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le connessioni tra cervello, mente e corpo

Archivio per la categoria ‘Alzheimer’

Muoviti e non diventerai demente. Attività fisica, istruzione e salute del cervello

Pubblicato da Pierangelo Garzia su 30 novembre 2012


CyrusRaji

Cyrus Raji è un giovane neuroradiologo dell’Università di Pittsburgh. Suo principale campo di interesse e ricerca è comprendere attraverso il neuroimaging come mantenere in salute il cervello e, possibilmente, preservarlo da malattie neurodegenerative. In particolare l’Alzheimer.

Nelle ricerche di Cyrus Raji e altri, l’attività fisica si configura sempre di più come vera e propria medicina. L’equazione è molto semplice. Svolgere regolare attività fisica fa dimagrire. Diminuire l’indice di massa corporea, relativa alla massa grassa, fa circolare meglio il sangue. Circolando meglio il sangue, il cervello è meno soggetto ad atrofia. Essendo meno soggetto ad atrofia, soprattutto con l’avanzare dell’età, sarà meno soggetto a demenze.

L’altro aspetto associato a maggiori volumi cerebrali è il grado di istruzione. Con una formuletta potremmo dire: “hai più cervello e meglio funzionante, se apprendi continuamente e ti muovi di più”. Non è così lontana dalla realtà, l’idea che il cervello si possa allenare e mantenere trofico proprio come un muscolo.

In un lavoro di un anno fa, a cui Cyrus Raji prese parte, si legge: “Capire come l’attività fisica, la dieta, l’istruzione, e l’obesità incidono sulla salute del cervello, può aiutare ad identificare gli interventi sugli stili di vita, adatti a rallentare o ritardare il deterioramento legato all’età del cervello”. E in altra parte dello stesso lavoro: “Più alto livello di istruzione e una maggiore attività fisica sono stati associati a maggiori volumi cerebrali”.

La prevenzione diventerà sempre più determinante. Primo, per i noti fattori di crisi economica che sempre più incideranno sulla spesa pubblica relativa alla sanità e alle cure da prestare agli anziani. Secondo, strettamente connesso al primo punto, perché entro il 2030, il 14% della popolazione mondiale avrà più di 65 anni, e l’avanzare dell’età è il fattore di rischio più importante per la malattia di Alzheimer ad insorgenza tardiva.

I risultati più recenti dei suoi studi Cyrus Raji li ha presentati qualche giorno fa all’RSNA di Chicago, la mega-convention dei radiologi mondiali, irrinunciabile non solo per l’aggiornamento e per i contatti, ma soprattutto per la possibilità di “toccare con mano” l’innovazione, in un settore in cui la tecnologia è determinante.

Riferimenti: 

April J. Ho, Cyrus A. Raji, James T. Becker, Oscar L. Lopez, Lewis H. Kuller, Xue Hua, Ivo D. Dinov, Jason L. Stein, Caterina Rosano, Arthur W. Toga, Paul M. Thompson, “The Effects of Physical Activity, Education, and Body Mass Index on the Aging Brain”, Hum Brain Mapp. 2011 September; 32(9): 1371–1382

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Cromosomi in più nel cervello: Alzheimer e cellule iperploidi

Pubblicato da Pierangelo Garzia su 16 settembre 2011


Il prossimo 21 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’ Alzheimer. Un’occasione per riflettere se le continue acquisizioni in neuroscienze stiano conducendo anche a scoperte utili per la cura delle malattie neurodegenerative e, in particolare, di una tra le più temute e, a tutt’oggi, irrisolte:  l’Alzheimer.

Sugli aspetti genetici e molecolari si sta indagando da tempo, e alcuni traguardi di rilievo sono stati raggiunti. Che tuttavia non si sono tradotti in possibilità terapeutiche efficaci né, tantomeno, risolutive. Anche perché quasi tutte centrate sulle placche proteiche di beta-amiloide, senza tuttavia ottenere grossi vantaggi sui sintomi progressivi della malattia. Altrettanto dicasi per la proteina tau che si sviluppa all’interno dei neuroni delle persone colpite da Alzheimer. Ma la domanda cruciale che oggi i ricercatori si stanno ponendo è: l’ammasso di queste proteine intracellulari sono la causa o l’effetto di qualcos’altro a monte?

Si delinea qualcosa di apparentemente nuovo che, se confermato, aprirà la strada a nuove indagini e future possibilità di trattamento. Forse più attuabili nelle forme ereditarie. Nel cellule cerebrali delle persone colpite da Alzheimer, stando alle nuove scoperte, sussisterebbe una condizione nota come “iperploidia”, ovvero un numero superiore a due set cromosomici che sarebbe normale attendersi. Nel cervello normale circa il 10 per cento delle cellule sono iperploidi, mentre nei soggetti studiati, negli stadi precoci della malattia di Alzheimer, la quantità risultava doppia. E tali cellule andavano incontro a morte nelle fasi finali della malattia, lasciando il cervello privo di neuroni. Nelle ricerche successive, si è cercato di comprendere se le cellule iperploidi anormali fossero diffuse ovunque, oppure fossero confinate nelle aree cerebrali più colpite dalla malattia di Alzheimer. La risposta sperimentale ha evidenziato una dispersione uniforme nel cervello sano, mentre le cellule anormali, nel caso di soggetti colpiti da Alzheimer, si limitavano strettamente alle regioni deputate alla formulazione del “pensiero” e della “memoria”. Le aree più colpite dall’Alzheimer.

Come ha riferito nel maggio scorso la rivista New Scientist, in un articolo di Andy Coghlan, il gruppo di  ricerca cappeggiato da Thomas Arendt presso l’Università di Leipzig in Germania, ha esaminato i tessuti prelevati da  cervelli sani e dai cervelli di quanti avevano una diagnosi di morbo di Alzheimer, al momento della morte, o mostrassero segni iniziali della malattia. La ricerca ha evidenziato che circa il 10 per cento dei neuroni nel cervello delle persone sane conteneva più di due set di cromosomi, una condizione nota come iperploidia. La scoperta sorprende  in quanto tutte le cellule del corpo umano si suppone che contengono solo due set di cromosomi. Non solo, ma ancora più importante è il fatto che nel periodo appena precedente allo sviluppo del morbo di Alzheimer, o nei primi stadi della malattia, la Arendt e colleghi hanno scoperto che le cellule iperploidi erano una quantità  doppia rispetto al comune. E, nella fase finale del morbo di Alzheimer,  delle cellule cerebrali perdute, il 90 per cento erano iperploidi (American Journal of Pathology, DOI: 10.2353/ajpath.2010.090955).    

 Andando più nel sottile, le cellule cerebrali iperploidi delle persone malate di Alzheimer contengono differenze sostanziali da quelle delle persone malate. E nonostante non si conosca ancora a fondo il ruolo delle cellule iperploidi nel cervello sano, il quello malato sembrano essere il maldestro risultato di duplicazione cellulare, portando con sé, come conseguenza, un elevato, e anormale, numero di cellule iperploidi.

E’ ancora prematuro dire se vi sia un ruolo diretto dell’anormale numero di cellule iperploidi nella genesi del’Alzheimer, per ora si tratta semplicemente di una correlazione. Tuttavia siamo di fronte ad una nuova evidenza sperimentale di cui tener conto, in una patologia neurodegenerativa che tuttora non lascia speranze.

I passi successivi, già avviati da altri gruppi di ricerca (ad esempio in Spagna, José María Frade e colleghi all’Istituto Cajal di Madrid) sono volti a chiarire una serie di interrogativi: la quantità di cellule extra sono già presenti nel cervello del feto che in seguito, da adulto, svilupperà la malattia di Alzheimer, oppure chi si ammala da adulto produce più cellule del dovuto a seguito della malattia? E infine: se questa iperproduzione di cellule ha un ruolo nella malattia, come rallentarla o addirittura bloccarla? Domande aperte, a cui la ricerca successiva dovrà dare risposte. Intanto, si è avviata una nuova   fase di fiducia tra i ricercatori.

News: La Fondazione Manuli, che si impegna per l’aiuto concreto ai malati di Alzheimer e alle loro famiglie, il 20 settembre 2011 terrà a Milano il convegno “L’isola in città come miglioramento della qualità di vita della persona con Alzheimer. Quali risultati?”.

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Cibo e cervello: intervista a Filippo Ongaro

Pubblicato da Pierangelo Garzia su 14 giugno 2011


Nutrirci e curarci. Il binomio sta diventando sempre più evidente. Ciò che facciamo ogni giorno, ai pasti e alle colazioni, d’ora in poi non dovrà essere visto unicamente come introduzione di “carburante”, ma piuttosto come la principale occasione per  mantenere e magari accrescere lo stato di salute, oppure recuperarla se l’abbiamo perduta.

Il cibo come veleno oppure come medicina. La sapienza popolare l’ha sempre intuito e saputo. Ma oggi ne abbiamo le evidenze scientifiche. E la risposta arriva da quella nuova disciplina che si chiama “nutrigenomica”. In pratica come le sostanze biochimiche contenute negli alimenti entrano a fare parte delle nostre cellule e fanno esprimere i nostri geni. Nel bene o nel male. Se questo avviene, ed avviene, è semplice intuire come nell’arco di un’interva vita, da prima della nascita fino alla vecchiaia – attraverso 30-60 tonnellate di alimenti che ingeriamo in una vita media – sia possibile favorire l’insorgenza di malattie che non sono “semplicemente” l’obesità, ma pure patologie che hanno a che vedere con le alterazioni infiammatorie del nostro organismo.

Di tutto ciò si sta occupando da anni Filippo Ongaro, che ha scritto un libro chiaro ed efficace sulla nutrigenomica. Se lo avesse intitolato con il nome della nuova scienza della nutrizione, lo avrebbero letto ben pochi. Invece il volume ha un titolo altrettanto chiaro ed efficace: Mangia che ti passa. Uno sguardo rivoluzionario sul cibo per vivere più sani e più a lungo (Piemme).

Filippo Ongaro è considerato uno dei pionieri europei della medicina funzionale e anti-aging. Ha vissuto per molti anni all’estero, dove ha lavorato come medico degli astronauti presso l’Agenzia spaziale europea (Esa). Ha collaborato con la Nasa e l’Agenzia spaziale russa allo sviluppo di metodologie preventive e terapeutiche per contrastare l’invecchiamento accelerato a cui sono esposti gli astronauti in orbita. È vicepresidente dell’Associazione medici italiani anti-aging (Amia) e direttore sanitario dell’Istituto di medicina rigenerativa e anti-aging (Ismerian) di Treviso. Nel 2008 ha pubblicato Le 10 chiavi della salute (Salus Infirmorum).

Gli abbiamo rivolto alcune domande su cervello e alimentazione.

In che rapporto sono alimentazione e cervello?

Sono in un rapporto strettissimo. La ricerca ci suggerisce da tempo di abbandonare i vecchi concetti che separano mente e corpo. Il cervello è l’organo più importante e complesso del nostro corpo e necessita non solo di carburante ma della miscela corretta di nutrienti per funzionare al meglio.

Quali sono gli alimenti, sostanze dannose e quali quelle benefiche per il cervello?

In primo luogo è necessario ridurre il carico glicemico assumendo meno zuccheri e meno carboidrati raffinati. Sembra strano ma i muscoli e il cervello hanno bisogno di una glicemia il più possibile costante e vengono invece destabilizzati dai picchi alti così come da quelli bassi. Poi vanno assunte quantità sufficienti di acidi grassi omega 3 che sono un costituente fondamentale del sistema nervoso centrale. Aumentiamo quindi l’introito di pesce azzurro cercando il pesce pescato come gli sgombri, le sarde, le sardine.

Nel suo libro accenna al ruolo degli alimenti e dell’infiammazione nelle concause di malattie neurodegenrative come sclerosi multipla e Alzheimer, oppure di disturbi dell’umore come la depressione: quali sono gli alimenti che proteggono e quali quelli che danneggiano il sistema nervoso?

 L’infiammazione assieme a glicazione e stress ossidativo sono i 3 fenomeni fisiopatologici alla base della degenerazione e della maggior parte delle malattie croniche. Occorre quindi agire per lo meno su questi 3 fronti anche con il cibo. Le regole sommariamente dette sopra vanno in questa direzione. Poi esistono numerose sostanze come l’aminoacido triptofano che hanno effetti sull’umore e il sonno aumentando serotonina e melatonina. Per aumentare la quantità di triptofano che entra nel cervello servono i carboidrati ma anche qui scegliamo quelli integrali. Se invece si cerca la concentrazione in quantità non esagerate sono ovviamente utili caffè e tè, se poi si sceglie il tè verde esso è ricco di catechine anti-ossidanti che riduranno lo stress ossidativo anche a livello cerebrale

Quali sviluppi futuri vede nel cibo come farmaco, in particolare nella sfera del buon funzionamento  cerebrale-emotivo?

 Io credo e mi auguro che la nuova scienza della nutrizione continui a soprenderci con gli effetti curativi di molti alimenti. Quello che conta però è che questo sapere si trasformi rapidamente e da subito in protocolli di cura migliori. L’anello mancate è in questo caso è il medico che deve acquisire maggiori competenze in questo settore.

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Le Zone Blu

Pubblicato da esoresi su 17 gennaio 2010


Dan Buettner, esploratore e scrittore è un giornalista scientifico che ha realizzato numerose spedizioni globali interattive online.  Il libro, pubblicato dalla National Geographic, riporta le sue ricerche sulla longevità e con il termine  Zone Blu  vengono definite le  zone del globo ove vi è maggiore concentrazione di longevi. Fra le prime classificate è riportata l’isola di Okinawa, seguono la Sardegna, la cittadina di Loma Linda in California e la penisola di Nicoya nel Costa Rica. L’autore sintetizza in 9 punti i segreti di queste popolazioni  e come pneumologo che si occupa di prevenzione e longevità  nei fumatori…mi piace  sintetizzarveli  in questo blog.

Fatta la doverosa premessa che nessuno dei longevi ha mai fumato ecco i 9 punti:

1° camminare a passo relativamente svelto (5 km ora) per 30 minuti almeno 5 volte alla settimana

2° ridurre del 20 % l’apporto nutrizionale a conferma che la restrizione calorica è l’unico marker che sposta la sopravvivenza

3° puntare su una alimentazione ricca di cereali e povera di carni in particolare privilegiare le verdure crude . Mangiare tutti i giorni 25 grammi di frutta in guscio ( ricca di omega 3 ).

4° bere alcoolici con moderazione ma bere almeno un bicchiere di vino rosso al giorno ed in particolare il canonau sardo evidentemente ricco di resveratrolo integratore che  senpre più sta diventando il best seller di questi ultimi anni

5° darsi uno scopo nella vita – consiglio valido a 360 gradi in quanto l’obbiettivo è comunque di svegliarsi al mattino con una motivazione che potrebbe anche semplicemente essere quella di accudire figli o nipoti o il proprio orticello….

6° rallentare il ritmo della propria vita anche semplicemente fermandosi ogni tanto a contemplare la natura , allontanarsi dal rumore e meditare.  La meditazione sembra essere molto importante nel ridurre la infiammazione dei tessuti ed ormai è assodato che l’ infiammazione è la premessa di ogni malattia. Una alternativa alla meditazione, procedura non semplice per noi occidentali figli di Cartesio, potrebbe essere la respirazione secondo il metodo del prof. Buteiko. Esercitatevi 15 minuti due volte al giorno a fare solo 6 atti respiratori profondi al minuto e tutti i vostri parametri biologici rallenteranno. La pressione arteriosa si riduce , la frequenza cardiaca si abbassa e tutto il metabolismo rallenta. Il prof. Parati ha recentemente confermato questi dati in uno studio ad alta quota effettuato su un gruppo di volontari dell’Istituto Auxologico.

7° abbracciate una religione qualsiasi , anche il buddismo e partecipate almeno una volta al mese a riunioni di adepti.

8° occupatevi dei vostri famigliari o anche semplicemente dei vostri amici

9° abbiate un carattere gradevole e state assieme ad un amico o ad un parente  almeno 30 minuti al giorno .

ed in tutto questo pare che la genetica incida solo del 25 %  per non parlare degli eventi stocastici come quello di finire sotto una macchina…auguri cari amici e buon lavoro.

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Quattro passi tra mente e cervello

Pubblicato da Pierangelo Garzia su 23 settembre 2009


Non passa giorno senza che vi sia notizia di qualche nuova scoperta, o semplicemente conoscenza più approfondita, sulla struttura del cervello e del sistema nervoso. A ritmi così serrati, ciò avviene da almeno vent’anni, da quando si annunciò il “decennio del cervello”. Da allora gli studi e le tecniche di indagine si sono sempre più perfezionati, grazie anche all’avvento di strumenti diagnostici come la tomografia computerizzata (TC), la risonanza magnetica (RM) e la tomografia ad emissione di positroni (PET).

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