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Si fa presto a dire placebo

Pubblicato da Pierangelo Garzia su 27 marzo 2013


RobertJütte_01Quando si tratta di medicine complementari capita si parli anche di effetto placebo. Chi dice “è tutto placebo” dell’omeopatia o dell’agopuntura, connotando negativamente, se non con disprezzo, il fenomeno. Chi dice “ma guarda che pure gli animali vengono curati con l’omeopatia e non si può certo dire che siano influenzabili dall’effetto placebo come noi”. Chi si limita a constatare che il fenomeno esiste ed ha a che fare con la suggestione. Trattando il fenomeno con sufficienza – somministrare un farmaco o un trattamento fasulli facendo credere che siano efficaci – alla stregua di un gioco di prestigio. Un inganno, però a scopo benefico.

In realtà il fenomeno è molto più complesso, ramificato e interconnesso con tutta una serie di dinamiche. Non ancora del tutto chiarite. Entrano in gioco fattori psicosomatici, l’ambiente culturale e religioso, le attese, le aspettative e le speranze verso chi ci assiste, ci cura e ci somministra medicine e trattamenti. Addirittura, tra i molteplici fattori, l’aspetto e l’arredamento in cui veniamo curati, i colori, gli odori, i profumi. Il colore e l’aspetto dei medicinali. E, naturalmente, il rapporto medico-paziente. La fiducia, l’empatia e il rispetto che riponiamo in quanti ci curano. Non solo medici, ma terapeuti in generale. Che poi sono coloro che, avendo recuperato un rapporto globale con i pazienti, spesso sopperisco alle mancanze relazionali dei medici. Magari trincerati dietro le loro scrivanie, i loro apparati tecnici. Senza il minimo contatto fisico col paziente. Dimenticando che la cura è prima di tutto relazione, accoglienza dell’altro sofferente, in senso globale. Durante l’incontro di studio sul placebo, di cui parliamo più avanti, è infatti riemerso il concetto di “trattare il paziente, non la malattia”.

Dall’etimologia della parola, derivata da un proverbio, che all’origine significava “portare qualcosa di piacevole”, il termine venne coniato dal medico e farmacologo inglese Alexander Sutherland nel 1763 e in seguito introdotto nel linguaggio sanitario dal medico scozzese William Cullen nel 1772. All’origine con placebo  non si intendeva una sostanza inerte, ma, ad esempio, un basso dosaggio di medicamento considerato, dal punto di vista medico, inefficace.

“Nel tardo 18° secolo – dice Robert Jütte – il termine ‘placebo’ entrò a far parte del gergo medico. In contrasto con l’opinione prevalente che indica il medico e farmacologo scozzese William Cullen (1710-1790) come colui che nel 1772 avrebbe introdotto  l’espressione nel linguaggio medico, il credito deve essere dato ad un altro medico inglese, Alexander Sutherland (nato prima del 1730 – morto dopo 1773). La ragione principale della  gestione del placebo alla fine del 18° secolo nella pratica medica è stata motivata dal soddisfare la domanda del paziente e le sue aspettative. Un altro motivo era l’ostinazione del paziente: la motivazione alla base di tali prescrizioni consisteva nel prescrivere farmaci inerti per soddisfare la mente del paziente, e non con il fine di fornire alcun diretto effetto curativo”.

Ad indagare i molteplici e ramificati aspetti dell’effetto placebo – dopo interi trattati e convegni sul tema – ci ha di nuovo provato, a maggio delle scorso anno, un gruppo di studiosi riuniti a Villa La Collina, sulle rive del Lago di Como. Due giorni intensi di confronto tra ricercatori, soprattutto tedeschi, su sollecitazione di Robert Jütte, storico della medicina, in particolare dell’omeopatia e dell’effetto placebo. Tra i relatori del workshop anche un veterinario, per la prima volta ad un convegno sul placebo. Come è emerso dal confronto e dalle ricerche presentate, anche gli animali risentono positivamente o negativamente (esiste anche il contrario: l’effetto nocebo) dal rapporto con il loro curante, oltre che con il loro compagno umano. Chiunque abbia un cane o un gatto sa quanto l’effetto empatico scatti con la parola, la carezza o anche semplicemente lo sguardo indirizzati all’animale domestico. L’omeopatia veterinaria, peraltro, esiste fin dagli inizi del 1800, anche se scarseggiano le pubblicazioni cliniche al riguardo.

Temi e confronti di questo incontro sono ora raccolti nell’ultimo numero di Complementary Therapies in Medicine, in cui emerge come sia necessario andare oltre l’idea lineare di malattia, guardandola invece nella sua prospettiva multifattoriale. In cui l’effetto placebo rientrerebbe nei processi di autoguarigione insiti in ognuno di noi. Di conseguenza viene ribaltata la posizione del placebo: da fatto marginale, si pone come questione centrale della medicina. Dentro questa semplice definizione, vi stanno invece una molteplicità di fattori, un intreccio vasto e variegato tra i poli medico e paziente, salute e malattia, mente e mondo esterno. Un effetto che ha a che fare con la risposta naturale dell’organismo, con ciò che ne sollecita o ne induce la risposta naturale, piuttosto che provocarla.

“Attualmente circa 2000 pubblicazioni hanno a che fare con la risposta al placebo – spiega Paul Enck, Università di Tubinga, Germania – e 150 con la risposta nocebo. Sembra vi sia una certa omogeneità della risposta in condizioni cliniche: tra il 30 e il 40% di tutte le condizioni sembrano mostrare qualche risposta placebo”.

Non è facile definire il placebo, come non lo è farlo per l’empatia, un elemento basilare nel rapporto fiduciario di cura. Per la ricerca, diventa perciò importante mettere a punto un questionario che elenchi gli elementi peculiari di ciò che definiamo empatia. Ognuno di noi chiede vi sia professionalità, competenza tecnico-scientifica, ma, allo stesso tempo,  che vi sia con il curante un “rapporto umano”. Ogni volta che veniamo trattati in modo freddo e distaccato in un ambiente adibito a ricevere e curare le persone – non soltanto dal medico, ma anche da infermieri, segretari o tecnici – ne risentiamo sul piano psicologico. Pure l’accoglienza fa parte della cura. Anzi, ne è un prerequisito fondante.

Infine, se vogliamo, come hanno scritto due studiosi del fenomeno “fino a tempi recenti, la storia delle cure mediche è essenzialmente la storia dell’effetto placebo” (Shapiro A.K., Shapiro E., The placebo: is it much ado about nothing?,
Harrington A., Ed., The placebo effect: an interdisciplinary exploration, 1997, Harvard University Press).ComplementaryMedicineT

Nella foto:  Robert Jütte

Fonti

Complementary Therapies in Medicine, The Placebo Effect and its Ramifications for Clinical Practice and Research: An Expert Workshop, Lake Como, Italy, 4-6 May 2012, Volume 21, Issue 2, April 2013, Pages 94–97

Intervista audio a Robert Jütte sul placebo (in tedesco)

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Il complotto dell’apocalisse

Pubblicato da Pierangelo Garzia su 21 dicembre 2012


GoogleMayaOKVenerdì, 21 dicembre 2012 – The End per l’apocalisse, bye bye fine del mondo. La pacchia è finita. Nelle ultime settimane non ce l’ho fatta a tenere testa a tutto quanto appariva su giornali, fumetti, tv, libri, Rete, man mano che la data designata si avvicinava. Diciamo che mi è pure montata la noia. Ho iniziato a parlarne, ormai, più di un anno fa come di una “sindrome dell’apocalisse”. Ne ho discusso gli aspetti psicologici, antropologici, culturali.  Ho aggiunto quelli affaristici, di marketing.

Questa storia dell’apocalisse Maya verrà illustrata nei corsi universitari e nei master. Ne faranno tesi di laurea e ricerche. Su come una idea balzana abbia potuto influenzare così tanto e così a lungo a livello planetario. Le paure fanno e faranno sempre vendere. Soprattutto se ammantate di mistero. Questa è la lezione.

Ma la pacchia ora è finita. Non è finito il mondo, ma è finita la goduria per tutti coloro che ci hanno marciato sulla fine del mondo 21 dicembre 2012. Le trombe del giudizio universale non hanno suonato. Casomai risuonano in tutto il globo le pernacchie verso tutti i cultori e promotori della fine imminente. I cavalieri dell’apocalisse non sono arrivati. E’ arrivata una bella giornata di sole e ora passeranno decenni e decenni prima che qualcun altro si inventi un’altra panzana apocalittica di tale portata. Semmai sarà ancora possibile. Dato che la Rete lascia tracce imperiture e le generazioni a venire saranno autorizzate a farci grosse e grasse risate, sull’apocalisse Maya.

L’esperimento collettivo comunque è riuscito. Ora sarà la volta dei complottisti. Ci racconteranno, con dovizia di particolari, che si tratta di un esperimento messo in piedi dai servizi segreti, dagli illuminati, dal gruppo Bildelberg, dal Vaticano, dai massoni, dagli extraterrestri, dalle banche, da tutto ciò che potete supporre e immaginare di turpe e oscuro, per condizionare la mente e i comportamenti della gente a livello globale. E saranno altri libri, altri articoli, altri dibattiti tv, altri documentari, altre vuote e insulse chiacchiere. Questa volta sul “complotto dell’apocalisse”. Questa volta sull’ “esperimento apocalisse”. Fidatevi, questo accadrà. Davvero.

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Il paranormale di Richard Wiseman

Pubblicato da Pierangelo Garzia su 5 febbraio 2012


Insomma, esiste o non esiste? Esistono individui in grado di vedere in là nel futuro, di influenzare la materia con la forza del pensiero, di comunicare da mente a mente, di mettersi in contatto con l’aldilà? Ci sono persone che hanno avuto esperienze extracorporee? Che hanno gettato uno sguardo oltre il velo, in prossimità della morte, dando un’occhiata nell’aldilà? Esistono, in sostanza, capacità del nostro corpo e del nostro cervello in grado di sfidare le attuali leggi della fisica? Del mondo così come lo conosciamo?


A tutte queste domande Richard Wiseman  risponde un secco e deciso “no!”. Non dice “forse”, “magari”, “probabilmente”. Non è possibilista riguardo a forze e manifestazioni che lo spiritismo, la ricerca psichica e infine la parapsicologia studiano da oltre un secolo. Per non parlare di tutta la tradizione precedente relativa alla visione dei fantasmi. Agli eventi sovrannaturali. Alle apparizioni. Alle case infestate. Alla capacità di divinare il futuro. Di comunicare o vedere a distanza. Di tutti quei personaggi che nella storia umana sono stati individuati come sciamani, maghi, divinatori, veggenti, medium, sensitivi, guaritori, paragnosti. Per non entrare nella sfera del misticismo, della religione e dei miracoli.


Di tutta quella sterminata mole di avvenimenti, racconti, testimonianze che la parapsicologia ha raccolto, catalogato, archiviato come presunta dimostrazione che i fenomeni paranormali sono reali. E meritano di essere studiati. Anche in laboratorio, se possibile. Magari con la stessa metodologia sperimentale utilizzata da tutti gli altri settori della scienza. Usando apparecchiature, metodi standardizzati, statistica, ripetibilità. Anziché i metodi osservazionali e le semplici, per quanto affidabili, testimonianze del passato. Qualcuno ci ha provato a dimostrare il paranormale con metodi e su pubblicazioni scientifiche, anche di recente. Ad esempio, Daryl J. Bem psicologo sociale della Cornell University che sul Journal of Personality and Social Psychology ha pubblicato i risultati di una ricerca volta a chiedersi se il futuro possa influenzare il presente (Feeling the Future: Experimental Evidence for Anomalous Retroactive Influences on Cognition and Affect). La sperimentazione con mille soggetti che dovevano interagire con un programma computerizzato generatore di eventi casuali, è stata molto criticata, addirittura dileggiata, ancora prima della sua pubblicazione su una rivista considerata quantomeno di buona reputazione scientifica nell’ambiente psicologico.


E’ una storia che si ripete da decenni e decenni, attraversando tutto il secolo scorso, ormai. Da una parte i credenti nel paranormale, compreso qualche scienziato di chiara fama come Bem. Sempre meno, a dire il vero. Dall’altra una schiera di miscredenti, scettici, diffidenti rispetto a tutto ciò che pretende di avere l’aura di “paranormale”. Proprio a questo tema esce ora in italiano il nuovo libro di Richard Wiseman. Questa volta un titolo secco, deciso, e altrettanto il sottotitolo: Paranormale. Perché vediamo quello che non c’è (Ponte alle Grazie). Con lo stile limpido, scorrevole, ridanciano, simpatico, a volte un tantino caustico, ma sempre supportato da solida letteratura scientifica, a cui ci ha abituati, in sette capitoli, una introduzione, un intervallo, una conclusione e un kit istantaneo del supereroe, Wiseman smonta tutta la massa di letteratura prodotta dalla parapsicologia in oltre un secolo. In più, ci insegna come dissimulare presunte facoltà paranormali per impressionare e buggerare il nostro prossimo.


I temi? Chiaroveggenza, esperienze extracorporee, la mente sulla materia, parlare con i morti, a caccia di fantasmi, il controllo della mente, le profezie. In mezzo, un personaggio leggendario della ricerca psichica, scandagliato dal metodo Wiseman: Harry Price, il “cacciatore di fantasmi”.  «Negli ultimi 20 anni, mi sono immerso nel paranormale – ha raccontato Wiseman in occasione dell’uscita del suo libro sul paranormale in inglese – il mondo strano in cui le persone affermano di poter prevedere il futuro, evocare spiriti e spostare gli oggetti con la mente. Ho testato telepati, ha trascorso notti insonni in castelli infestati e anche tentato di parlare con i morti. Ogni volta la storia è la stessa: l’evidenza aneddotica sembra impressionante a prima vista, ma una volta che il fenomeno è oggetto di un esame scientifico svanisce nel nulla. Quindi studiare il paranormale è una perdita di tempo? Niente affatto. Allo stesso modo con cui il programma spaziale ha prodotto la tecnologia che ha trasformato le nostre vite, così esplorare avvenimenti soprannaturali produce notevoli intuizioni nei nostri cervelli, rispetto a credenze e comportamenti di ogni giorno».


Si tratta in questo caso di un libro che, in tema di fenomeni paranormali e relativi studi, non dice nulla di nuovo, per chi ha frequentato un po’ l’argomento. Sia da convinto assertore del paranormale che da detrattore. Nulla che non sia stato detto e ridetto in tutte le salse, ad esempio, dall’italianissimo Cicap.


Anche se Wiseman lo fa in maniera divertente e scorrevole, Paranormale risulta alla fine un libro semplicistico. Forte della sua esperienza, anche pratica, di illusionista e mago professionista, oltre che di psicologo universitario e ricercatore, Wiseman liquida tutto il campo come frutto di illusioni, false percezioni, imbrogli, fantasie e credenze popolari. Per Wiseman il paranormale non esiste e questo libro, per dirla con le parole del biologo evoluzionista e divulgatore scientifico Richard Dawkins, “spazza via la nebbia sensitiva mostrandoci la luce della ragione”. Buon per loro. Fa sempre piacere conoscere qualcuno graniticamente convinto delle proprie opinioni. Che non sospetta, neppure lontanamente, che certe “ragioni” possano anch’esse risultare molto simili alle superstizioni.


Le parti più interessanti del testo sono quelle in cui Wiseman prende spunto dalla propensione umana a confondersi, illudersi, scambiare una cosa per l’altra, credere a dispetto dell’evidenza, seguire santoni e guru anche se conducono  alla rovina morale, pratica e pure fisica (vedi il capitolo in cui parla del controllo mentale e del suicidio collettivo della setta del Tempio del popolo), per parlare alla fine di fenomeni psicologici distorti, abnormi o aberranti. Per trattare di come si costruiscono convinzioni, fedi, false credenze, cecità al cambiamento, conformismo. Insomma, Paranormale è un ulteriore gioco di prestigio del mago Wiseman per impartirci una divertente lezione su come funziona, malfunziona e sbrocca la mente umana. E relativi comportamenti. Nulla di più e nulla di meno. Il paranormale è solo un pretesto. Ah, fissate per qualche minuto la copertina del libro di Wiseman: vuole dimostrarci che vediamo quello che non c’è ancor prima di aprirlo, il suo libro.


News: Giovedì 9 febbraio 2012, ore 21,  Richard Wiseman sarà al Circolo dei lettori di Torino, Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9. Tema della serata torinese: “Spiegare l’inspiegabile”.

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21 dicembre 2012 e il mondo, bene o male, continua…

Pubblicato da Pierangelo Garzia su 3 dicembre 2011


 3 dicembre 2011 – Certo, ascoltare o leggere le notizie, gli interminabili, ossessivi commenti sulla crisi, sull’ “orlo del baratro” e su “lacrime e sangue” di questo periodo, si direbbe che il 2012 sarà davvero l’anno dell’apocalisse. Se non arriva dal cielo come asteroide o dalla terra sotto forma di cataclisma, arriva dalle banche e dal modo fallimentare di gestire la cosa pubblica. Niente soldi, niente lavoro, niente pensioni. Magari meno cure per tutti. Il crollo dello stato sociale.

La catastrofe economica e sociale viene paventata e crescono l’ansia, l’angoscia e le preoccupazioni. Addirittura il terrore e la depressione di chi è già immerso fino al collo nei problemi. Eppure le crisi, senza analizzarne qui ragioni e colpe, sono cicliche nella vita individuale e collettiva. Vi sono stati nel passato dell’umanità, non soltanto periodi, ma addirittura interi secoli di crisi. Chi si è inventato l’idea della fine del mondo, caricandola di simboli e significati occulti, ha colto creativamente un elemento comune a tutta l’umanità. E’ la ragione principale per cui l’idea di apocalisse continua a sedurre la mente di molte persone, anche della nostra epoca. E molti saranno portati a pensare, e a scrivere: “Se non è l’apocalisse, ci assomiglia (o poco ci manca)”.

Però, rispetto a quella Maya, faccio una previsione. A ridosso di Natale 2012 i giornali usciranno con il seguente titolo: “L’Apocalisse? Rimandata!”. E, fatti salvi i soliti guai che funestano l’esistenza terrena (malattie, crisi economiche e sociali, disastri atmosferici e geologici, guerre, attentati, crimini e delitti), potremo di nuovo brindare con lo spumante – sono certo verrà messo in produzione – con l’etichetta “Apocalisse 2012”. Per la gioia degli intenditori e dei collezionisti di vini.

Prima che, tra poco più di un anno, la nefasta data sarà superata, conviene interrogarci sul perché la mente umana abbia bisogno di nutrire idee apocalittiche. Me lo sono chiesto nel servizio “La sindrome dell’apocalisse” pubblicato da Mente & Cervello di dicembre 2011, interrogando antropologi, psicologici, filosofi, psichiatri, storici delle idee e delle religioni. Tutti più o meno interessati al tema dell’apocalisse come motivo ricorrente nella storia del pensiero umano. Almeno dai primi secoli della cristianità fino ad oggi.

La novità attuale è che l’apocalisse si è fatta Maya. Si è fatta laica, new age, mercantile. Nel senso che, con la scusa del calendario Maya che fisserebbe la data finale di questo ciclo terreno al 21 dicembre 2012, da almeno dieci anni a questa parte c’è tutta un’industria del catastrofismo che è fiorita ed ha prosperato sulle ansie e sulle paure apocalittiche.

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La biologia delle credenze

Pubblicato da esoresi su 30 gennaio 2011


Come medico formatosi alla dura scuola della medicina , cosiddetta scientifica, leggere questo libro di Bruce Lipton lascia a dire poco interdetti, non nel senso della non scientificità di ciò che questo autore scrive, ma riguardo al patetico pragmatismo a cui  noi poveri medici allopatici , figli di Cartesio, siamo stati abituati. Che la medicina sia una scienza in progress , come ha scritto il prof. Boncinelli, non avevo dubbi, ma che Bruce Lipton sia molto più avanti di tutti è altrettanto evidente. Il libro d’altra parte ha vinto l’award 2006 in USA quale migliore libro scientifico e Lipton, prima di scrivere e fare seminari in tutto il mondo, è stato professore di medicina nell’Università del Wisconsin  e ricercatore alla Stanford University oltre che essere un biologo cellulare. Finora noi ritenevamo di essere vittime dei nostri geni ed eravamo convinti che il nostro patrimonio genetico determinasse la nostra vita. Lipton, con una esposizione molto chiara e semplice, ma nel contempo fortemente scientifica, ci spiega come le scoperte di questi ultimi  anni dimostrino che i geni stessi sono controllati dalle nostre percezioni all’ interno dell’ ambiente che ci circonda. Da qui il titolo di un suo video La mente è più forte dei geni . Non posso certo in questo blog riassumervi i rocamboleschi passaggi fra materia ed energia , fra fisica quantistica e funzionamento  della mente, ma vi invito caldamente a leggere il libro ed a spararvi in vena il video con grande serenità e fiducia e poi magari a mandarmi qualche commento. Io intanto vado avanti cercando di mantenere un ponte fra la mia attività di clinico e le aperture mentali a cui questo scienziato ci costringe. Mi limiterò solo a tentare di spiegarvi come Lipton si sia aperto ad un mondo spirituale identificando la identità cellulare come una semplice attivazione da parte della energia luminosa. In altre parole, secondo Lipton noi risultiamo come una immagine televisiva e la nostra scomparsa non sarebbe altro che lo spegnimento del televisore.  La  membrana cellulare, infatti, ha delle antenne che corrispondono agli antigeni di istocompatibilità e l’attivazione di queste antenne verrebbe effettuata dalla luce. Lasciatemi un pò di tempo per recuperare il concetto di HLA, cioè antigeni di istocompatibilità, e poi saprò essere più chiaro. Nel frattempo andatevi a rileggere quel breve mio scritto sulla epigenetica pubblicato nel dicembre 2010, vi sarà senz’altro di conforto nel capire come l’assetto psichico sia determinante per la nostra salute.

Pubblicato in: antigeni di istocompatibilità, bruce lipton, credenze, energia luminosa, membrana cellulare, pragma | 6 Commenti »

 
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