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Il paranormale di Richard Wiseman


Insomma, esiste o non esiste? Esistono individui in grado di vedere in là nel futuro, di influenzare la materia con la forza del pensiero, di comunicare da mente a mente, di mettersi in contatto con l’aldilà? Ci sono persone che hanno avuto esperienze extracorporee? Che hanno gettato uno sguardo oltre il velo, in prossimità della morte, dando un’occhiata nell’aldilà? Esistono, in sostanza, capacità del nostro corpo e del nostro cervello in grado di sfidare le attuali leggi della fisica? Del mondo così come lo conosciamo?


A tutte queste domande Richard Wiseman  risponde un secco e deciso “no!”. Non dice “forse”, “magari”, “probabilmente”. Non è possibilista riguardo a forze e manifestazioni che lo spiritismo, la ricerca psichica e infine la parapsicologia studiano da oltre un secolo. Per non parlare di tutta la tradizione precedente relativa alla visione dei fantasmi. Agli eventi sovrannaturali. Alle apparizioni. Alle case infestate. Alla capacità di divinare il futuro. Di comunicare o vedere a distanza. Di tutti quei personaggi che nella storia umana sono stati individuati come sciamani, maghi, divinatori, veggenti, medium, sensitivi, guaritori, paragnosti. Per non entrare nella sfera del misticismo, della religione e dei miracoli.


Di tutta quella sterminata mole di avvenimenti, racconti, testimonianze che la parapsicologia ha raccolto, catalogato, archiviato come presunta dimostrazione che i fenomeni paranormali sono reali. E meritano di essere studiati. Anche in laboratorio, se possibile. Magari con la stessa metodologia sperimentale utilizzata da tutti gli altri settori della scienza. Usando apparecchiature, metodi standardizzati, statistica, ripetibilità. Anziché i metodi osservazionali e le semplici, per quanto affidabili, testimonianze del passato. Qualcuno ci ha provato a dimostrare il paranormale con metodi e su pubblicazioni scientifiche, anche di recente. Ad esempio, Daryl J. Bem psicologo sociale della Cornell University che sul Journal of Personality and Social Psychology ha pubblicato i risultati di una ricerca volta a chiedersi se il futuro possa influenzare il presente (Feeling the Future: Experimental Evidence for Anomalous Retroactive Influences on Cognition and Affect). La sperimentazione con mille soggetti che dovevano interagire con un programma computerizzato generatore di eventi casuali, è stata molto criticata, addirittura dileggiata, ancora prima della sua pubblicazione su una rivista considerata quantomeno di buona reputazione scientifica nell’ambiente psicologico.


E’ una storia che si ripete da decenni e decenni, attraversando tutto il secolo scorso, ormai. Da una parte i credenti nel paranormale, compreso qualche scienziato di chiara fama come Bem. Sempre meno, a dire il vero. Dall’altra una schiera di miscredenti, scettici, diffidenti rispetto a tutto ciò che pretende di avere l’aura di “paranormale”. Proprio a questo tema esce ora in italiano il nuovo libro di Richard Wiseman. Questa volta un titolo secco, deciso, e altrettanto il sottotitolo: Paranormale. Perché vediamo quello che non c’è (Ponte alle Grazie). Con lo stile limpido, scorrevole, ridanciano, simpatico, a volte un tantino caustico, ma sempre supportato da solida letteratura scientifica, a cui ci ha abituati, in sette capitoli, una introduzione, un intervallo, una conclusione e un kit istantaneo del supereroe, Wiseman smonta tutta la massa di letteratura prodotta dalla parapsicologia in oltre un secolo. In più, ci insegna come dissimulare presunte facoltà paranormali per impressionare e buggerare il nostro prossimo.


I temi? Chiaroveggenza, esperienze extracorporee, la mente sulla materia, parlare con i morti, a caccia di fantasmi, il controllo della mente, le profezie. In mezzo, un personaggio leggendario della ricerca psichica, scandagliato dal metodo Wiseman: Harry Price, il “cacciatore di fantasmi”.  «Negli ultimi 20 anni, mi sono immerso nel paranormale – ha raccontato Wiseman in occasione dell’uscita del suo libro sul paranormale in inglese – il mondo strano in cui le persone affermano di poter prevedere il futuro, evocare spiriti e spostare gli oggetti con la mente. Ho testato telepati, ha trascorso notti insonni in castelli infestati e anche tentato di parlare con i morti. Ogni volta la storia è la stessa: l’evidenza aneddotica sembra impressionante a prima vista, ma una volta che il fenomeno è oggetto di un esame scientifico svanisce nel nulla. Quindi studiare il paranormale è una perdita di tempo? Niente affatto. Allo stesso modo con cui il programma spaziale ha prodotto la tecnologia che ha trasformato le nostre vite, così esplorare avvenimenti soprannaturali produce notevoli intuizioni nei nostri cervelli, rispetto a credenze e comportamenti di ogni giorno».


Si tratta in questo caso di un libro che, in tema di fenomeni paranormali e relativi studi, non dice nulla di nuovo, per chi ha frequentato un po’ l’argomento. Sia da convinto assertore del paranormale che da detrattore. Nulla che non sia stato detto e ridetto in tutte le salse, ad esempio, dall’italianissimo Cicap.


Anche se Wiseman lo fa in maniera divertente e scorrevole, Paranormale risulta alla fine un libro semplicistico. Forte della sua esperienza, anche pratica, di illusionista e mago professionista, oltre che di psicologo universitario e ricercatore, Wiseman liquida tutto il campo come frutto di illusioni, false percezioni, imbrogli, fantasie e credenze popolari. Per Wiseman il paranormale non esiste e questo libro, per dirla con le parole del biologo evoluzionista e divulgatore scientifico Richard Dawkins, “spazza via la nebbia sensitiva mostrandoci la luce della ragione”. Buon per loro. Fa sempre piacere conoscere qualcuno graniticamente convinto delle proprie opinioni. Che non sospetta, neppure lontanamente, che certe “ragioni” possano anch’esse risultare molto simili alle superstizioni.


Le parti più interessanti del testo sono quelle in cui Wiseman prende spunto dalla propensione umana a confondersi, illudersi, scambiare una cosa per l’altra, credere a dispetto dell’evidenza, seguire santoni e guru anche se conducono  alla rovina morale, pratica e pure fisica (vedi il capitolo in cui parla del controllo mentale e del suicidio collettivo della setta del Tempio del popolo), per parlare alla fine di fenomeni psicologici distorti, abnormi o aberranti. Per trattare di come si costruiscono convinzioni, fedi, false credenze, cecità al cambiamento, conformismo. Insomma, Paranormale è un ulteriore gioco di prestigio del mago Wiseman per impartirci una divertente lezione su come funziona, malfunziona e sbrocca la mente umana. E relativi comportamenti. Nulla di più e nulla di meno. Il paranormale è solo un pretesto. Ah, fissate per qualche minuto la copertina del libro di Wiseman: vuole dimostrarci che vediamo quello che non c’è ancor prima di aprirlo, il suo libro.


News: Giovedì 9 febbraio 2012, ore 21,  Richard Wiseman sarà al Circolo dei lettori di Torino, Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9. Tema della serata torinese: “Spiegare l’inspiegabile”.

Il volo del diavolo


Ho finito di leggere il libro di Simone Goldstein ed Anna Condorelli, due  psicoterapeuti che da anni si occupano di pazienti affetti da neoplasie e li aiutano ad affrontare il difficile percorso delle cure , notoriamente aggressive , che questi pazienti devono affrontare. Il loro intervento è basato sul ridare un senso alla relazione con se stessi e con la malattia evitando di farli manipolare dal terapeuta. Ho collaborato anni fa con Goldstein aprrezzandone l’ intelligenza ed il carisma del suo intervento e recentemente l’ho reincontrato in un convegno a Schio dove ho presentato il mio libro  Il cervello anarchico.

Il loro libro è una ristampa e la sua lettura mi ha messo in difficoltà proprio in relazione al mio comportamento di terapeuta che per anni ha affrontato la difficile tematica del tumore polmonare cercando di proteggere il malato dalla conoscenza della sua malattia e della sua prognosi infausta, quod vitam , aiutato in questo dai parenti che tenacemente si sono sempre opposti a chè il malato conoscesse la propria diagnosi. Proprio su questa manipolazione i due autori sono convinti , in base alla loro esperienza , che è molto meglio per il paziente conoscere la verità in quanto questa conoscenza consentirebbe di attivare quelle risorse e quella speranza che altrimenti non verrebbero  espresse. Il tema è assai complesso ed io rimango dell’ idea che di fronte ad una malattia mortale , a breve termine , sia difficile per il malato tollerarne la conoscenza anche se , in realtà , tutto il procedere terapautico e sintomatico sono da soli espressione di un percorso inequivocabile. Scrivono gli autori : come ben documentato dagli studi sull’effetto  “placebo”, in certe occasioni è una determinata modalità tecnica – comunicativa a fornire potenza e credibilità alla sostanza presentata come farmaco. L’impatto terapeutico , allora , viene prodotto dalla forma che assume la relazione , la quale , per essere efficace , deve assolutamente manifestarsi come espressione congrua di un sistema di convinzioni condivise tra i partecipanti. Queste convinzioni dicono più o meno così : ” quello che sta succedendo in questa interazione produce salute “.

La speranza , scrivono ancora gli autori , in sostanza è la rappresentazione di uno svolgimento positivo per se , futuro , che si alimenta della consapevolezza dei processi attuali e dell’ attenzione alle proprie risorse. Nella speranza non c’è una sottovalutazione del rischio , al contrario c’ è una grande considerazione di questo : la persona ammalata grave che manifesta speranza sa che può perdere la partita , ma non gioca a vincere in un senso solo , sa che questa è una delle possibilità , e non l’ unica. Al contrario di una persona che vive nell’ illusione, la persona che vive nella speranza , accetta la propria situazione e si rende disponile al cambiamento , a lasciare che l’esperienza scorra e che si modifichi , e a considerare le diverse manifestazioni dell’ esistenza come segnali che indichino la  strada  da seguire.           

 Una persona ammalata che non nutre speranza non ha accettato la condizione in cui si trova e ciò   la porta a perdere la gestione dei propri processi . Come può un individuo accettare la propria condizione se quello che fanno attorno a lui , dai familiari ai medici agli amici è tentare di togliergli la possibilità di farsi responsabile di sè , innanzitutto distorcendo la realtà attraverso una manipolazione macchinosa delle informazioni ? Come vedete cari amici  il ragionamento dei due autori non fa una piega ed io mi cospargo il capo di cenere per i miei 30 anni di manipolazioni a fin di bene vissuti con i miei malati nel desiderio di proteggerli dall’ angoscia di morte che inevitabilmente quel tipo di malattia induce.

Gli errori di Darwin


Ci risiamo. Su Repubblica di lunedi 29 marzo intervista di Angelo Aquaro al prof. Massimo Piattelli Palmarini noto sostenitore del programma genetico come unico verbo del nostro divenire…

L’intervista fa riferimento ad un nuovo libro scritto dal più noto cognitivista del mondo ( così cita l’articolista ) assieme a Jerry Fodor filosofo e studioso del linguaggio. I due autori hanno fatto a pezzi la selezione naturale ed il libro verrà pubblicato da Feltrinelli con il titolo, appunto, Gli errori di Darwin. Se crolla la selezione naturale , secondo Piattelli Palmarini, crollano anche le traduzioni culturali del darwinismo e crolla la sacra triade : Daniel Dennet, filosofo americano, Richard Dawkins, biologo inglese e Steven Pinker psicologo ad Harvard. Questi autori infatti ritengono di potere spiegare tutto con la selezione naturale  mentre, dato per scontato che l’evoluzione è un dato acquisito, il problema sono i neo darwiniani che con l’evoluzione pensano di potere spiegare tutto. In sintesi i geni sono da milioni di anni quasi sempre gli stessi e noi dividiamo tutto non con i babbuini  ma con i moscerini ed i topi. Questo fatto è legato ai vincoli interni che quanto più  sono importanti  tanto più condizionano la struttura genetica che determina  lo sviluppo. In conclusione secondo gli autori la selezione  naturale esiste ma non è il motore dell’evoluzione e men che meno non è il motore della creazione di  nuove specie.

La selezione naturale non spiega pertanto l’evoluzione biologica e non spiega l’ evoluzione della specie ma,  secondo gli autori , va considerata in senso metaforico come un accordatore di pianoforti e non come il compositore di sinfonie. Il compositore sarebbero invece molteplici fattori  che nel libro verranno ampiamente elencati e discussi. L’articolo si conclude con una critica pesante al libro the The God Delusion di Dawkins definito infame ed alla semantica evoluzionistica del linguaggio di Dennet  definita una balla. Aspettiamo con ansia la pubblicazione del libro per aprire un dibattito sul nostro blog.

Lost:mitologia, pseudoscienza, lostologia e lostopatia


 Giunge a conclusione Lost dopo 5 anni di misteri, intrecci narrativi, riferimenti culturali, filosofici e religiosi di ogni genere. Morti e resurrezioni, viaggi avanti e indietro nello spazio e nel tempo. Fantascienza, thriller, horror. Sentimentale, avventuroso, drammatico, persino comico. Praticamente ogni genere narrativo è stato utilizzato e rimescolato per ottenere un serial che non ha eguali nella storia della tv. Lo spettatore regolare di Lost diventa un “credente” in Lost. Attende ogni nuova serie, ogni nuova puntata, con la medesima trepidazione con cui ci si accosta ad un rito. Ancora, oltre che lostologi, studiosi di Lost, si finisce pure un po’ lostopati. Malati di Lost.

La lostdipendenza si cura non solo con una nuova serie – ormai destinata a concludersi (salvo ripensamenti e film successivi) - ma anche attraverso la discussione con le migliaia e migliaia di lostopati sparsi per il mondo e raggiungibili grazie al web. Siccome tutte le categorie classiche sono sovvertite (effetto che precede la causa, tempo che scorre in modo non lineare ma circolare), chi segue Lost si immerge in una esperienza onirica, allucinatoria. In più, inizia a pensare a possibili intepretazioni di quanto seguito, strutturando nella propria mente l’equivalente di una pseudoscienza. Proprio come si tenterebbe di fare al risveglio, cercando di intepretare un sogno. Nel caso di Lost, un incubo.

L’astuzia narrativa e psicologica degli sceneggiatori (J.J. Abrams,  Damon Lindelof, Jeffrey Lieber, Carlton Cuse ) è stata quella di creare un sistema di credenze, dietro apparenti fatti, tali da costituire, in pratica, una fede. Lo spettatore viene progressivamente e sempre più spiazzato, fino ai limiti della credibilità narrativa. Per vedere e soprattutto seguire Lost occorre sospendere il giudizio. Abbandonarsi semplicemente e totalmente alle incongruenze della non-storia. Dove esistono sì personaggi, luoghi e fatti, ma all’interno di ciò che più di una storia è un mito. E come nella mitologia esseri umani interagiscono con esseri misteriosi e soprannaturali, cosi in Lost i protagonisti si rapportano a fenomeni, situazioni e presenze apparentemente soprannaturali. Più che una storia Lost è una atmosfera narrativa, molto simile alla scia di fumo nero che appare e scompare misteriosamente sull’altrettanto misteriosa isola sperduta nelle pieghe spazio-temporali.

Se le credenze religiose, se la mitologia funzionano da migliaia di anni, Lost, costruito sui medesimi principi, agisce sulla mente di quanti (e sono molti milioni nel mondo, con tanto di libri e siti dedicati alla “lostologia”, si veda ad esempio Lost University) lo seguono e vi si appassioano. Se la passione per il soprannaturale, il fantastico e il paranormale è così diffusa, Lost è costruito per tutti coloro che desiderano lasciarsi ammaliare dal mistero e, contemporaneamente, cercarne la soluzione, provare a formulare congetture, costruire ipotesi intepretative. Il trucco sta nel disseminare qua e là simboli esoterici, presenze e rimandi occulti. La mente di chi segue la narrazione sarà indotta a cercarne spiegazione, interpretazione e significato.

Il poster della stagione finale, qui riprodotto, rimanda ai vasti reami oscuri dell’inconscio. Su cui i personaggi, piccini piccini, intrepretano il loro ruolo. Un po’ come un iceberg, di cui la parte sommersa è molto più vasta rispetto a quella che emerge dalle acque. Lost pesca negli archetipi e ce li mostra. Ma non ce li spiega. Se li spiegasse completamente, non sarebbero più archetipi né, tantomeno, misteri. In questo sta la forza di Lost: mostrare e non spiegare. Mostrare e confondere. Potrebbe essere così, ma pure il contario. O in una infinità di altri modi. La fede si nutre e regge su tutte queste antinomie e contrasti.

Il “sommerso” oscuro di Lost è molto più di ciò che si percepisce. E, appunto, tutto ciò che abbiamo visto in cinque anni di episodi, non è mai ciò che appare. Esiste una realtà ordinaria e una più profonda. E Lost rappresenta un universo quantistico dove tutto è possibile e attuabile. 

“Tutto sarà spiegato”, promettono gli autori per l’ultima stagione della serie. Ragionevolmente, per poter spiegare tutto quanto avvenuto in Lost, vi sono ben poche opzioni: o è la crezione fantastica di un’unica mente, oppure tutti i soggetti sono stati sottoposti ad un esperimento di immersione in un mondo allucinato, virtuale o, ancora, bisognerà ricorrere ad un espediente da universi paralleli.  Ma una mitologia o una credenza, se pienamente tali, non devono necessariamente trovare conclusione né, tantomeno, spiegazione. Sono tali, punto. Anche se una conclusione così aperta e problematica lascerebbe con l’amaro in bocca gran parte dei lostopati.

Ma c’è un’ultima opzione, la più lineare e semplice. Lost è quello che è: semplicemente un serial tv recitato da un gruppo di attori.

Comunque sia, Lost rimane unico. E diventerà negli anni ancor più serie di culto, sulla scia della mitica Ai confini della realtà - i cui titoli in bianco e nero vengono rievocati nei titoli di testa e di coda in Lost. Un tributo a Twilight Zone, titolo originale di Ai confini della realtà, che conteneva, all’interno di episodi però unici e autoconclusivi, già tutti gli elementi, espedienti e trucchi narrativi di Lost.

Le Zone Blu


Dan Buettner, esploratore e scrittore è un giornalista scientifico che ha realizzato numerose spedizioni globali interattive online.  Il libro, pubblicato dalla National Geographic, riporta le sue ricerche sulla longevità e con il termine  Zone Blu  vengono definite le  zone del globo ove vi è maggiore concentrazione di longevi. Fra le prime classificate è riportata l’isola di Okinawa, seguono la Sardegna, la cittadina di Loma Linda in California e la penisola di Nicoya nel Costa Rica. L’autore sintetizza in 9 punti i segreti di queste popolazioni  e come pneumologo che si occupa di prevenzione e longevità  nei fumatori…mi piace  sintetizzarveli  in questo blog.

Fatta la doverosa premessa che nessuno dei longevi ha mai fumato ecco i 9 punti:

1° camminare a passo relativamente svelto (5 km ora) per 30 minuti almeno 5 volte alla settimana

2° ridurre del 20 % l’apporto nutrizionale a conferma che la restrizione calorica è l’unico marker che sposta la sopravvivenza

3° puntare su una alimentazione ricca di cereali e povera di carni in particolare privilegiare le verdure crude . Mangiare tutti i giorni 25 grammi di frutta in guscio ( ricca di omega 3 ).

4° bere alcoolici con moderazione ma bere almeno un bicchiere di vino rosso al giorno ed in particolare il canonau sardo evidentemente ricco di resveratrolo integratore che  senpre più sta diventando il best seller di questi ultimi anni

5° darsi uno scopo nella vita – consiglio valido a 360 gradi in quanto l’obbiettivo è comunque di svegliarsi al mattino con una motivazione che potrebbe anche semplicemente essere quella di accudire figli o nipoti o il proprio orticello….

6° rallentare il ritmo della propria vita anche semplicemente fermandosi ogni tanto a contemplare la natura , allontanarsi dal rumore e meditare.  La meditazione sembra essere molto importante nel ridurre la infiammazione dei tessuti ed ormai è assodato che l’ infiammazione è la premessa di ogni malattia. Una alternativa alla meditazione, procedura non semplice per noi occidentali figli di Cartesio, potrebbe essere la respirazione secondo il metodo del prof. Buteiko. Esercitatevi 15 minuti due volte al giorno a fare solo 6 atti respiratori profondi al minuto e tutti i vostri parametri biologici rallenteranno. La pressione arteriosa si riduce , la frequenza cardiaca si abbassa e tutto il metabolismo rallenta. Il prof. Parati ha recentemente confermato questi dati in uno studio ad alta quota effettuato su un gruppo di volontari dell’Istituto Auxologico.

7° abbracciate una religione qualsiasi , anche il buddismo e partecipate almeno una volta al mese a riunioni di adepti.

8° occupatevi dei vostri famigliari o anche semplicemente dei vostri amici

9° abbiate un carattere gradevole e state assieme ad un amico o ad un parente  almeno 30 minuti al giorno .

ed in tutto questo pare che la genetica incida solo del 25 %  per non parlare degli eventi stocastici come quello di finire sotto una macchina…auguri cari amici e buon lavoro.

Miracoli


Il tema dei miracoli è sempre attuale. Perché attuale è il desiderio umano di vedersi risolvere gravi situazioni personali,  o a carico dei nostri cari, di tipo patologico o traumatico. Oppure nell’ambito professionale. Il più delle volte cerchiamo un miracolo per risolvere gravi problemi di salute. Quando le strade percorse o percorribili dalla medicina sembrano molto complicate. O vicine ad esaurirsi. E ci auguriamo accada qualcosa controcorrente, che ribalti le infauste attese, anche, soprattutto, contravvenendo alle leggi naturali note, sia biologiche che di prognosi medica. La maggior parte di miracoli che siamo disposti a cercare e a vedere, si collocano oggi all’interno di quella categoria che viene definita “miracoli di guarigione”. E va fatta una riflessione sul perché proprio in tale ambito. E meno in altri.

Ne ho ampiamente trattato in un servizio pubblicato da Mente&Cervello. Nel frattempo è uscito in italiano il bel saggio Miracoli. Dall’Antico Testamento a oggi (Bompiani) dello storico delle mentalità religiose Joachim Bouflet. E’ del resto vero che, come fa notare Bouflet,  il termine miracolo è diventato di uso comune, perdendo gran parte del significato originario, sia per l’avanzamento delle conoscenze che per ragioni socio-culturali. Parliamo di “miracolo” economico, oppure nel raggiungimento di certi traguardi sportivi, spettacolari, professionali. Il connotato di “eccezionalità” dell’evento miracoloso si trasforma, almeno a livello linguistico, in qualcosa di molto comune. Di conseguenza, banale. Stravolgere il significato originario dei termini, alla fine ne stravolge anche la denominazione dei fatti. Dire oggi di un avvenimento “miracoloso” significa intendere che è molto bello, eccezionale, gradito. Ma non nel senso orgiginario, cioè che, apparentemente, contravviene le leggi di natura conosciute.

«In questo inizio del XXI secolo», dice Bouflet, «viviamo in un mondo meraviglioso: non è forse tutto miracoloso? Si parla di miracolo economico, miracolo informatico e addirittura – e questo è un paradosso – dei miracoli della scienza, della tecnica e della medicina. A dar retta ai media, i miracoli si manifestano quotidianamente: il tale non ha forse evitato “miracolosamente” un incidente, e non è forse “per miracolo” che un determinato cataclisma naturale non ha prodotto un numero maggiore di vittime? In realtà il termine è abusato perché è stato privato del suo significato originario che si riferisce intimamente alla causalità divina o, più in generale, rinvia a un contesto religioso».

Esce intanto sui nostri schermi Lourdes, il film di Jessica Hausner in cui una donna arriva in sedia a rotelle al santuario e risulta poi “miracolata” (nonché invidiata da chi non ottiene alcun miglioramento alla propria patologia). Questo è un problema reale e affrontato anche dal punto di vista psicologico: la possibile delusione, per non dire depressione di quanti arrivano a Lourdes o in altri santuari con la speranza di ottenere una guarigione, senza esito. Una vicenda molto simile tra l’altro, quella della protagonista  del film Lourdes, alla storia di Antonietta Raco, anche lei recatasi al santuario francese in carrozzella e rimessasi a camminare autonomamente. Anche lei con una diagnosi dubbia, suscettibile di miglioramenti temporanei. Anche l’interrogativo “Perché proprio io?”, nel senso di miracolato, è stato altre volte affrontato come tema narrativo. Ugo Dettore, autore di romanzi, saggi e traduttore, che ho conosciuto e frequentato per diversi anni, scrisse un romanzo in cui il protagonista si sentiva diverso, in imbarazzo, per essere stato “miracolato”.

Due altre letture storiche interessanti, al riguardo. Alexis Carrel, Viaggio a Lourdes (Morcelliana, 1987). Le annotazioni di un viaggio al più noto santuario del mondo (6 milioni di pellegrini ogni anno), per osservare i fenomeni considerati miracolosi, da parte di un medico nonché premio Nobel per la medicina per i suoi studi e scoperte. T. Mangiapan, Le guarigioni di Lourdes. Studio storico e critico dalle origini ai giorni nostri (San Paolo, 1997 ). Un testo  sulle guarigioni avvenute nel santuario dei Pirenei redatto da colui che è stato medico permanente del Bureau Médical di Lourdes dal 1972 al 1990.

Infine, come scrive molto bene il filosofo canadese Charles Taylor, in un’epoca secolarizzata come la nostra in cui abbiamo abolito il senso del meraviglioso rispetto alla nostra natura e alle nostre origini, «la prospettiva meccanicistica che scinde il naturale dal soprannaturale oblitera del tutto questo mistero. Tale scissione genera il concetto moderno di ‘miracolo’; una sorta di spiraglio puntiforme nell’ordine generale delle cose, aperto improvvisamente dall’esterno, cioè dal trascendente. Tutto ciò che è superiore deve accadere, dunque, attraverso lo spiraglio aperto nell’ordine regolare, naturale: un’operazione normale, all’interno della quale non esiste alcun mistero. Curiosamente, questo modo di vedere è condiviso dai materialisti e dai fondamentalisti cristiani. L’unica differenza è che per questi ultimi la scissione conferma l’esistenza dei ‘miracoli’, perché certe cose restano inspiegabili sulla base del corso normale della causalità naturale. Mentre per i materialisti è la prova che qualsiasi forma di trascendente è esclusa di principio dalla “scienza”» (L’età secolare, Feltrinelli, 2009).

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