2009 a tre a tre ricercatori , Elizabeth Helen Blackburn, Jack W. Szostak e Carol Greider, in grado di inibire l’accorciamento dei cromosomi e di sintetizzare sempre nuove sequenze telomeriche rallentando l’invecchiamento cellulare, la ricerca è oggi mirata a trovare il modo di “accendere” o “spegnere” il gene che regola la telomerasi. Anche alcuni fattori ambientali, come lo stress di chi assiste una persona con demenza, possono inibire la telomerasi

I mitocondri sono organelli cellulari a forma di fagiolo, costituiscono una vera e propria centrale energetica e sono addetti alla respirazione cellulare; degradano inoltre le molecole che introduciamo con l’alimentazione e ne traggono l’ATP (adenosintrifosfato). Possiedono un DNA, differente da quello nucleare che in molte le specie animali, compreso l’uomo, viene ereditato solo dalla madre. Molto recentemente è stato pubblicato su “Science” il meccanismo, finora sconosciuto, per il quale i mitocondri di origine paterna vengono eliminati. Infatti lo studio dei mitocondri paterni in un tipo di vermetto, il Caenorabditis elegans, ha dimostrato un meccanismo di auto-distruzione interna, che viene attivato quando lo sperma si fonde con l’uovo. E’ stato  identificato un gene, chiamato CPS-6, che sembra avviare il processo di distruzione all’interno dei mitocondri paterni. Se si elimina questo gene, rallentando l’eliminazione del DNA mitocondriale paterno, si ha un più alto tasso di morte embrionale.

Tutti i figli di una stessa madre hanno perciò il DNA mitocondriale identico alla madre, alla nonna materna, alla bisnonna materna e così via. Basta che sia disponibile la nonna materna – o un qualsiasi altro familiare della stessa linea materna – per stabilire se un individuo può appartenere alla famiglia. Questa conoscenza ha permesso, per esempio, di restituire alle famiglie d’origine, tramite lo studio del DNA delle nonne, i bambini sottratti alle madri “sparite” in Argentina durante la dittatura e sistemati in famiglie compiacenti.

Tornando all’invecchiamento, alcune alterazioni del DNA mitocondriale sono però associate in senso positivo all’invecchiamento e alla longevità. In un nostro studio sui centenari italiani, è stato dimostrato che una specifica variante allelica (aplotipo) mitocondriale è molto più presente nei centenari che nella popolazione giovane. Lo stesso aplotipo è stato associato a diverse patologie: siamo dunque probabilmente di fronte a un pleiotropismo (dal greco pleion, πλείων, molteplice, e tropein, τροπή, cambiamento) antagonista, fenomeno per cui uno stesso gene può avere effetti opposti, favorire patologie in età giovanile e longevità nell’età avanzata.

Il ricorso alla meditazione, alla mindfulness, ma anche ad antiossidanti, curcuma o sostanze naturali, sono davvero in grado di rallentare i processi di invecchiamento?

Negli anni ’70, un biologo molecolare dell’Università del Massachussetts Jon Kabat-Zinn, ha introdotto la tecnica della meditazione buddhista in ambito clinico. I programmi di riduzione dello stress che ne sono derivati (primo tra tutti il Mindfulness-Based Stress Reduction, MBSR), possono portare a un miglioramento dell’attenzione, l’equilibrio emotivo, la capacità di sintonizzazione con gli altri e l’empatia. In un recente lavoro impegnando i caregivers di pazienti con demenza di Alzheimer, in cui lo stress aveva provocato una diminuzione dei livelli di telomerasi, in esercizi di meditazione giornaliera, o all’ascolto di musiche rilassanti, i ricercatori sono riusciti a migliorare il loro umore e i livelli di telomerasi. In questo campo mancano tuttavia studi longitudinali controllati sull’effetto della meditazione e di un diminuito decadimento cognitivo.

Gli studi sulla curcuma sono stati suggeriti dal fatto che i centenari di Okinawa consumavano questa spezia, poco utilizzata nel resto del Giappone. Inoltre i giapponesi C6YnYWZXEAARB4M.pngdi Okinawa che sono emigrati in Canada, per esempio, non invecchiano come quelli restati nel paese d’origine: il cambiamento drastico di alimentazione, dei comportamenti culturali e ambientali fa perdere il vantaggio dato dai geni.

Anche l’effetto sui processi umani d’invecchiamento dell’integrazione della dieta con sostanze antiossidanti rimane incerto e sono necessarie ulteriori ricerche su campioni ampi di popolazione, che siano seguiti per anni e comparate a un gruppo di controllo che non li assuma, per validare la reale associazione con l’insorgenza o meno di patologie e l’impatto sulla mortalità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sergio Canavero e il trapianto di testa


ANNUNCIO CHOC DA MEDICO TORINESE, TRAPIANTO TESTA IN 2 ANNIIl settimanale britannico di divulgazione scientifica “New Scientist” dedica un altro articolo e un editoriale a Sergio Canavero, il neurochirurgo torinese che progetta il trapianto di testa. Del personaggio e dei suoi progetti si è pure occupato l’amico Edoardo Rosati nel libro “Il cervello immortale” (Sperling & Kupfer, 2015). Sono legato a Edoardo Rosati da vecchia e solida amicizia, oltre che stima, e ciò mi autorizza, da amico,  ad avere a volte idee differenti dalle sue.

Sono affascinato da sempre dalla ricerca medica, specie quella in neuroscienze, ma questa storia non mi entusiasma. Anzi, più la approfondisco e peggio mi disturba (evitando però di farmi influenzare dalla personalità strabordante di Canavero). Sergio Canavero, un personaggio senza dubbio alla ricerca di pubblicità, lavora con un team di colleghi cinesi non necessariamente allineati con i nostri standard (qualsiasi comitato etico occidentale gli nega e gli rifiuterebbe il trapianto di capoccia che, in realtà, tecnicamente, sarebbe un trapianto di corpo alla testa), è definito da “New Scientist” un mix tra Dr Strange e dottor Frankenstein.

La prima “anastomosi cefalosomatica” su paziente umano (o, con un pizzico di ironia canaveriana, tecnica Heaven: head anastomosis venture), come la definisce Canavero e come ha già preannunciato due anni fa, dovrebbe avvenire entro la fine di quest’anno. Vi sono parecchie riserve, dubbi e critiche in ambito scientifico sulla fattibilità e soprattutto sulla legittimità di eseguire tale tipo di intervento. Sui lavori pubblicati in merito, riguardanti interventi sperimentali murini, ma pure su cani e scimmie (anche questi non autorizzati in occidente), ci si chiede come sia possibile riconnettere non solo i vari organi, ma pure gangli  e vie nervose. A ciò il team di Canavero risponde che tutto ciò sarà reso possibile grazie a una “colla”:  il polietilenglicole (un polimero noto anche con la sigla Peg) che contribuirà a fondere le terminazioni promuovendo il grasso nelle cellule adiacenti per unirle assieme. La stimolazione con elettrodi appositamente impiantati contribuirebbe a rafforzare le connessioni nervose.

Fosse vero, non solo si salverebbe la vita a un sacco di gente. Ma se la colla cefalosomatica funzionasse potrebbe pure riattaccare il midollo spinale di migliaia di traumatizzati ogni anno. Ed è proprio qui che si appuntano le principali critiche e riserve. «Non c’è modo di sapere, da quanto pubblicato, cosa permetterebbe la fusione del midollo spinale», dice José Oberholzer, direttore del Charles O. Stickler Transplant Center presso l’Università della Virginia, Charlottesville. «Il resto, incluso il ricollegamento dei vasi sanguigni e delle vie respiratorie, è teoricamente possibile ma molto impegnativo e porta grandi rischi di complicazioni e rigetto del sistema immunitario».

“New Scientist” mette le mani avanti parlando di Canavero e delle sue teorie trapiantologiche, dichiarando di essere perfettamente consapevole di dare ulteriore pubblicità a qualcosa ancora di là dal fornire prove credibili. Tuttavia, dice sempre la rivista britannica, il giornalismo scientifico deve riferire quanto oggi non è tecnicamente possibile, ma lo potrebbe diventare in futuro, in base a ricerche in corso. Per quanto criticabili e discutibili. Canavero sarebbe quindi un pioniere in tale settore, come lo fu del resto il chirurgo statunitense Robert J. White a partire dagli anni Sessanta del Novecento. Non essendo possibile allora, come oggi, ripristinare le connessioni nervose, White ipotizzò che fosse possibile riconnettere la testa a un nuovo corpo (dunque, sostenne, con la “possibilità di curare qualsiasi malattia del corpo”, ma non del cervello aggiungo io), creando però degli individui tetraplegici, paralizzati dalla testa in giù. NewScientistCanavero

Staremo a vedere cosa si inventerà Canavero per la fine di quest’anno. Che non sia soltanto un colpo di testa. Trapiantata o no. L’articolo più recente di “New Scientist” su Canavero per la verità ci va giù più pesante: “con la scena passata dal palcoscenico alla sala operatoria, la carnevalata di Canavero rischia di trasformarsi in uno spettacolo dell’orrore. Con i pazienti della vita reale in gioco, nessuno  riderebbe più”.

Nic Fleming, Dr Strange meets Dr Frankenstein, New Scientist, Volume 236, Issue 3149, 28 October 2017, Pages 39-41

Sergio Canavero, HEAVEN: The head anastomosis venture Project outline for the first human head transplantation with spinal linkage (GEMINI), Surg Neurol Int. 2013; 4(Suppl 1): S335–S342.doi: 10.4103/2152-7806.113444

La volta che sezionarono un alieno


AlienoCi cascò pure l’amico giornalista e conduttore tv, buonanima, Mino Damato, attratto dai temi del paranormale e dell’insolito. Parlando in una sua trasmissione Raiuno, in prima serata, all’interno del suo programma “Sognando sognando” della “autopsia di un alieno”. Uno di quelli che sarebbero stati recuperati nello schianto di un Ufo a Roswell, New Mexico, 1947. In realtà si trattava di una furbata, una grossolana messinscena, del musicista e produttore cinematografico britannico Ray Santilli. Da cui Santilli guadagnò fior di soldi (non alieni). Lo stesso Santilli dichiarò in seguito che si trattava di un falso. Facendo altri denari. Anche perché dalla vicenda venne tratto un film buffissimo: “Alien Autopsy” di Jonny Campbell (2006).

Oggi potremmo dire: la regina delle fake news. La santa protettrice di ciò che sarebbe diventato, nell’era di internet, di photoshop e delle nuove tecnologie digitali, il filone complottistico, delle false notizie montate e gonfiate ad arte. Un bella idea quella del Festival della Criminologia, in corso dal nel prossimo mese di novembre a Torino, di dedicare una anteprima intitolata “La notte dell’alieno. La celebre fake news dell’autopsia dell’alieno di Roswell”.  Come sia stato possibile che in quegli anni, ventudue anni fa, una bufala del genere facesse così tanta eco? Mino Damato, che si era pure occupato di divulgazione scientifica per poi virare verso il giornalismo-spettacolo (famosa la sua camminata sui carboni ardenti, da me personalmente ripetuta nei giorni successivi con colei che la organizzò durante il programma tv di Damato: la psicologa sperimentale russa Larissa Vilenskaya), aveva presentato con grande enfasi l’autopsia dell’alieno. Correva l’anno 1995.

Per la verità la prima a presentare quello stesso anno l’autopsia dell’alieno, con tanto di corollario di esperti commentatori in studio, fu la giornalista Lorenza Foschini all’interno del suo programma “Misteri” in onda su Raidue (dalla cui costola in seguito sarebbe nato “Voyager” di Roberto Giacobbo).  Il web con tutte le sue fake news, ma pure contro fake news, era là da venire. La televisione e i giornali la facevano ancora da padrone. E infattti se ne parlò a lungo. Con quelle foto inverosimili, tratte dai fotogrammi del video, di un grottesco e alla fin fine malfatto (come commentò pure il creatore di ET Carlo Rambaldi) fantoccio squartato e anatomopatologi da luna park. C’era però la voglia di credere.

Ora ci penserà il Festival della Crimonologia di Torino a tornare, non tanto sul caso, quanto su come e perché la gente voglia dare credito a fake news del genere. Come dice il programma della notte dell’alieno: “Ad anticipare il Festival della Criminologia (a Torino dal 9 al 12 novembre), nella notte di Halloween e a settant’anni dal caso Roswell, sarà riproposta dal vivo la famosa puntata del programma RAI «Misteri», andata in onda 22 anni fa. In epoca pre-Internet e quando ancora non si parlava di Fake News,  spuntò il video di una presunta autopsia di un alieno, che sconvolse e divise l’opinione pubblica tra chi credeva nella sua veridicità e chi era scettico. A smontare quella bufala ci pensarono il prof. Pierluigi Baima Bollone, notissimo medico legale torinese e sindonologo di fama internazionale,  ed il prof. Nello Balossino, dell’Università di Torino. La notte del 31 ottobre 2017, alle ore 21 presso il Circolo della Stampa, i protagonisti di allora si ritroveranno a commentare come smascherarono la messa in scena e come avrebbero fatto oggi alla luce delle nuove tecnologie disponibili. A presentare la serata Guida Tiberga, La Stampa, e Angelo Zappalà, direttore del Festival della Criminologia, che ha ideato la serata”. Una notte all’insegna dell’alieno sezionato, dunque. Una criminolgia delle fake news, non molto distante dalle false testimonianze e, perciò, dalla psicologia della testimonianza. Con tutte le sue fallacie e trabocchetti.

La puntata di “Misteri” in cui andò in onda il filmato dell’autopsia dell’alieno (1995)

Il Festival della Criminologia di Torino

Lo smartphone mi rovina la giornata


SmartSe usi lo smartphone come sensore affettivo, rischi il malumore. Se non addirittura la depressione. Lo abbiamo già capito da noi che controllare ossessivamente lo smartphone non fa bene. Questa sensazione personale viene confermata e rafforzata dalla ricerca NotiMind (usare le notifiche e risposte Smartphone come sensori affettivi) della britannica Nottingham Trent University. Cosa significa “sensori affettivi” è presto detto. Fare dipendere le nostre emozioni, sia positive che negative, dal riscontro che abbiamo da messaggi e notifiche via smartphone (o genericamente online). Come se lo smartphone fosse appunto un termometro, un rilevatore, un sensore appunto, del nostro umore. Mentre invece è ciò che può cambiarcelo, alterarcelo, positivamente o negativamente, l’umore. Ora, se questa attività è ridotta e limitata, il rischio è minimo. Ma se tutto il giorno stiamo incollati allo smartphone le cose cambiano. E non in meglio. La ricerca condotta su più di mezzo milione di notifiche, ha rilevato che il 32% di esse avevano provocato emozioni negative, con gli utenti che riferivano di sentirsi ostili, sconvolti, nervosi, impauriti o vergognosi. Soprattutto se le notifiche arrivavano a gruppi, senza accompagnamento di emoji (le faccine che esprimono l’umore). Innescando un comportamento di risposte a raffica, considerato dagli autori di questo studio potenzialmente “distruttivo” per l’umore.

Sui grandi utilizzatori, come rileva la ricerca NotiMind “mentre i telefoni cellulari e le notifiche per cellulari hanno migliorato la comodità della nostra vita, il loro uso ossessivo può avere un impatto negativo sulla salute mentale e il benessere”. La nota confortante, se vogliamo, è che nel campione analizzato la maggior parte delle notifiche che causavano l’umore negativo erano legate al lavoro, mentre le notifiche sociali avevano più probabilità di rendere allegra la gente. In ogni caso, buona regola è: non fare diventare il nostro smartphone un sensore affettivo. Non è lui (anzi alle vecchia maniera per gli oggetti inanimati: esso) a doverci condizionare le emozioni e a determinare il nostro umore della giornata. Come dite? Sembra facile? Infatti. Se commenterete negativamente questo post, mi farete del male. E non ci dormirete la notte per il senso di colpa.

Eiman Kanjo, Daria J. Kuss, and Chee Siang Ang, NotiMind: Utilizing Responses to Smart Phone Notifications as Affective sensors, Computers and Society, IEEE Access

Perché le diete non funzionano? L’effetto iatrogeno della restrizione cognitiva


PesoLe Scienze di questo mese pubblica un articolo dal titolo significativo: “Le verità confuse sulla perdita di peso”. Ne sono autrici Susan B. Roberts e Sai Krupa Das entrambe del Jean Mayer USDA Human Nutrition Research Center on Aging alla Tufts University (Medford/Somerville, Usa). Il fatto che sovrappeso e obesità siano così, e sempre più, diffusi nel mondo, tanto da parlarsi di “globesità”, la dice lunga sul fatto che nessuno sia ancora stato in grado di attuare metodiche in grado di contenere, se non di ridurre, il fenomeno in modo significativo. Annotando quanto le diete alla moda, reality televisivi e forza di volontà alla fine non abbiano lasciato il segno, le due ricercatrici statunitensi spiegano che il loro ventennale lavoro è per la maggior parte consistito nello sfidare “dogmi comuni” aprendo “porte per nuovi approcci”.  In questa ottica, aperta a nuove proposte e nuovi approcci, ospitiamo questo contributo della psicologa Anne Galles  della Open School Studi Cognitivi di Milano. 

Un individuo segue una dieta dimagrante non appena esercita un controllo di ordine cognitivo sul proprio comportamento alimentare con l’obiettivo di dimagrire o di non ingrassare. L’individuo si nutre quindi con una modalità riflessiva. Si fida di credenze che definiscono le condotte alimentari maggiormente adatte al suo progetto di dimagrimento. Tali credenze riguardano le quantità di alimenti da consumare, la loro composizione, gli abbinamenti autorizzati, i metodi di cottura e di condimento, gli orari e le modalità di consumo.

 

Alcuni dati a supporto della condanna categorica delle diete dimagranti

L’inefficacia e la iatrogenicità delle diete dimagranti dovrebbero portare a una tutela della popolazione, all’abbandono definitivo di tali pratiche da parte dei medici – o per lo meno alla loro sospensione – nell’attesa di avere dati integrativi. Converrebbe quindi orientarsi verso altri metodi per trattare i problemi ponderali (Apfeldorfer & Zermati, 2007). Per illustrare questa sentenza perentoria, gli autori citano lo studio di Stunkard e McLaren-Hume, già nel lontano 1959, che dimostra che soltanto il 5% delle persone che seguono una dieta dimagrante riesce a perdere peso senza poi riprenderlo (Apfeldorfer & Zermati, 2001). I dati più recenti non sono maggiormente incoraggianti (Zermati & Apfeldorfer, 2010): la metanalisi di Anderson (2001) relativa a ventinove trattamenti dimagranti dimostra che la perdita di peso di soggetti il cui peso medio è di cento chili, non supera i tre chili a cinque anni dall’inizio della dieta; lo studio di Phelan (2003) coinvolge 2400 soggetti e conclude che il 94% delle persone che hanno perso peso l’hanno riacquistato interamente dopo due anni.

Come spiegare quindi il paradossale e sfrenato entusiasmo per i trattamenti dimagranti? Le diete sono inefficaci nella gestione dei problemi ponderali eppure non sono mai state così popolari: lo spostamento dei canoni sociali verso un fisico snello ha generato un aumento della prevalenza delle diete e questo ha fatto sì che il pattern alimentare “normale” per la donna nord-americana sia proprio essere a dieta (Polivy & Herman, 1987)

 

Cos’è una dieta dimagrante?

Per capire cosa intendiamo con il termine dieta dobbiamo prima definire cos’è un comportamento alimentare normale o fisiologico. Esso è caratterizzato da tre criteri (Apfeldorfer & Zermati, 2007):

– Il comportamento alimentare è un comportamento controllato: le teorie della regolazione fisiologica fanno dipendere il comportamento alimentare da circuiti omeostatici la cui funzione è assicurare la stabilità di alcuni valori biologici (massa grassa, nutrimenti e micronutrienti). Nel caso della massa grassa, l’omeostasi si traduce concretamente in un peso stabile o set point. Ogni scarto rispetto al set point si esprime in un fabbisogno che provocherà la ricerca e l’assimilazione degli alimenti che porteranno l’energia o dei nutrimenti che colmeranno il fabbisogno.

– Il comportamento alimentare è un comportamento motivato: le informazioni sulla variazione delle riserve energetiche raggiungono il cervello tramite la variazione delle concentrazioni di leptina e di glucosio nel sangue. Tali informazioni giungono alla coscienza sotto forma di sensazioni alimentari: la comparsa, la diminuzione e la scomparsa del fabbisogno energetico prenderanno successivamente la forma di sensazioni di fame, di appagamento e di sazietà. Le informazioni relative ai fabbisogni di micronutrienti si traducono in appetiti specifici: la loro comparsa e la loro scomparsa attivano aree emotive del cervello e l’atto di colmare il fabbisogno si esprime attraverso la soddisfazione.

– Il comportamento alimentare è un comportamento sensato ovvero gli alimenti e le modalità per consumarli sono supportati da rappresentazioni mentali legate alla cultura o alla storia di vita che contribuiscono al sentimento di sicurezza nel quale si dovrebbe collocare l’atto alimentare.

Come possiamo quindi definire una dieta? Dal suo carattere ipocalorico? Dal fatto che precluda alcuni alimenti vietati? Dalla frustrazione generata? Queste caratteristiche appaiono parziali e non esaustive. Secondo gli autori, un individuo segue una dieta dimagrante non appena esercita un controllo di ordine cognitivo sul proprio comportamento alimentare con l’obiettivo di dimagrire o di non ingrassare. L’individuo si nutre quindi con una modalità riflessiva. Si fida di credenze che definiscono le condotte alimentari maggiormente adatte al suo progetto di dimagrimento. Tali credenze riguardano le quantità di alimenti da consumare, la loro composizione, gli abbinamenti autorizzati, i metodi di cottura e di condimento, gli orari e le modalità di consumo.

Assistiamo quindi a uno spostamento da una teoria psicogena del sovrappeso, ormai superata, verso un ruolo preponderante delle conseguenze degli sforzi per dimagrire: le caratteristiche psicologiche delle persone in sovrappeso non sarebbero dei tratti personologici ma sarebbero dovute al fatto che questi individui tentano di rimanere al di sotto al proprio peso forma o set point lottando costantemente contro i meccanismi di regolazione biologica. Questo fenomeno farebbe nascere negli individui stati mentali paragonabili a quelli delle persone in stato di deprivazione alimentare come l’iperfocalizzazione sul cibo, la difficoltà di concentrazione, l’irritabilità e l’iperemotività.

 

La teoria della restrizione cognitiva per spiegare l’inefficacia delle diete

I dati sull’inefficacia delle diete si spiegano quindi come la sconfitta ineluttabile di un controllo cognitivo del comportamento alimentare nel medio e lungo termine. Si parla di restrizione cognitiva per indicare non uno bensì due stati che si alternano a un ritmo variabile:

uno stato di ipercontrollo durante il quale l’individuo inibisce le proprie sensazioni alimentari e padroneggia il proprio comportamento alimentare;

uno stato di disinibizione e perdita di controllo sotto forma di compulsioni e abbuffate.

La sperimentazione storica di Herman e Mack (1975) illustra questo fenomeno: viene offerto ai soggetti dell’esperimento un pasto a base di gelato, senza nessuna limitazione quantitativa; in base ai gruppi sperimentali, questo pasto è preceduto da nessuno, uno oppure due milk-shake (è il cosiddetto preload). I risultati mostrano che, dopo aver assimilato due milk-shake, le persone avendo una regolazione alimentare soddisfacente (unrestrained eaters) mangiano meno gelato durante il pasto successivo; al contrario, e con un preload equivalente (ovvero due milk-shake), le persone in stato di restrizione cognitiva (restrained eaters) mangiano successivamente una maggiore quantità di gelato: questo fenomeno di contro regolazione alimentare si spiegherebbe grazie all’effetto di trasgressione del divieto (abstinence violation effect) che si traduce nel seguente pensiero: “ho già sgarrato quindi non serve più a nulla controllarmi”.

Gli stessi risultati emergono quando si manipola la variabile di percezione dell’abbondanza delle porzioni di cibo (Polivy, Herman, & Deo, 2010): quando la fetta di pizza mangiata in fase di preload appare più grande, i restrained eaters tendono a mangiare, in una seconda fase dell’esperimento, una maggiore quantità di biscotti rispetto agli unrestrained eaters.

Anche la deprivazione pregressa di cioccolato per una settimana induce i restrained eaters a mangiare una maggiore quantità di cioccolato, rispetto agli altri gruppi di controllo, una volta che l’alimento è di nuovo disponibile (Polivy, Coleman, & Herman, 2005).

La restrizione cognitiva appare quindi come un meccanismo che modifica l’espressione di una fame fisiologica. L’individuo in stato di restrizione cognitiva non prova sensazioni nitide di fame o di sazietà e si colloca in una zona di indifferenza biologica (Herman, Polivy, Lank, & Heatherton, 1987). Diventa quindi ipersensibile ai fattori esterni, emotivi e sociali e mangia in base all’ambiente o alle sue credenze.

A livello clinico, la restrizione cognitiva è descritta come un passaggio da un tentativo di controllo mentale verso un controllo sempre più emotivo del comportamento alimentare. Secondo Apfeldorfer e Zermati (2007) questo passaggio avviene in quattro fasi:

fase 1: le sensazioni alimentari sono percepite ma deliberatamente ignorate. Vengono adottate alcune regole dietetiche (non mangiare tra i pasti, fare tre pasti al giorno, evitare alcuni alimenti, ecc.). Per seguire queste regole l’individuo deve ignorare le proprie sensazioni alimentari ed elaborare alcune strategie (ad esempio, non trovarsi in presenza di alimenti non autorizzati);

fase 2: le sensazioni alimentari sono percepite ma non possono più essere rispettate. Il comportamento dell’individuo è progressivamente dominato da schemi di pensiero dicotomici del tipo “se mangio un alimento vietato, devo mangiarne tanto perché non potrò più mangiarlo in futuro” oppure “se mangio tanti alimenti autorizzati mi passerà la voglia di mangiare quelli vietati”. Questi schemi inducono emozioni centrate sulla paura di aver fame, sulla paura che manchi il cibo, sulla colpa e sulla frustrazione. Sono quindi le credenze e le emozioni che controllano il comportamento alimentare a discapito delle sensazioni fisiologiche;

fase 3: le sensazioni alimentari non sono più percepite. L’individuo non prova né fame, né sazietà né appetiti specifici. A questo punto il controllo cognitivo diventa l’unico controllo possibile del comportamento alimentare;

fase 4: il comportamento alimentare è in balia delle emozioni. L’individuo non riesce più a controllare volontariamente il suo comportamento alimentare sul lungo termine. Alterna periodi di controllo mentale a periodi di controllo emotivo che possono tradursi in pasti esageratamente abbondanti, compulsioni a mangiare o vere e proprie abbuffate. Una minore resistenza fisica e mentale, degli eventi di vita oppure la semplice trasgressione di un divieto alimentare può scatenare una perdita di controllo.

La restrizione cognitiva si può inoltre manifestare con quattro gradi di gravità: leggera (so di aver fame ma non devo mangiare), moderata (so di non aver più fame ma non riesco a fermarmi), severa (non so più se ho ancora fame oppure se ho mangiato abbastanza), terminale (mangio senza aver fame e non riesco più a controllare nulla).

 

Quali implicazioni terapeutiche? 

Il semplice fatto di seguire una dieta dimagrante oppure un programma di alimentazione “equilibrata” sia su richiesta medica sia in modo spontaneo induce l’individuo ad abbandonare un’alimentazione intuitiva a favore di un’alimentazione riflessiva, fondata su delle credenze. Questo tipo di comportamento alimentare corrisponde a una restrizione cognitiva o “controllo mentale dell’alimentazione”. Il livello di restrizione cognitiva può variare da una semplice sconnessione dalle proprie sensazioni alimentari a veri e propri disturbi del comportamento alimentare. La restrizione cognitiva deve quindi essere considerata alla meglio come un fattore di rischio per i disturbi del comportamento alimentare e alla peggio come un disturbo del comportamento alimentare in sé. Di fronte a un paziente in stato di restrizione cognitiva, il primo obiettivo sarà di aiutarlo a ritrovare un comportamento alimentare guidato dai suoi sistemi di regolazione fisiologica e dalle sue preferenze alimentari. Una psicoterapia a orientamento cognitivo consentirà di lavorare sui processi di pensiero disfunzionali che portano a ignorare le proprie sensazioni di fame e sazietà e a mangiare in base a dei criteri esterni. Il fatto di mangiare seguendo invece i propri criteri interni dovrebbe consentire alle persone di recuperare un peso forma che dipende a sua volta dalla propria eredità genetica, dal proprio stile di vita e dalla propria storia alimentare e ponderale. Questo set point è, oggettivamente, il peso auspicato, anche se non corrisponde alle tabelle del peso ideale o ai criteri di moda. Il lavoro sul comportamento alimentare per abbandonare lo stato di restrizione cognitiva deve spesso essere accompagnato da un lavoro psicoterapeutico per identificare risposte non alimentari a problemi di natura non alimentare (emotivi, relazionali) e per accettare e convivere con il proprio set point (Apfeldorfer & Zermati, 2001).

 

(Ripreso con autorizzazione dell’autrice da State of Mind )