Cibi nel cervello. Intervista ad Alessandra Gorini
News: intervista ad Alessandra Gorini, psicologa e ricercatrice, primo nome nel lavoro sui correlati emotivi della Realtà Virtuale (RV) in pazienti con disturbo del comportamento alimentare (DCA), pubblicato da Annals of General Psychiatry.
Alessandra Gorini, 34 anni, psicologa e ricercatrice, ha svolto la ricerca su “cibi virtuali ed emozioni” all’Istituto Auxologico di Milano. Attualmente collabora col Centro interdipartimentale di ricerca e intervento sui processi decisionali (IRIDe) dell’Università di Milano, coordinato da Gabriella Pravettoni. Sì è laureata all’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano con una tesi sulla neuroimmagine funzionale svolta in collaborazione con Massimo Piattelli Palmarini presso l’Università dell’Arizona. Autrice di numerosi lavori scientifici, ha curato, assieme a Nicola Canessa, il volume che raccoglie le lezioni di Massimo Piattelli Palmarini Le scienze cognitive classiche: un panorama (Einaudi, 2008). Ma la cosa di cui va più fiera è il resoconto di una sua giornata a far da cicerone per Milano al genio dei numeri e Nobel John Nash, in particolare a visitare il Cenacolo Vinciano (TuttoScienze, La Stampa, 30 aprile 2008 ).
Dopo aver sentito il capo progetto Giuseppe Riva, rivolgiamo alcune domande anche ad Alessandra Gorini su presupposti e ricadute della ricerca “Assessment of the emotional responses produced by exposure to real food, virtual food and photographs of food in patients affected by eating disorders”.
Quali sono i presupposti teorici di questo studio?
Ormai da circa 15 anni la realtà virtuale viene utilizzata per il trattamento di alcuni disturbi psichici (in particolare dei disturbi d’ansia). L’assunto teorico che ha portato all’utilizzo della realtà virtuale in sostituzione o in aggiunta ai trattamenti basati sull’esposizione in vivo è che essa sia in grado di provocare nel soggetto le stesse reazioni che provoca lo stimolo reale. Nonostante siano stati pubblicati vari studi controllati, e non, sugli effetti terapeutici della realtà virtuale, questo è sempre rimasto un assunto teorico, mai verificato sperimentalmente. L’idea che sta alla base di questo studio è di confrontare direttamente stimoli reali e stimoli virtuali in modo da verificare se effettivamente essi suscitino le stesse reazioni nel soggetto. Nessuno studio era stato condotto in precedenza al riguardo.
Perché tanta risonanza per questa ricerca?
Credo proprio che il motivo risieda nella semplicità del protocollo sperimentale e nella possibilità di estensione dei suoi risultati. Come ho accennato prima, questo studio dimostra sperimentalmente la veridicità dell’assunto teorico su cui si è basato l’ “approccio virtuale” fino ad oggi autorizzando, scientificamente, l’uso del virtuale al posto del reale.
Rispetto alla possibilità di generalizzare i risultati vorrei sottolineare che la scelta di sviluppare un protocollo specifico per i pazienti affetti da disturbi alimentari è stata, in un certo senso, una scelta di comodo. Volevamo confrontare gli effetti di stimoli reali e virtuali in un campione di soggetti.
Poiché l’esposizione al cibo provoca un aumento dell’ansia nei pazienti affetti da disturbi alimentari abbiamo deciso di utilizzare il protocollo descritto nello studio, ma avremmo anche potuto verificare l’ipotesi esponendo soggetti aracnofobici a ragni reali e virtuali, o pazienti con la fobia del volo ad un volo reale o ad una simulazione di volo (riporto questi due esempi perché sia per l’aracnofobia che per la fobia del volo sono stati utilizzati trattamenti virtuali che hanno effettivamente contribuito alla riduzione/risoluzione del disturbo).
Naturalmente è stato tecnicamente più facile con il cibo perché è uno stimolo facilmente rappresentabile e testabile su una categoria piuttosto eterogenea di pazienti (non a caso il nostro studio include sia anoressiche che bulimiche). Inoltre, tralasciando per un attimo la patologia, questi risultati ci dimostrano che non dobbiamo stupirci se il 3D virtuale sta prendendo così piede: precipitare in un canyon virtuale, per esempio, ci farà trattenere il respiro “come se” fosse reale.
Quali possono essere le ricadute pratiche? Ad esempio, potremmo dire che l’inflazione di trasmissioni tv e pubblicità su cibi e manicaretti hanno un loro impatto “reale” sul nostro cervello?
I risultati di questo studio mettono in luce il fatto che, se è vero che reale e virtuale inducono reazioni comparabili, è anche vero che l’effetto davanti ad una stimolazione reale o virtuale induce una risposta emotiva superiore a quella indotta dall’osservazione di un’immagine statica (una fotografia) dello stesso stimolo. Questo perché quello che conta è il livello di interattività che il soggetto ha in relazione allo stimolo stesso. Potremmo dire che il “guardare ma non toccare” è meno efficace del “guardare e sperimentare”. Ci dà meno “senso di presenza” e quindi una risposta emotiva inferiore.
Le ricadute di questo studio deriveranno dal fatto che cominciamo ad avere delle evidenze sperimentali che dimostrano che possiamo sostituire il reale al virtuale avendo un certo grado di certezza sul fatto che “uno vale l’altro”. Naturalmente mi riferisco a tutti quei contesti clinici in cui è necessario (o auspicabile) esporre i pazienti a stimolazioni controllate e graduali prima di esporli alle situazioni reali, ricche di imprevisti e di variabili esterne. Una volta che il paziente ha imparato ha controllare le proprie reazioni e a gestire le proprie ansie in ambiente virtuale trovo che sia assolutamente necessaria la buona vecchia esposizione in vivo in cui bisogna fare i conti con la ricchezza caotica (ed emozionante) della vita vera.
Nella foto: Il premio Nobel John Nash (è il matematico interpretato da Russell Crowe nel film “A Beautiful Mind”) e Alessandra Gorini.
La malattia psicosomatica
Sabato 5 giugno 2010 presso l’Ordine dei Medici della provincia di Milano si è tenuto un convegno dal titolo Quando il corpo parla al posto della mente : la malattia psicosomatica . In sostanza dalle relazioni tenute dal prof. Carlo Tedesco e dalla prof.ssa Francesca Neri Bertolini è emerso che la malattia psicosomatica si innesta nella vita neonatale entro i primi anni di vita. Eugenio Gandini ha descritto i primi stadi della formazione della cosiddetta ”organizzazione mentale di base” che inizialmente consiste in un stato di non integrazione.
Se il successivo processo di integrazione sarà troppo minacciato da carenze ambientali che portino a stati di tensione intollerabili (angosce), il processo stesso faticherà a procedere e diventerà intollerabile qualunque esperienza che abbia a che fare con il “cambiamento”. Non potendosi scaricare all’ esterno , per l’immaturità del sistema neuromotorio , la tensione si scaricherà allora all’ interno, tendendo a modificare l’ omeostasi, producendo così nel primo periodo della vita risposte organiche dirette. Durante il lavoro psicanalitico il disturbo somatico scompare, senza parlarne, quando il processo di integrazione del Sè rende pensabile l’angoscia ed inutile quindi la difesa psico – fisica. In sostanza, ha concluso il prof. Todesco, nelle sindromi psicofisiche della prima infanzia e forse in tutta la patologia psicosomatica, il corpo parla non “per conto” della mente ma “al posto” della mente, di una mente troppo immatura per possedere un linguaggio.
Si tratterà quindi da parte degli psicoterapeuti ed in generale dei clinici attenti e preparati di aiutare il paziente ad elaborare le angosce di base, senza lasciarsi tentare da pur soggettive prospettive di interpretazioni simboliche e relazionali del sintomo somatico. In sostanza si ritorna al principio di tutto ciò che avviene nei primi anni di vita con la formazione della memoria implicita e con la possibilità di costruire una rete neurale non armonica. Secondo la prof.ssa Bertolini anche l’anoressia mentale va interpretata come una malattia psico somatica . ”Quando le cose vanno abbastanza bene il paziente, scoprendo legami fra affetti e sintomi , si stupisce che i suoi sintomi siano portatori di significati fino ad allora privi di interesse per lui e si chiede cosa sia stato fino ad ora di lui o di lei. In sostanza si chiede che cosa sia stato finora del suo sè , fino ad allora amputato del corpo e scisso da esso”.
Questo passaggio fra l’ io del paziente che si chiede e il suo sè a cui il paziente chiede : dov’eri è importante perchè mette l’ accento sulla questione che la eventuale guarigione non è conquistata dall’ io , o dall’es o dal superio ma dal sè cioè da quella parte della struttura psichica che non coincide con nessuna delle parti della struttura e che tende a sintetizzarle. Si tratta della tendenza che ogni persona ha a integrare se stessa per sentire di esistere. E’ interessante che rinunciare a tenere dissociato dal sè il corpo sia un processo non facile : spesso finiti i sintomi propriamente anoressici il paziente si trova a vivere difficoltà , anzi vere e proprie angosce se integra nel sè il corpo e se integra il sè nel corpo. Talvolta il paziente sembra non voler guarire, ma il fatto è che guarire è faticoso e passa attraverso la possibilità che angosce di integrazione vengano sopportate ed elaborate.Conclude la Bertolini : il processo di guarigione dalla anoressia mentale è lento e difficile non tanto per la gravità internistica della malattia ma per il dolore che comporta l’ affrontare angosce per l’ integrazione.
Come clinico, le rflessioni sono molteplici in quanto la malattia psicosomatica è ridondante in ogni ambulatorio di medicina generale dal banale reflusso esofageo, all’ipocondria , all’asma, alla cefalea. Sempre il medico dovrebbe essere in grado di interpretare i sintomi in modo più ampio che dal semplice elenco fatto dal paziente ed intuire in che momento potebbe essere utile una integrazione clinica con il neuropsichiatra o lo psicologo.
Certo non è semplice nella frenetica vita di oggi proporre una psicoterapia relazionale però vale la pena, comunque, lanciare un messaggio che faccia riflettere il paziente su più profonde interpretazioni del suo sintomo organico forse comunque lo metteremo in condizioni di meditare su se stesso e magari cambiare almeno stile di vita mettendosi a praticare, in alternativa alla psicanalisi, trenta minuti al giorno di feet-walking.
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