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Archivio per la categoria ‘medicina filosofia’

Il volo del diavolo

Pubblicato da esoresi su 22 maggio 2010


Ho finito di leggere il libro di Simone Goldstein ed Anna Condorelli, due  psicoterapeuti che da anni si occupano di pazienti affetti da neoplasie e li aiutano ad affrontare il difficile percorso delle cure , notoriamente aggressive , che questi pazienti devono affrontare. Il loro intervento è basato sul ridare un senso alla relazione con se stessi e con la malattia evitando di farli manipolare dal terapeuta. Ho collaborato anni fa con Goldstein aprrezzandone l’ intelligenza ed il carisma del suo intervento e recentemente l’ho reincontrato in un convegno a Schio dove ho presentato il mio libro  Il cervello anarchico.

Il loro libro è una ristampa e la sua lettura mi ha messo in difficoltà proprio in relazione al mio comportamento di terapeuta che per anni ha affrontato la difficile tematica del tumore polmonare cercando di proteggere il malato dalla conoscenza della sua malattia e della sua prognosi infausta, quod vitam , aiutato in questo dai parenti che tenacemente si sono sempre opposti a chè il malato conoscesse la propria diagnosi. Proprio su questa manipolazione i due autori sono convinti , in base alla loro esperienza , che è molto meglio per il paziente conoscere la verità in quanto questa conoscenza consentirebbe di attivare quelle risorse e quella speranza che altrimenti non verrebbero  espresse. Il tema è assai complesso ed io rimango dell’ idea che di fronte ad una malattia mortale , a breve termine , sia difficile per il malato tollerarne la conoscenza anche se , in realtà , tutto il procedere terapautico e sintomatico sono da soli espressione di un percorso inequivocabile. Scrivono gli autori : come ben documentato dagli studi sull’effetto  “placebo”, in certe occasioni è una determinata modalità tecnica – comunicativa a fornire potenza e credibilità alla sostanza presentata come farmaco. L’impatto terapeutico , allora , viene prodotto dalla forma che assume la relazione , la quale , per essere efficace , deve assolutamente manifestarsi come espressione congrua di un sistema di convinzioni condivise tra i partecipanti. Queste convinzioni dicono più o meno così : ” quello che sta succedendo in questa interazione produce salute “.

La speranza , scrivono ancora gli autori , in sostanza è la rappresentazione di uno svolgimento positivo per se , futuro , che si alimenta della consapevolezza dei processi attuali e dell’ attenzione alle proprie risorse. Nella speranza non c’è una sottovalutazione del rischio , al contrario c’ è una grande considerazione di questo : la persona ammalata grave che manifesta speranza sa che può perdere la partita , ma non gioca a vincere in un senso solo , sa che questa è una delle possibilità , e non l’ unica. Al contrario di una persona che vive nell’ illusione, la persona che vive nella speranza , accetta la propria situazione e si rende disponile al cambiamento , a lasciare che l’esperienza scorra e che si modifichi , e a considerare le diverse manifestazioni dell’ esistenza come segnali che indichino la  strada  da seguire.           

 Una persona ammalata che non nutre speranza non ha accettato la condizione in cui si trova e ciò   la porta a perdere la gestione dei propri processi . Come può un individuo accettare la propria condizione se quello che fanno attorno a lui , dai familiari ai medici agli amici è tentare di togliergli la possibilità di farsi responsabile di sè , innanzitutto distorcendo la realtà attraverso una manipolazione macchinosa delle informazioni ? Come vedete cari amici  il ragionamento dei due autori non fa una piega ed io mi cospargo il capo di cenere per i miei 30 anni di manipolazioni a fin di bene vissuti con i miei malati nel desiderio di proteggerli dall’ angoscia di morte che inevitabilmente quel tipo di malattia induce.

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La medicina non è una scienza

Pubblicato da esoresi su 17 aprile 2010


Sembra un titolo provocatorio alla luce delle continue scoperte in campo medico ma in realtà  che la medicina , come ha scritto Boncinelli , sia una scienza in progress …. è tutto da dimostrare. Giorgio Israel , docente di matematica all’Uniersità La Sapienza di Roma, nel suo libro Per una medicina umanistica (Lindau) rilancia l’idea di una medicina umanistica con qualche punta di polemica riguardo la caccia al  gene delle malattie parlando di inquisizione genetica. Secondo Israel il progresso della medicina, alla continua ricerca delle radici biochimiche, genetiche e molecolari della sofferenza umana, ha perso di vista il fatto fondamentale che la medicina esiste perché gli uomini si sentono malati e non perché qualcuno li dichiara tali in base alla alterazione di  determinati parametri quantitativi. Il medico deve confrontarsi con l’esperienza soggettiva del paziente e scoprire cosa è patologico per lui. La nozione di malattia, secondo Israel, deriva anzitutto dal vissuto degli uomini. Soltanto se si andrà in questa direzione il medico potrà aiutare a guarire o, più modestamente, a stare meglio.

Già il dr. Abraham Flexner scriveva nel 1925  “In America la medicina scientifica, giovane, vigorosa, positiva è oggi deplorevolmente deficitaria nel campo culturale e filosofico”. Egli rincarava la dose della sua prognosi riservata affermando : “La dimensione morale dell’educazione medica esige l’acquisizione di un bagaglio di qualità e valori al centro del quale stanno i bisogni del malato”. Scrive Giorgio Cosmacini nel suo libro La medicina non è una scienza  (Raffaello Cortina editore): ” Il nuovo non deve indurre in equivoci fra la tradizione antropologico-medica incarnata nel modo d’ essere medico “, da Ippocrate a oggi, e le basi scientifiche innovatrici necessarie, ma non sostitutive, del modello antropologico.

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